LE GEMELLE KESSLER

LE GEMELLE KESSLER

Foto don Maurizio Patriciello“Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Niente di ciò che è umano mi è estraneo. Al contrario, sempre avverto un senso di responsabilità per le sofferenze che invadono il mondo. In queste ore siamo stati raggiunti dalla notizia della morte delle gemelle Kessler. Per loro abbassiamo il capo e preghiamo. Una vita non comune, la loro: bellezza, fisico statuario, corteggiamenti, successo, gloria, denaro. 

Baciate dalla natura, seppero mettere a frutto i loro talenti. Gli italiani le hanno applaudite e invidiate, osannate e criticate. Gli anni passano per tutti. La vecchiaia ci corteggia fin dal primo giorno, la malattia è in agguato, la morte ci attende al varco. Unica consolazione: su questo strano aereo dobbiamo salirci tutti. Da giovani, le famose gemelle, hanno lavorato tanto e tanto si sono divertite. La giovinezza è il tempo in cui si corre, si progetta, ci si stanca, si sogna. Le occasioni passano, bisogna coglierle al volo. La vecchiaia potrebbe – è solo una domanda - potrebbe, dicevo, essere motivo di riflessione? 

Lo scorrere del tempo, più veloce di quanto pensammo a 20 anni, ci ripropone le domande classiche alle quali nessuno può sfuggire: chi sono? da dove vengo? dove vado? Che senso ha affaticarsi se poi tutto si scioglie come neve al sole? Le nostre care dive si sono suicidate. In questo momento non ci interessa chi e come abbia potuto aiutarle. Per i cristiani la vita è un valore non negoziabile; per chi cristiano non è, il discorso, ovviamente, cambia. 

Se sono convinto di essere venuto dal caso e per caso, perché attendere la naturale evoluzione della parabola della mia esistenza? Chi mi impedisce di romperla per sempre, la clessidra della vita? Perché mettere al mondo il figlio che bussa alla mia porta se non ne me la sento di accoglierlo? Se la sua venuta interrompe i miei progetti? Perché correre in aiuto ai derelitti della terra? Chi li conosce? Chi me lo chiede? Chi me lo impone? Chi parla in questo modo ha le sue ragioni che non possono essere trascurate e alle quali i cristiani devono far fronte. I cristiani, dicevamo. Iniziamo da loro. 

San Paolo: «Nessuno vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso»: ecco una prima verità alla quale non potranno mai rinunciare. Anche se a prima vista costa fatica accoglierla, a lungo andare si rivela una chiave di lettura liberante e benedetta. Traduciamo. Io non sono mio, o, almeno, non sono solamente mio. Ogni uomo è mio fratello: tutto quello che faccio a lui lo sto facendo al figlio di Dio. Anche un bicchiere di acqua fresca che avrò dato a poveraccio non sarà dimenticato. Non sono solamente mio, dunque. Questa convinzione m’ impone di pesare, pensare e meditare parole, gesti, scelte, decisioni. 

Alcuni ragazzini, in questi mesi, sono stati indotti al suicidio per la condotta nefasta di qualche loro amico. “La lingua fa più male delle sberle” si dice al mio paese. Tu mi interessi. Tu non sei il mio inferno, questa è una menzogna. Al contrario, potresti essere - se solo lo vogliamo - il mio paradiso. Tu sei prezioso, non perché sei giovane, bello, attraente, ricco, interessante. Tu sei prezioso perché sei tu, persona unica e irripetibile. Mi sei prezioso perché in te intravedo il volto del Dio. I cristiani di ogni denominazione non possono prescindere dalla serietà e dalla severità della Parola rivelata. Da Dio veniamo a Dio ritorniamo. 

Può essere – ancora una domanda - può essere il tempo della fragilità, della malattia, della vecchiaia un tempo di grazia particolare, nonostante i limiti, i dolori, i rimpianti, i ricordi non sempre belli? Credo di sì, se lo vogliamo. Le artiste di cui parliamo hanno conosciuto la fatica degli esercizi, degli allenamenti, delle prove, senza i quali mai e poi mai avrebbero accettato di esibirsi davanti a quel giudice severo che era il pubblico. “Per mantenermi in forma - disse un giorno Sophia Loren - faccio la fame”. E per presentarci davanti al Giudice Supremo, con serena parresia, non occorre avere almeno le stesse preoccupazioni? Bisogna allenarsi. Santi non si diventa all’improvviso. “Il fine è il primo nell’intelletto e l’ultimo a essere raggiunto”, scrive san Tommaso d’Acquino. 

Da uomo, da cristiano, da prete mi chiedo: qual è il mio fine? Perché mi sono avventurato per questa strada? “Siamo nati per conoscere, amare e servire Dio, e poi goderlo nell’eternità” ci insegnarono da bambini. Per questo motivo ritengo che il primo dovere del cristiano sia quello di rendere grazie. Se lo facciamo, anche quando la vita pesa e si fa fragile, ci accorgeremo che, lentamente, il carico si fa più leggero. Se riusciamo ad abbattere i muri che ci rinchiudono nei ghetti – ideologici, economici, cronologici – e ci apriamo alla comunità, ai poveri, ai derelitti, un grande bene ne verrà per tutti. Il dolore condiviso, come per incanto, peserà di meno. La gioia condivisa, come per miracolo, crescerà a dismisura. 

Nessun giudizio. In fondo, vuoi o non vuoi, ognuno fa quello che meglio gli aggrada. Permettetemi, però, di dire che questa strada, che a prima vista sembra chiamarsi libertà – libertà di cui nessuno di noi è disposto a cedere nemmeno un’oncia – potrebbe rivelarsi più deleteria e problematica di quanto possa sembrare. Abbiamo bisogno di sostenerci e volerci bene; di incoraggiarci e donare speranza. Abbiamo bisogno di ribadire ad alta voce che la vita è un bene prezioso, sempre, dall’inizio alla fine. Questa è la profezia cristiana che non potremo mai tacere, nel pieno rispetto per le scelte altrui.

Care dive della nostra prima giovinezza, riposate in pace.

Maurizio Patriciello

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