Cronaca

La realtà in atto è dominata da conflitti e sconvolgimenti di cui dobbiamo individuare le cause profonde per poter pensare alle loro possibili soluzioni. Morte e sangue ormai sono all’ordine del giorno in alcune aree del pianeta e uno sguardo superficiale su ciò che accade non ci consente di spiegare con veridicità gli eventi di attualità. Alla luce di ciò è doveroso sottolineare l’importanza della storia per interpretare i fatti presenti e poter ipotizzare quelli futuri e la necessità di ispirarsi alla lezione di Tucidide di Atene per avere la chiave di lettura della storia e cogliere il senso degli eventi passati. Lo storico del V secolo a. C., formatosi nell’ambito della sofistica e del sapere scientifico greco, fu influenzato da Ippocrate di Cos e dalla medicina. Il sapere storico, al tempo di Tucidide, con i suoi procedimenti, nel suo sforzo di legittimarsi, cioè di assumere un carattere rigoroso, si ispirerà soprattutto alla medicina (iatriké) che proprio nel V secolo a. C. stava assumendo lo statuto di téchne con una propria dignità e un solido fondamento grazie ad Ippocrate di Cos. Quest’ultimo nel trattato dal titolo La natura dell’uomo, presente nel Corpus Hippocraticum, parlava della presenza di quattro “umori” nell’organismo umano. L’uomo è “sano” quando questi sono “reciprocamente ben temperati per proprietà e quantità”. L’alterazione della krasis: la giusta mescolanza degli umori nell’individuo, invece, genera la “malattia”. Allo stesso modo Tucidide sosteneva che nelle comunità politiche quando un gruppo sociale tende a sopraffare gli altri suoi esponenti abbiamo il disgregamento delle medesime e la decadenza del “vivere sano” secondo legge e giustizia. Nelle relazioni interstatali le guerre, vere e proprie discrasie, sono generate dalla rottura degli equilibri di potere preesistenti. Mario Vegetti, nel suo articolo “Tucidide e la scienza della storia” sosteneva: “La storia mostrava che vi è un tessuto sociale e interstatale, un “organismo” storico relativamente unitario, la cui sanità dipende dall’armonia dei membri, dal loro tendere insieme a fini di progresso e libertà. Quando una persona, una classe sociale, uno Stato rompono questa krasis, tendono a sopraffare gli altri componenti per esercitare una monarchia intesa al proprio profitto anziché allo sviluppo comune, o per il proprio profitto tentano di arrestare il cammino della storia, allora il tessuto si corrompe, l’organismo si ammala. Questa malattia significa decadimento della razionalità umana, disgregamento della società, prevalere degli elementi di mera naturalità (la forza, l’astuzia) e dei meccanismi necessitanti contro la libertà del progetto e della scelta”. Lo sconvolgimento di assetti politici consolidati nel tempo, di rapporti pacifici tra gli Stati, genera una conflagrazione dell’ordine internazionale. Proprio come accadde nel V secolo a. C. con la guerra tra Atene e Sparta quando Tucidide vide dai primi segni che sarebbe stato “il più grande sconvolgimento (kinesis) che sia avvenuto tra i Greci e in una parte considerevole dei barbari, e, per così dire, anche nella maggior parte dell’umanità”. Lo storico greco individuò come “causa più vera” della guerra del Peloponneso l’intraprendenza della potenza ateniese che “incutendo timore ai Lacedemoni li costrinsero a fare la guerra”. Cupidigia, timori, dei leader politici sono all’origine dei conflitti tra i popoli che con le operazioni belliche mandano in frantumi anni di cooperazione pacifica, di fruttuosa convivenza e di prosperità. Con le guerre ed il decadimento del viver civile tra le genti, secondo Tucidide prendono il sopravvento fattori legati alla physis, alla natura, alla legge del più forte. Uno degli episodi raccontati dallo storico greco nelle “Storie” è la presa di Melo dall’estate del 416 all’inverno del 415 a. C. ad opera degli ateniesi. A proposito della legge del più forte gli attici al comando di Nicia dicevano: Noi non abbiamo stabilito questa legge né siamo stati i primi ad applicarla dopo che era stata stabilita, ma l’abbiamo ricevuta quando esisteva già, ce ne serviamo, e la lasceremo al futuro, nel quale esisterà per sempre”. In un mondo dominato dalle barbarie, orrendo e terrificante in cui predomina la forza e la potenza ci viene in mente la Cimmeria dello scrittore statunitense Robert E. Howard e di Conan il barbaro in cui comanda colui che possiede “il segreto dell’acciaio”. Alla luce di ciò è dunque necessario creare una comunità internazionale pacifica in cui, in opportune sedi si possa con il dialogo trovare delle soluzioni alle crisi tra gli Stati nel rispetto del diritto internazionale. Si auspica, inoltre, il rafforzamento di istituzioni capaci di far rispettare ai paesi quanto deciso in apposite sedi diplomatiche internazionali. Nel mondo in cui viviamo deve trionfare la forza del diritto, base della civile convivenza e di un nuovo sano e duraturo ordine mondiale.

Antonio Fabozzi  

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Sono stato a Lourdes due volte: non ci sono parole per descrivere quell’esperienza.

La seconda volte ebbi modo di parlare con una persona miracolata.

Parlare con una persona che si considera miracolata è un'esperienza che porta inevitabilmente a riflessioni profonde, sia sul piano spirituale che esistenziale. Quando qualcuno racconta di aver vissuto un miracolo, di aver ricevuto un intervento che sembra sfidare le leggi naturali o razionali, ci si trova di fronte a qualcosa che trascende il nostro comune modo di pensare e di comprendere il mondo. La nozione di miracolo, infatti, è per sua natura legata all'incredibile, al misterioso, al sovrannaturale. È qualcosa che non può essere spiegato facilmente, qualcosa che sfida la logica, che va al di là di ciò che possiamo verificare empiricamente o razionalmente.

In questi casi, la persona che racconta la propria esperienza spesso non sta solo narrando un evento straordinario, ma sta condividendo un pezzo della propria visione del mondo, delle sue emozioni, delle sue riflessioni sulla vita, sulla morte, sulla fede. Spesso queste storie sono accompagnate da un senso di rinnovata gratitudine per la vita e da una consapevolezza più profonda della fragilità dell'esistenza umana. La persona miracolata ha attraversato un'esperienza che l'ha messa in contatto con un qualcosa di più grande, che ha cambiato la sua prospettiva su ciò che è possibile, su ciò che è importante.

Per chi ascolta una storia del genere, si tratta di un'occasione per mettersi in discussione, per riflettere sul proprio rapporto con il mistero, sulla propria fede, o sulla propria visione del mondo.

La narrazione di un miracolo può sollevare interrogativi sul senso della vita, sul destino, sulla possibilità che ci sia qualcosa che vada oltre la nostra comprensione razionale. Potrebbe anche farci pensare alla nostra stessa fragilità e alla bellezza di alcuni momenti che sembrano, appunto, miracoli: una guarigione improvvisa, una salvezza inaspettata, un incontro che cambia la nostra vita.

Inoltre, la percezione di un miracolo, in qualche modo, ci invita a considerare che la realtà potrebbe non essere così rigida come sembriamo credere. La scienza e la razionalità ci danno un modello di spiegazione del mondo, ma non tutto può essere ridotto a formule e spiegazioni meccaniche.

Esistono momenti, esperienze, e storie che sfidano questa visione e ci ricordano che, forse, ci sono aspetti della vita che sono misteriosi e che vanno oltre ciò che possiamo razionalmente comprendere. La presenza di una persona che racconta di un miracolo ci pone di fronte alla possibilità che, nella nostra vita, ci sia qualcosa di più, qualcosa di straordinario, che non possiamo prevedere o controllare, ma che ci invita a vivere con un senso di apertura, curiosità, e, forse, anche di speranza.

In un certo senso, incontrare qualcuno che ha vissuto un miracolo può essere un’opportunità per riflettere su ciò che di “miracoloso” accade ogni giorno nelle nostre vite: quei piccoli eventi che non riusciamo a spiegare ma che ci toccano profondamente, che ci trasformano, che ci danno speranza anche nei momenti più bui.

Ci invita anche a riconoscere la meraviglia nel quotidiano e a cercare il sacro anche nelle piccole cose. Forse il vero miracolo è proprio nella nostra capacità di vedere e apprezzare la vita, nonostante tutto, nonostante le difficoltà e le sofferenze, e di credere che ci sia sempre una possibilità di cambiamento, di redenzione, di rinascita.

 

Nicola Incampo

 

 

Concluso l'intervento di restauro sulle macine asinarie e sul forno dell'antico panificio: il pubblico può tornare a scoprire da vicino la bottega del pane e la storia dell'asinello ritrovato da Amedeo Maiuri

Parco Archeologico di Ercolano  ·  Pistrinum, Insula Orientalis II 1a – Vicolo Meridionale

Prosegue l’attività incessante di manutenzione e restauro che il Parco Archeologico di Ercolano dedica al proprio patrimonio, ampliando costantemente le possibilità di visita e di conoscenza dell’antica città. Si sono da poco conclusi i lavori di restauro sulle due macine asinarie in pietra lavica e sul forno del panificio (pistrinum) che si affaccia sul Vicolo Meridionale, uno dei due forni del popoloso quartiere vicino alla Palestra, insieme a quello di Sextus Patulcius Felix.

L’intervento restituisce ai visitatori la piena leggibilità di un ambiente che racconta, meglio di molti altri, il quotidiano di un mestiere antico: qui, tra il grande forno a legna, la vasca per l’acqua e le due macine azionate dal movimento rotatorio di animali da soma, si svolgeva la lavorazione del pane per l’intero quartiere.

Un panificio, due storie

Gli ambienti raccontano in realtà due fasi della vita della città. Prima dell’allestimento a panificio, gli spazi oggi occupati dal deposito e dalla piccola latrina erano infatti un unico ambiente adibito a latrina pubblica, la cui lunga seduta lignea poteva ospitare fino a dieci persone contemporaneamente; il locale con le macine era probabilmente la sala d’attesa, mentre la grande stanza sul retro fungeva da spogliatoio. Solo in un secondo momento, prima dell’eruzione del 79 d.C., il complesso fu trasformato nel panificio che oggi possiamo visitare, con le macine, il forno e la stalla per gli animali impiegati nella molitura.

La storia dell'asinello

Ai piedi di una delle due macine, l’archeologo Amedeo Maiuri — che condusse gli scavi di Ercolano tra il 1927 e il 1961 — rinvenne lo scheletro di un asinello, l’animale che con il suo lavoro instancabile faceva girare la pietra della molitura. Coerente con la sua idea innovativa di museo all’aperto, Maiuri scelse di esporre i resti dell’animale proprio lì dove furono trovati, protetti da una teca in ferro: un allestimento che oggi non è più visibile in situ, con i resti conservati in deposito dal 1981.

È una storia che il Parco intende oggi raccontare con strumenti nuovi: il cantiere di restauro è stato infatti accompagnato da una completa documentazione digitale dei reperti, comprensiva di rilievi tridimensionali, che apre la strada a future narrazioni multimediali — dalle ricostruzioni 3D ai contenuti social — pensate per restituire al pubblico, anche a chi non può vedere i resti originali, il racconto di questo piccolo grande protagonista della vita quotidiana ercolanese.

«Ogni intervento di restauro è anche un’occasione per raccontare l’antichità con strumenti nuovi. La storia di questo panificio, delle sue macine e dell’asinello ritrovato da Maiuri ci parla del lavoro quotidiano nell’antica Ercolano, e oggi, grazie ai rilievi digitali realizzati durante il cantiere, possiamo immaginare nuovi modi per farla conoscere a chi visita il Parco e a chi ci segue online.»

— Federica Colaiacomo, Direttrice del Parco Archeologico di Ercolano

Il pane di Ercolano, da Ercolano a Roma

Non è un caso che proprio in questi mesi il tema del pane ercolanese sia al centro dell’attenzione anche fuori dal Parco: fino al 18 ottobre 2026, Castel Sant’Angelo a Roma ospita la mostra “Ercolano. L’arte di vivere”, che espone tra l’altro una pagnotta carbonizzata dall’eruzione del Vesuvio e le teglie del forno di Sextus Patulcius Felix — il panificio gemello di quello del Vicolo Meridionale. Due racconti che si intrecciano, tra la Capitale e l’antica Ercolano, per restituire il volto più quotidiano e sorprendente della città sepolta dal Vesuvio.

 

Con la scelta della nuova location, il Ristorante della Piscina alla Mostra d’Oltremare di Napoli, al fine di sviluppare l’evento, il “Vera Pizza Napoletana Champion” 2026 organizzato dall’Associazione Verace Pizza Napoletana, per la più grande sfida tra i pizzaioli veraci di tutto il mondo, ha ottenuto un ancor maggiore e significativo successo. Al taglio del nastro, delle 10:30 del giorno 15, è seguito un interessante convegno, all'interno dell’area Campania Lounge, introdotto da Rossella Picaturo, che ha anche condotto la presentazione di tutte le giornate di gara che hanno visto partecipi oltre 250 pizzaioli provenienti da tutto il mondo (30 Paesi), avendo L’Associazione Verace Pizza Napoletana oltre 1250 pizzerie affiliate presenti in tutti e cinque i continenti. A moderare l’interessantissimo convegno seguito, oltre che dai pizzaioli, anche da un gran pubblico presente per l’evento, è intervenuto il giornalista del TG 5 Gioacchino Bonsignore. Protagonisti del dibattito con i loro interventi, sono stati Antonio Pace Presidente e anima dell'Associazione Verace Pizza Napoletana, Carlo Puca Assessore alla partecipazione attiva e immagine della città del Comune di Napoli, Claudio Ansanelli Responsabile per le politiche agricole della Regione Campania, Barbara Nappini Presidente di Slow Food Italia, Massimo Di Porzio Presidente di Confcommercio Campania e vicepresidente dell'AVPN, Raffaele Sacchi Professore di Scienze e Tecnologie Alimentari presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II e Corrado Scaglione Chef pizzaiolo, Ambasciatore del Gusto e rappresentante dell'AVPN. Partendo dal fare il punto sulle tre proposte di legge presentate  dai tre senatori Bartolomeo Amidei, Gianluca Cantalamessa e Gisella Naturale, mirante al riconoscimento giuridico della professione del pizzaiolo, che sembra in via di approvazione con una convergenza in un disegno di legge attualmente alla nona Commissione Bilancio, gli oratori hanno affrontato varie altre tematiche collaterali alla pizza, dai prodotti per la realizzazione di una Verace Pizza Napoletana al ruolo che la pizza in generale si pone nella Dieta Mediterranea ed altre problematiche del settore. Sono seguite tre giornate intense di gare dove gli oltre 200 concorrenti giunti da ogni dove ed ovviamente dall’Europa ed Italia, dopo aver partecipato a una selezione fra gli iscritti alle gare in tutto il mondo, si sono sfidati partecipando anche a più di una specialità di pizza dando luogo a oltre 350 competizioni, nelle varie categorie previste. Sette le specialità previste dal concorso: Marinara, Margherita, Mastunicola, Per Gourmet, Amatori, Fritta, Calzone. Tanti i gradi esperti di pizza, fautori del tramandare l’Arte del pizzaiolo ai propri figli come Domenico Scola presente in tutte e tre le giornate della Kermesse come Giudice di gara ai Forni con la figlia Maria Carmela anch’essa Giudice ai forni, o anche Marcello Daffinito Giudice ai forni nella prima giornata, mentre il figlio Roberto in gara nelle due giornate successive ha vinto il podio con la categoria Per Gourmet e come Miglior Fornaio. Intanto il presidente Antonio Pace, unitamente al Direttore AVPN Stefano Auricchio e al direttore Marketing Gianluca Liccardo, Massimo Di Porzio vicepresidente, Paolo Surace segretario generale,  Peter Surace assistente di laboratorio, Giuseppe Di Girolamo responsabile progetti amatoriali, Tammaro Landolfo Junior Marketing, alla Membership responsabile pizzerie Fortuna Pace, a Aurora Napolitano addetta alla formazione ed a Rita Squeglia segretaria organizzativa, hanno annunciato di aver ratificato un accordo che porterà l’AVPN a prendere parte alla “Coupe de France de la Pizza italienne 2027”, che si svolgerà il 24 e 25 marzo 2027 a Paris Expo Porte de Versailles, nell’ambito di Snack Show / Parizza+Gusto. La competizione porterà al centro della scena il savoir-faire italiano e vedrà protagonisti i professionisti francesi in una nuova sfida dedicata alla pizza e alla qualità del lavoro del pizzaiolo, promuovendo la cultura e il patrimonio della pizza italiana attraverso nuove iniziative internazionali. Un vero spettacolo il momento delle premiazioni, con il pubblico amanti ed amatori della pizza e concorrenti che hanno potuto seguire la scoperta dei vincitori proclamati a ricevere i trofei per i primi tre posti delle gare vinte. Un tripudio di applausi dai vari piani del ristorante della Piscina, sporgenti a più livelli frontalmente alla pedana del podio, a mò di stadio, da dove in modo scenografico giungevano gli applausi per il trionfatore della specifica pizza con una apoteosi per il primo classificato dando la sensazione di essere allo stadio “Maradona” e godersi i goal del Napoli Calcio. Primi classificati in ordine 1°, 2° e 3° per le varie categorie sono: Amatori, Stefano Di Filippo Italia, Patryk Chorazy Polonia, Massimo Foli Italia; Mastunicola, Luca Di Massa Italia, Simon Melki Canada, Tomoyuki Kohno Giappone; Calzone, Mahbub Alam Portogallo, Sumair Khan Portogallo, Fulvio Belfiore Italia; Pizza Fritta, Carmine Apetino Italia,Taeksub Lee Corea del Sud, Salvatore Ambrosino Spagna; Per Gourmet, Antonio Politelli Italia, Roberto Daffinito Italia, Sinan Batur Batur Germania; Marinara, Nunome Daisaku Giappone, Vito Iacopelli USA , Fabrizio Capobianco Austria; Margherita, Yokoyama Ginya Giappone, Renato Colombo Chile, Hirotada Tsuda Giappone;

Categorie Speciali: Eccellenza Donna, Claudia Pelletier Canada;Pizzaiolo più giovane (21 anni), Emanuele Rossi; Miglior Fornaio, ex aequo Samuele Traviglia, Roberto Daffinito, Salvatore Santucci; Maggior Distanza (proveniente dal Paese più lontano Rancagua – Chile Km. 12.034) Gonzalo Garay; Orto Creativo, Carla Dall’Orto; 100% Campano (per i prodotti utilizzati Fior di Latte, Blu di Bufala, Pancetta di Maialino nero casertano, Pois di Pellecchiella del Vesuvio e Pepe nero) Salvatore Santucci.

Giuseppe De Girolamo

 

Nei vigneti delle Domus avviato il primo raccolto delle uve nell’ambito del progetto vitivinicolo nato dal partenariato tra il Parco Archeologico di Pompei e Feudi di San Gregorio.

I primi vini sono attesi entro il 2029.

 

È tornata la vendemmia a Pompei, che ieri ha celebrato la Festa del Vino. L’occasione è stata la prima raccolta delle uve nell’ambito del progetto vitivinicolo nato dal partenariato pubblico-privato con il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco.

Nel corso della giornata i visitatori hanno potuto assistere alle attività della vendemmia, partecipare alle visite ad alcuni dei vigneti dell’area archeologica e prendere parte al momento conviviale con i vini di Feudi di San Gregorio, una degustazione di pane e olio IGP del Parco, Pùmpaiia, e anche di altri prodotti della Parvula Domus - Fattoria culturale e sociale del Parco, espressione della produzione agricola contemporanea sviluppata all’interno del sito archeologico.

Con la Festa del Vino, dunque, Pompei ha riproposto in chiave contemporanea un momento che richiama gli antichi saperi agricoli legati a Bacco, dio del vino, della vite, della convivialità e della rinascita della natura. Un tema particolarmente significativo per il Parco, che nel corso del 2026 ha dedicato diverse attività e iniziative alla dimensione dionisiaca della vita pompeiana, anche a seguito della recente scoperta, nella Regio IX, 10, del salone del Tiaso.

L’inizio della vendemmia è stata anche un’occasione per raccontare il lavoro di ricerca che accompagna la cura dei vigneti di Pompei e il progetto vitivinicolo nato dal Partenariato pubblico-privato siglato il 29 novembre 2024 tra il Parco Archeologico e il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco. Quello di quest’anno, quindi, non è stato un semplice raccolto, ma l'ingresso nella fase produttiva di un'azienda vitivinicola che nasce e cresce interamente dentro l'area archeologica, tra le domus che duemila anni fa erano già vigna.

È un progetto diverso da altri, soprattutto per la forma con cui prende vita: un vero partenariato che nasce con l'obiettivo di sviluppare un'iniziativa organica e di lungo periodo, mettendo a sistema le competenze del Parco e quelle del Gruppo Tenute Capaldo lungo l'intero percorso – dalla coltivazione della vite alla produzione, dalla ricerca alla valorizzazione e, a regime, alla degustazione e vendita dei vini all'interno del sito.

Il raccolto di quest'anno riguarda i 14 piccoli vigneti custoditi all'interno delle Domus del Parco, poco più di un ettaro coltivato anche con finalità di ricerca e didattica: 14 storie botaniche diverse, distribuite tra le domus, che si differenziano per varietà, allevamento, esposizione e umidità, mentre i muretti che le delimitano disegnano altrettanti microclimi. Qui si vendemmiano le varietà rosse che i Romani già coltivavano in Campania: Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso.

Ad affiancare questo primo nucleo storico è il nuovo vigneto, nato da materiale genetico prelevato dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia, e messo a dimora a inizio 2026 nell'area di Stabiae, nei pressi della Villa San Marco, cuore del piano di valorizzazione della Grande Pompei: un impianto ancora giovane, non ancora in produzione, che nei prossimi anni entrerà gradualmente a regime, ampliando il progetto anche ai vini bianchi: Fiano, Greco e Falanghina.

A guidare la ricostruzione delle tecniche antiche di coltivazione è la collaborazione con il professor Attilio Scienza dell'Università degli Studi di Milano, che affianca il progetto incrociando le evidenze storiche e archeologiche con gli strumenti della ricerca contemporanea, dalla botanica alla genetica, dall'agronomia alla viticoltura. «Pompei e la Campania sono un modello interpretativo di tutta la viticoltura italiana», spiega Scienza. «Pompei, in particolare, è un luogo unico perché è al tempo stesso luogo di confine, che ha accelerato un nuovo modello di viticoltura, e luogo di frontiera, dove le diverse realtà non si sono mai fuse e sono giunte fino a noi oggi. Il progetto è quello di fare di Pompei un esempio di come si possa ricostruire, con i tanti elementi che abbiamo a disposizione – storici, del mito, letterari nonché genetici e del DNA – le viticolture d'Italia. Abbiamo bisogno di questi luoghi perché il rapporto tra archeologia, vite e vino nei prossimi anni sarà strategico per il nostro turismo di qualità. Inoltre, ripristinare la viticoltura a Pompei nel rapporto tra pianta e vite vuol dire ritornare a ripristinare quel rapporto che è alle origini della vite».

Accanto alla ricerca, il progetto poggia sulle competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale, che segue passo dopo passo l'evoluzione dei vigneti e questa prima annata produttiva. «Siamo in una fase di ristrutturazione dei vigneti, sia nelle strutture sia nelle forme di allevamento: un anno di transizione che ci serve per conoscere meglio i microambienti di Pompei, molto particolari e di grandi prospettive», racconta Sirch. «Stiamo prendendo confidenza con i microclimi dei 14 piccoli vigneti distribuiti tra le Domus, che si differenziano per varietà, umidità ed esposizione, sono 14 storie da conoscere e interpretare. Quest’anno vendemmiamo solo qui. In generale è stata un'annata anomala in tutto il territorio, sia per le precipitazioni sia per le temperature, e per noi qui è comunque la prima volta. Siamo soddisfatti di aver dato vigore alle piante, per proseguire sui nostri obiettivi».

Un rapporto, quello tra Pompei e la vite, che il Parco Archeologico studia da decenni attraverso il proprio Laboratorio di Ricerche Applicate, indagando le caratteristiche botaniche dei vigneti dell'antica città e il loro posto nella vita quotidiana romana. Oggi quella storia si intreccia con una strategia più ampia di tutela del paesaggio e del patrimonio naturale del sito, che comprende anche la valorizzazione degli ulivi e i progetti di agricoltura sociale della fattoria culturale e sociale Parvula Domus.

«Con la Festa del Vino e con questa prima vendemmia restituiamo a Pompei un pezzo fondamentale della sua anima e della sua storia quotidiana, per rileggere oggi quelle antiche pratiche agricole che vedevano in Dioniso il loro punto di riferimento. Questa tematica riveste una rilevanza centrale per il Parco, che lungo tutto il 2026 ha promosso svariate attività incentrate sull'aspetto dionisiaco della quotidianità a Pompei, un percorso sollecitato anche dal recente rinvenimento del salone del Tiaso nella Regio IX. Per noi la vite e il vino non sono soltanto elementi archeologici da studiare, ma costituiscono un patrimonio vivo che definisce il nostro paesaggio e la cultura mediterranea. Attraverso il partenariato con il Gruppo Tenute Capaldo, coniughiamo ricerca scientifica, tutela del territorio e valorizzazione del sito in una visione di lungo periodo: veder rinascere la produzione vitivinicola tra le nostre domus e nell'area della Grande Pompei significa offrire ai visitatori un'esperienza ancora più profonda, capace di far dialogare in modo autentico il passato con il presente» commenta il Direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel.

«Vedere le prime uve raccolte dentro il Parco Archeologico è un momento che aspettavamo da tempo e che sentiamo come una grande responsabilità. Da questo primo raccolto comincia davvero la storia produttiva di un progetto che ci sta a cuore: dimostrare che si può investire con pazienza e visione di lungo periodo sul valore culturale del vino, restituendo a Pompei il ruolo che ha sempre avuto nella storia della civiltà mediterranea», dichiara Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio.

Il prossimo passo sarà la cantina di vinificazione e affinamento, individuata in un fabbricato nell'area di Stabiae: la sua realizzazione è attesa entro la vendemmia 2028, quando anche i vigneti di Stabiae inizieranno a entrare in produzione, chiudendo il cerchio del ciclo produttivo avviato quest'anno nelle Domus. Una parte dell'affinamento avverrà anche dentro le Domus, per offrire ai visitatori un'esperienza immersiva nel racconto del vino antico. I primi vini del nuovo partenariato sono attesi entro il 2029; a regime, l'azienda produrrà circa 30.000 bottiglie l'anno, affiancate da un'area di degustazione e vendita all'interno del Parco.

Con la vendemmia 2026 il progetto muove i primi passi della sua fase produttiva: un nuovo capitolo di una storia lunga duemila anni, in cui archeologia, ricerca, agricoltura e cultura del vino tornano a incontrarsi nello stesso luogo che le ha viste nascere.

 

Non soltanto il grande regista, l’uomo di teatro e d’opera conosciuto in tutto il mondo. Ma un Franco Zeffirelli privato, generoso, capace di gesti di grande umanità e profondamente legato alla Costiera Amalfitana, tanto da trasformare la sua casa di Positano in una delle espressioni più autentiche del proprio universo artistico.

È il ritratto emerso domenica 13 settembre a Palazzo Suriano, a Vietri sul Mare, in occasione della presentazione del libro “La vicina di Zeffirelli” di Gaia Zucchi, alla presenza dell’autrice e con la moderazione della giornalista Maria Consiglia Izzo.

Un incontro che, partendo dalle pagine del volume e dai ricordi personali legati al Maestro, ha permesso di guardare oltre il personaggio pubblico per raccontare soprattutto l’uomo.

«Di Franco mi ha sempre colpito la straordinaria generosità – ha raccontato Gaia Zucchi –. Era generoso non soltanto materialmente, ma nel modo di vivere i rapporti umani, di condividere quello che aveva, di aprire la propria casa e il proprio mondo alle persone alle quali voleva bene. Dietro un personaggio dalla personalità fortissima c’era un uomo capace di grandi attenzioni e di gesti che difficilmente si dimenticano».

Proprio la casa rappresenta una delle chiavi più affascinanti per comprendere il rapporto tra Zeffirelli e la Costiera Amalfitana. A Positano, nella sua amata Villa Treville, il regista non costruì semplicemente un rifugio lontano dagli impegni professionali. Quella dimora divenne progressivamente una sorta di opera di Zeffirelli, una creazione nella quale sembravano confluire tutte le componenti del suo immaginario: il gusto per la scenografia, la teatralità, il colore, l’amore per la bellezza, la natura mediterranea e la capacità di trasformare gli ambienti in luoghi capaci di raccontare una storia.

Terrazze affacciate sul mare, giardini e vegetazione mediterranea, tessuti, arredi, opere e oggetti raccolti nel corso di una vita contribuirono a creare un universo nel quale diventava difficile stabilire dove terminasse la casa e dove cominciasse la scenografia. In questa estetica profondamente mediterranea trovavano spazio anche le ceramiche vietresi, un particolare che ha assunto un significato ancora più suggestivo proprio in occasione della presentazione del libro a Vietri sul Mare.

Ad accogliere il racconto dedicato al Maestro è stato infatti Palazzo Suriano, una dimora storica che presenta singolari consonanze con la casa positanese di Zeffirelli. Due luoghi diversi per storia e identità, ma accomunati da un dialogo continuo tra architettura, arte, giardini e paesaggio mediterraneo. Anche Palazzo Suriano si apre al mare attraverso terrazze e balconi panoramici, è immerso nel verde degli agrumi e della vegetazione mediterranea e custodisce negli interni pavimenti e rivestimenti in ceramica vietrese, accanto ad affreschi e arredi d’epoca.

Quasi un gioco di rimandi tra Vietri e Positano, Palazzo Suriano e Villa Treville: due dimore della Costiera nelle quali il confine tra spazio costruito e paesaggio si assottiglia e dove il mare non rappresenta semplicemente il panorama, ma diventa parte integrante dell’esperienza estetica.

Zeffirelli aveva del resto un rapporto speciale con la Costiera. Non la considerava semplicemente uno dei luoghi più belli d’Italia, ma un paesaggio che possedeva naturalmente quella teatralità che caratterizzava il suo immaginario: i paesi arrampicati sulle montagne, il mare come fondale, le terrazze, le cupole, i colori e la vegetazione. Non sorprende, dunque, che proprio qui abbia scelto di costruire uno dei luoghi più personali della propria esistenza.

Ma Villa Treville fu anche molto altro. Grazie alla personalità di Zeffirelli e alla sua straordinaria rete di rapporti artistici e umani, la casa divenne negli anni un vero salotto internazionale della cultura e dello spettacolo, frequentato da alcuni dei più grandi protagonisti del Novecento.

«A Villa Treville poteva capitare di ritrovarsi a tavola accanto a Maria Callas, Elizabeth Taylor, Richard Burton, Rudolf Nureyev o Liza Minnelli – ha ricordato Gaia Zucchi –. Io sedevo accanto a loro e la cosa sorprendente è che, in quella casa, tutto avveniva con una naturalezza incredibile. Non avevi la sensazione di trovarti davanti a personaggi irraggiungibili: erano gli amici di Franco, persone che arrivavano, si sedevano a tavola, parlavano, scherzavano. Villa Treville aveva anche questa magia: riusciva a rendere familiare e quotidiano un mondo che, visto dall’esterno, poteva sembrare straordinario».

Ed è anche attraverso questa capacità di accogliere che torna il tema della generosità ricordato da Gaia Zucchi. «La casa per Franco non era qualcosa da tenere gelosamente per sé – ha spiegato l’autrice –. Era un luogo da vivere e da condividere. Credo che anche questo racconti molto della sua generosità: gli piaceva avere intorno le persone, accoglierle e farle entrare in quel mondo che aveva costruito».

Dietro la magnificenza della dimora, le amicizie celebri e il successo internazionale, nel corso dell’incontro di Vietri è emerso così soprattutto lo Zeffirelli della dimensione privata. Il racconto di Gaia Zucchi riduce la distanza apparentemente incolmabile tra il Maestro celebrato il tutto il mondo e l’uomo della quotidianità. Il titolo stesso del libro, La vicina di Zeffirelli, ribalta la prospettiva: il grande regista diventa un vicino di casa, una presenza reale, con le proprie abitudini, il proprio carattere e i propri affetti.

La presentazione a Palazzo Suriano ha restituito così un’immagine di Zeffirelli nella quale arte e vita finiscono continuamente per incontrarsi. La casa diventa quasi un’estensione della sua personalità e la bellezza non qualcosa da contemplare in solitudine, ma un’esperienza da condividere.

Pace, giustizia e comunicazione; Bruno Corà: l’arte come luce per i tempi difficili che viviamo; l’armonia sublime, tra dolore e ironia, del concerto di Giovanni Allevi

ASSISI 14 SETTEMBRE. La prima parte (10-13 settembre) dell’edizione 2026 del Cortile di Francesco - che ha dato molto spazio alla figura di san Francesco, ispiratore di prassi e stile di pace e a una riforma nell’ottica del bene comune anche dell’esercizio delle attività professionali - si è conclusa proprio nel segno della bellezza e dell’armonia.

La giornata particolarmente dedicata alla riflessione sulla collettività è stata quella di sabato 12 settembre con Valerio De Cesaris sull’uso - e l’abuso - della figura di san Francesco nel dibattito pubblico e con la presentazione dell’iniziativa del Parlamento europeo “Il Patto del Mediterraneo” da parte dell’onorevole Nicola Zingaretti.

Domenica 13 settembre è stata la volta della proiezione del cortometraggio “Il colore dell’amore” su resilienza e inclusione di fronte al dramma degli incidenti stradali, basato su un racconto della poetessa Lolita Rinforzi. Il panel ha visto anche la testimonianza di Luca Panichi, ciclista umbro in sedia a rotelle dopo essere stato investito da un’auto nel 1994 durante una gara.

A seguire due eventi in collaborazione con Suoni Controvento: anzitutto il dialogo “Sacro e profano. Ripartiamo dai territori” - moderato dal direttore di Rai Umbria Giovanni Parapini - con il professore Bruno Corà, Presidente della Fondazione Burri, e fra Giulio Cesareo. Si è trattato di un viaggio - guidato dall’esperienza e dalla sapienza del prof. Corà - per leggere il nostro tempo, con le sue molte contraddizioni e speranze - attraverso la lente d’ingrandimento di alcuni illustri esponenti dell’arte contemporanea, in primis Burri.

Infine, alle 21 il grande concerto di Giovanni Allevi con l’Orchestra sinfonica italiana: oltre 1200 spettatori sul prato della piazza superiore che si sono lasciati toccare dall’arte e dalla forza del Mº Allevi. Un grande ritorno dopo gli anni della malattia. Bellezza, dolore, speranza e ironia sono stati gli ingredienti di un'esperienza sublime, unica e indimenticabile. Toccante anche il riferimento di Allevi a san Francesco, colui che ci ha insegnato come tutto sia collegato e tutto vada ascoltato, percepito e rispettato, in primis l’ambiente.

«Questi primi giorni del Cortile - ha dichiarato fra Giulio Cesareo, OFMConv - sono davvero Una bella notizia. Al di là dei numeri (ospiti, partecipanti, proposte culturali, ore di dirette streaming…) ciò che mi colpisce particolarmente è il livello di partecipazione e di coinvolgimento: un’intesa fuori dal comune tra relatori e ascoltatori, tra artisti e pubblico. Davvero il Cortile di Francesco sta diventando sempre più un cammino condiviso e un’esperienza di arricchimento reciproco».

Il Cortile riprende da giovedì 17 fino a domenica 20 settembre. Nel secondo weekend sono concentrate le attività con i giovani su salute psicologica, relazioni, condivisione, musica, spiritualità e fede; poi la condivisione di esperienze (quella del celebre sacerdote influencer don Cosimo Schena - 19 settembre - e  quella estrema di Gabriele Romagnoli in Corea - 17 settembre); l’attualità della visione francescana con Pietro Maranesi e Massimo Mercati (17 settembre) e con Marco Guida e Massimiliano Marianelli (19 settembre);  la sostenibilità - in vista della 1ª Giornata nazionale del riciclo della carta - con il deputato on. Massimo Milani e Comieco (18 settembre); tecnologia, intelligenza artificiale e bene comune con Paolo Benanti, Ruben Razzante e l’esperienza di Polisophia (19 settembre); infine i temi del ben-essere e della longevità in chiave integrale con il medico Franco Berrino (20 settembre) in collaborazione con Assisi 4 life.

La dimensione estetica sarà ugualmente valorizzata con: il concerto  “Canti di rinascita” del Mº Andrea Ceccomori il 17 settembre, l’anteprima del “Cantico per le città” - attualizzazione nei nostri contesti urbani del Cantico di frate Sole - da parte della Biblioteca degli Alberi di Milano per la regia di Andrea Chiodi; lo spettacolo teatrale “Occhi e gabbie” della compagnia SIne NOmine del carcere di Spoleto per la regia di Giorgio Flamini in collaborazione con Eco Sanfra venerdì 18 settembre; il corteo musicale “Sia laudato san Francesco” per le strade di Assisi che si concluderà con il concerto di musica medievale di Anonima frottolisti nella chiesa superiore della Basilica (il 20 settembre al tramonto). 

Infine, le esperienze condivise: il workshop di design “Incanto” per la decorazione del chiostro dei morti del Sacro Convento guidato dalle professoresse Elisabetta Furin e Maddalena Vantaggi dell'Accademia delle Belle Arti di Perugia e l'atelier per la realizzazione del tappeto floreale ispirato a san Francesco da parte dei maestri infioratori di Spello. Lo svelamento per entrambe le proposte sarà domenica 20 settembre.

Programma completo e in costante aggiornamento su 
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Le partnership del Cortile di Francesco 2026

Le media partnership dell'edizione 2026 comprendono i Media Vaticani (Osservatore Romano, Vatican News, Radio Vaticana), Rai — con il Patrocinio di Rai Umbria —, il quotidiano Avvenire e il settimanale delle diocesi umbre La Voce. Rai Cultura è Content Partner. La manifestazione gode del patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni dell'VIII centenario della morte di san Francesco d'Assisi, presieduto dal poeta Davide Rondoni.

Tra le collaborazioni culturali si segnalano: il Festival dei cammini di Francesco, Suoni Controvento, Eco Sanfra, la Fondazione don Tonino Bello, le Infiorate di Spello, Polisophia, Assisi 4 life, Confindustria Umbria, l'Ordine dei Giornalisti dell'Umbria, l'Unione della Stampa Cattolica Italiana (UCSI) - Umbria, il Piccolo Teatro degli Instabili.

Tra i sostenitori dell'edizione 2026 si annoverano: la Regione Umbria, il Comune di Assisi, Comieco, la BCC di Spello e del Velino, Colacem - Colabeton - Gruppo Financo, Kimia, Legacoop Umbria, Authentica - la buona ristorazione, A.T.I. Immobiliare, Pi.Ti.color e Aboca; partner tecnologico Fibra Web; vettore ufficiale Regionale FS.

 

 

In un mondo sempre più veloce e frammentato, dove le incomprensioni possono nascere con un semplice messaggio mal interpretato o una parola di troppo, il dialogo si conferma come uno degli strumenti più preziosi per costruire relazioni sane e una società più coesa. Oggi più che mai, è necessario riscoprire l’importanza del confronto autentico, fatto non solo di parole, ma anche — e soprattutto — di ascolto.

Dialogare significa entrare in contatto.

Significa condividere pensieri, emozioni, punti di vista.

In un’epoca in cui la comunicazione è spesso superficiale e frammentata, il vero dialogo diventa un atto rivoluzionario: ci invita a rallentare, a prestare attenzione all’altro, a cercare un terreno comune anche nelle differenze.

Le parole scambiate con sincerità possono costruire ponti tra persone diverse, superare incomprensioni e prevenire conflitti. Quando dialoghiamo in modo autentico, gettiamo le basi per relazioni fondate sulla fiducia e sul rispetto reciproco.

Troppo spesso pensiamo che comunicare significhi semplicemente parlare. Ma il dialogo vero inizia con l’ascolto. Saper ascoltare davvero — senza giudicare, senza interrompere, senza voler imporre la propria opinione — è un atto di apertura e generosità. Ascoltare significa riconoscere il valore dell’altro e dargli spazio.

Attraverso l’ascolto, non solo rafforziamo i nostri legami personali, ma alleniamo anche il pensiero critico. Confrontarsi con opinioni diverse dalle nostre può metterci in discussione, ma ci permette anche di crescere, di vedere il mondo da nuove prospettive, di uscire dalla nostra “bolla”.

Il dialogo, infatti, non è solo una questione relazionale: è anche un’opportunità di crescita personale. Ogni conversazione autentica è una possibilità per imparare qualcosa di nuovo, per espandere i propri orizzonti, per mettere alla prova le proprie idee e magari rivederle. In questo senso, dialogare è un esercizio continuo di maturazione e apertura mentale.

Ma l’importanza del dialogo va ben oltre la sfera individuale. In contesti collettivi, è essenziale per affrontare problemi complessi. Nessuno ha tutte le risposte. Solo unendo prospettive diverse, mettendo in comune esperienze e competenze, possiamo trovare soluzioni efficaci a sfide globali come il cambiamento climatico, le disuguaglianze sociali, o le crisi politiche.

E proprio sul piano politico e sociale, il dialogo è alla base della democrazia. Senza confronto, non c’è partecipazione; senza ascolto, non c’è rappresentanza; senza rispetto per le opinioni altrui, non c’è libertà. Il dialogo è lo strumento attraverso cui i cittadini possono esprimere le proprie idee, contribuire al bene comune e sentirsi parte attiva della comunità.

In definitiva, dialogare non è solo una necessità. È una straordinaria opportunità. È il mezzo attraverso cui possiamo costruire relazioni profonde, promuovere la comprensione reciproca e crescere, come individui e come collettività.

In un tempo in cui urlare sembra più facile che ascoltare, e dividere più semplice che unire, il dialogo ci ricorda che le parole — se usate con cura e rispetto — possono essere il primo passo verso un futuro più umano, più giusto e più solidale.

Nicola Incampo

Perdono, giustizia riparativa e giornalismo costruttivo

Ripensare le strutture e le prassi sociali in un’ottica di fraternità e di amicizia sociale. Emozionante cineconcerto di Mario Mariani durante la proiezione del film muto Frate sole (1918)

 

ASSISI (PG) - Ha debuttato ieri il Cortile di Francesco 2026 - Una bella notizia -, ed è entrato subito nel vivo del programma con una giornata dedicata a una riflessione accurata e approfondita - pensata soprattutto per gli ordini professionali di giuristi, avvocati e dei giornalisti, per ripensare le rispettive professionalità in un’ottica di servizio alla collettività sempre più globale e inclusivo. Il Cortile di Francesco è infatti la manifestazione che propone l’eredità di san Francesco - la fraternità - come un valore ed elemento dal tenore culturale.

Nel panel del mattino, dal titolo “Perdono e giustizia riparativa”, a cura dell’Unione dei Giuristi Cattolici, i magistrati Paolo Micheli e Giovanni Rossi, per la moderazione di Simone Budelli, hanno presentato - alla luce della riforma della Giustizia in Italia, nota come Riforma Cartabia - le possibilità di una pratica della giustizia che non si limiti a “indennizzare le vittime” e a “punire” i colpevoli, ma che punti invece a un vero ristabilimento delle relazioni e del tessuto sociale. Il perdono non come una realtà incompatibile o alternativa rispetto alla giustizia, ma come “uno strumento giuridico per la crescita della società” (mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e di Foligno). “La misericordia può essere una categoria giuridica”, ha sostenuto Massimiliano Marianelli, Rettore Magnifico dell'Università degli Studi di Perugia.

Sono intervenuti anche il Sen. Avv. Francesco Sisto, Vice Ministro alla Giustizia, con un videomessaggio, e l’Avv. Carlo Orlando, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Perugia.

 

Nel pomeriggio la riflessione si è spostata sul tema della comunicazione e dell’informazione, con il convegno dal titolo “Il potere della parola”, a cura dell’Unione cattolica della Stampa Italiana e dell’Ordine dei Giornalisti. La biblista Rosalba Manes, il teologo Diego Mecenero, i giornalisti Carlo Paris, Vincenzo Varagona, Assunta Corbo - da prospettive diverse e complementari - hanno condiviso il dono e la responsabilità di una visione etica e di un’attenzione nell’esercizio della professione della comunicazione che sia performativa all’interno del consesso sociale. “Il giornalismo costruttivo sceglie di non accarezzare gli istinti primordiali delle persone  (paura, indignazione, frustrazione, ecc.) ma piuttosto cerca di aiutarle a comprendere la complessità del reale”, ha dichiarato Assunta Corbo.

Entrambi gli eventi sono stati trasmessi in diretta streaming sul canale YouTube cortiledifrancesco e sono lì tuttora disponibili.  

La serata ha visto la performance del Maestro Mario Mariani, che ha accompagnato al pianoforte con grande maestria la proiezione del film muto “Frate sole” di Ugo Falena e Mario Corsi (1918) nella straordinaria cornice della Sala della pace (antico refettorio invernale della Corte pontificia) all’interno del Sacro Convento. Nonostante il maltempo, sala gremita e pubblico coinvolto ed entusiasta per questo connubio originale tra un'opera degli inizi dell’arte cinematografica e il gusto musicale contemporaneo.   

PROSSIMI APPUNTAMENTI

Tra i principali prossimi eventi della XII edizione del Cortile di Francesco si segnala: 

Venerdì 11 settembre: giornata dedicata alla pace e all’attualità “politica” di san Francesco con

-        Presentazione della mostra del pittore Franco FortunatoTracce di F. Appunti sulla vita di Francesco d'Assisi, a cura di Francesco Cioffi (Direttore Galleria Arte Contemporanea Edarcom Europa) presso il Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco.

-        Francesci d’Assisi un uomo libero”, presentazione del volume a cura di don Bruno Bignami (Direttore dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI) e don Umberto Zanaboni (Direttore del Centro missionario della diocesi di Cremona), sul rapporto tra don Primo Mazzolari e il Santo di Assisi; con  la partecipazione del vescovo mons. Felice Accrocca e la moderazione di suor Katia Roncalli

-         Francesco d’Assisi e Tonino Bello, profeti di pace”, sul pacifismo evangelico radicale di questi due profeti, distanti cronologicamente ma vicini nella sensibilità e visione; con la partecipazione di fra Marco Moroni, Giancarlo Piccinni (Presidente della Fondazione ‘Don Tonino Bello’), l’europarlamentare Marco Tarquinio e il vescovo mons. Felice Accrocca, per la moderazione del giornalista Matteo Caione.

-        Continuano le repliche - come da programma - dello spettacolo teatrale ‘In Francesco, tre studi per una conversione”, a cura del Piccolo Teatro degli Instabili.

sabato 12 settembre

-        il dialogo tra Valerio De Cesaris, rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, e fra Marco Moroni, OFMConv, Custode del Sacro Convento, dal titolo “Pensare Francesco”, sulla storia e l’attualità dell’impatto sociale e politico della figura di san Francesco in Italia;

-        la presentazione del Patto del Mediterraneo- promosso dal Parlamento europeo - da parte dell’onorevole Nicola Zingaretti, in dialogo con Claudio Sebastiani, responsabile della sede regionale umbra di ANSA.

domenica 13 settembre

-        in collaborazione con il festival Suoni Controvento e Rai Umbria - la tavola rotonda “Ripartiamo dai territori. Sacro e profano” con Giovanni Parapini, direttore di Rai Umbria, e Bruno Corà, presidente della Fondazione Burri;

-        il concerto del Maestro Giovanni Allevi, sul prato della Piazza superiore. I biglietti sono acquistabili su Ticketitalia.

Programma completo e in costante aggiornamento su cortiledifrancesco.it

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