Cronaca

Questa sera, venerdì 11 settembre, alle 23.25 su Rai 2 (e su RaiPlay), il documentario “Cronaca di un crimine” riporta alla luce una delle pagine più nere della cronaca nazionale degli anni '30, che legò indissolubilmente il capoluogo campano agli orrori del primo serial killer seriale italiano.

Prodotto da Rose Production in collaborazione con Rai Documentari, il progetto è diretto da Fabrizio Silvestri (autore anche del soggetto) e sceneggiato dallo stesso Silvestri insieme a Walter Garibaldi. La fotografia è firmata da Bruno Cascio (vincitore del David di Donatello nel 1996), il montaggio è di Fabio Pisterzi, le musiche sono composte da Ciro Vinci e Gianluca Zanna, con la supervisione legale dell’Avv. Silvia Morescanti.

Il documentario ricostruisce la vicenda choc che nell'autunno del 1932 scosse l’Italia fascista. Al centro della narrazione c'è il macabro ritrovamento – avvenuto proprio tra le banchine della Stazione di Napoli Centrale e la Capitale – di tre valigie contenenti i resti smembrati di una donna. Era la fine tragica di Paola Gorietti, nubile di 39 anni impiegata come cameriera.

Alla ricerca disperata di un riscatto affettivo e sociale attraverso il matrimonio, la donna aveva risposto a un annuncio civetta pubblicato su un giornale, cadendo nella trappola mortale di Cesare Serviatti, ricordato dalle cronache come l’“omicida degli annunci matrimoniali”. Un predatore spietato che adescava donne sole e vulnerabili le derubava dei risparmi e ne seviziava i corpi, spedendoli via treno attraverso la Penisola nel tentativo cinico di cancellare ogni traccia e depistare le indagini. Furono i ferrovieri e i facchini della stazione napoletana a trovarsi di fronte a una scoperta che avrebbe terrorizzato l'intera opinione pubblica dell'epoca.

Più che una mera ricostruzione d'archivio o l'analisi delle prime tecniche investigative scientifiche dell’epoca, Cronaca di un crimine scava a fondo nelle dinamiche sociali che resero possibili quei delitti. Il documentario mette in luce come i pregiudizi, il controllo sociale e l'isolamento delle donne nell'Italia degli anni Trenta abbiano spianato la strada al carnefice, offrendo un parallelismo potente e doloroso con le moderne forme di violenza di genere che continuano a insanguinare la cronaca contemporanea.

Ad analizzare il contesto storico, psicologico e sociale del delitto vi è un autorevole panel di esperti e studiosi che arricchiscono il documentario con i loro interventi: Liliosa Azara, sociologa; Mauro Canali, storico; Armando Palmegiani (criminologo), Fabio Sanvitale (giornalista investigativo) e Vincenzo Maria Mastronardi (psichiatra criminale), autori del libro “Sangue sul Tevere” (Armando Editori). Il documentario si avvale inoltre delle preziose testimonianze e contributi di Dalila Ranalletta, Manuela Saccente e Don Lucio Boldrin.

A Napoli una “teologia per la città”, aperta al dialogo e con reali sbocchi professionali

 

NAPOLISi aprono le iscrizioni per il nuovo anno accademico presso la Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (PFTIM). L’offerta formativa non si rivolge soltanto ai candidati al sacerdozio e alle persone consacrate, ma in particolare ai laici che desiderano acquisire una preparazione qualificata per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), per il servizio ecclesiale e per operare nel sociale e nella cultura.

Si tratta di un momento storico particolarmente favorevole per intraprendere questo percorso: se fino a qualche anno fa chi conseguiva i titoli teologici doveva spesso trasferirsi nel Centro-Nord per insegnare, oggi le prospettive di inserimento lavorativo nelle scuole della Campania sono concrete e in forte crescita.

 

L’offerta accademica

È strutturata per accompagnare lo studente in un percorso di crescita modulare e completo, articolandosi su tre cicli di studi:

I Ciclo - Baccellierato in Teologia, che qualifica all’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole di ogni ordine e grado.

II Ciclo - Licenza in Teologia (Dogmatica o Pastorale), che prepara all’insegnamento della teologia nei Seminari e negli Istituti Superiori di Scienze Religiose (ISSR), oltre che ad assumere compiti pastorali specializzati.

III Ciclo - Dottorato in Teologia, che abilita all’insegnamento nelle Facoltà Ecclesiastiche e nei centri universitari.

 

Centro di dialogo e spazi per eventi culturali

Oltre al rigore accademico e a un corpo docente di alta qualificazione, la Sezione San Tommaso si pone come un luogo aperto al dialogo con tutti e per tutti: una sede d’incontro pronta a promuovere e ospitare convegni, seminari interdisciplinari di studio e tavole rotonde. In quest’ottica, la Facoltà mette a disposizione delle realtà esterne la propria Aula Magna e le aule didattiche, disponibili per l’utilizzo e il noleggio per eventi culturali, formativi, associativi e congressuali di alto profilo. La struttura gode di una posizione strategica a Capodimonte (facilmente raggiungibile dall’uscita della Tangenziale) ed è dotata di un ampio parcheggio interno per studenti e ospiti.

 

Le dichiarazioni

Il Decano della Sezione San Tommaso, il Prof. Francesco Asti, sottolinea il valore formativo della proposta: «La nostra Facoltà non è soltanto un luogo di studio, ma una vera comunità di ricerca e dialogo aperta alle sfide del mondo contemporaneo. Studiare teologia oggi significa acquisire strumenti critici e spirituali per interpretare la complessità del presente e mettersi al servizio della crescita culturale e umana del territorio. Invitiamo tutti coloro che cercano una formazione profonda e appassionata a varcare la porta della nostra Sezione».

Sulla portata strategica ed ecclesiale interviene il Prof. Giuseppe Falanga, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni: «Vogliamo raccontare e vivere una teologia vicina alla gente, capace di parlare a uomini e donne di ogni età e percorso di vita. In piena sintonia con la visione del nostro Arcivescovo, il Cardinale Mimmo Battaglia, la nostra è una vera e propria “teologia per la città”, pensata per mettersi concretamente al servizio della comunità, della cultura e del riscatto sociale del nostro territorio».

 

Modalità e termini di iscrizione

Le iscrizioni sono aperte ed è possibile iscriversi entro la prima metà di ottobre. La procedura si effettua interamente online sul sito ufficiale della Sezione: https://santommaso.pftim.it/.

Messaggio del Vescovo per il nuovo anno scolastico Monsignor Giuseppe Giudice: «Ci educhiamo a bandire la violenza, cattiva maestra dei nostri giorni malati»

È intitolato «Scuola: una palestra per la vita» il messaggio che monsignor Giuseppe Giudice rivolge alla comunità scolastica in occasione dell’inizio del nuovo anno 2026-2027. Il vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, delegato della Conferenza episcopale campana per l’Educazione cattolica, la Scuola, l’Università, la Cultura e l’IRC e membro della commissione episcopale per l’Educazione cattolica, la Scuola e l’Università della CEI, apre il testo con la poesia Compito in classe di Jacques Prévert invitando a tenere insieme responsabilità e capacità di sognare.

Di seguito la poesia di Jacques Prevert e il testo integrale del messaggio di monsignor Giuseppe Giudice al mondo della scuola. 

COMPITO IN CLASSE

Due e due quattro

quattro e quattro otto

otto e otto fanno sedici…

Ripetete! dice il maestro.

Due e due quattro

quattro e quattro otto

otto e otto fanno sedici

Ma ecco l'uccello-lira

che passa nel cielo

il bambino lo vede

il bambino l'ascolta

il bambino lo chiama:

Salvami

gioca con me

uccello!

Allora l'uccello discende

e gioca con il bambino

Due e due quattro…

Ripetete! dice il maestro

e gioca il bambino

e l'uccello gioca con lui…

Quattro e quattro otto

otto e otto fan sedici

e sedici e sedici che fanno?

Niente fanno sedici e sedici

e soprattutto non fanno trentadue

in ogni modo se ne vanno.

E gioca l'uccello-lira

e il bambino canta

e il professore grida:

Quando finirete di fare i pagliacci!

Ma tutti gli altri bambini ascoltano la musica

e i muri della classe tranquillamente crollano

E i vetri diventano sabbia

l'inchiostro ritorna acqua

i banchi ritornano alberi

il gesso ridiventa scoglio

la penna ridiventa uccello.

Ufficio

Comunicazioni

Sociali

J. Prevert, Compito in classe, dalla Raccolta Paroles, 1945

Carissimi,

all’inizio del nuovo Anno Scolastico 2026-2027, offro a tutti un gustoso e famoso testo di

Jacques Prevert “Compito in classe”.

È un invito, per tutti gli Operatori della Scuola, ma specialmente per gli alunni di ogni ordine e

grado, a coniugare con responsabilità l’impegno quotidiano, a volte faticoso, e la capacità di sognare

e di uscire dall’aula, e dalla fatica dell’impegno, affidandoci alle ali della fantasia, per alleggerire il

peso quotidiano e per non rimanere prigionieri dell’attimo fuggente.

Che la scuola, uscendo dalla burocratizzazione e dalle sabbie mobili, ridiventi per tutti, docenti e

discenti, una vera palestra di autentica socialità, borgo culturale, laboratorio di scienza e coscienza,

giusto spazio di addestramento e non di parcheggio, campo-base da cui partire, ben attrezzati, per

il grande pellegrinaggio della vita, che promuoverà o boccerà a suo tempo, con esami non sempre

facili.

E, soprattutto, sia luogo dove, con gesti e parole, ci educhiamo a bandire la violenza, cattiva maestra

dei nostri giorni malati.

Ascoltare, imparare, ripetere, approfondire, rispettare, aprire gli orizzonti, affinare il pensiero,

coltivare l’intelligenza artigianale, crescere come cittadini, vivere relazioni autentiche e sincere,

aspettare ed aiutare chi resta indietro, evitare il podio prima della gara, esercitare la memoria per

avere scorte nei tempi di carestia, ristabilire il patto educativo, siano i verbi che accompagnano il

nascente Anno Scolastico, tappa importante del percorso esistenziale per diventare «pittori della

propria vita» (S. Gregorio di Nissa).

Buon Anno Scolastico 2026-27!

A tutti la benedizione del Vescovo.

 

Negli attuali sconvolgimenti globali causati da guerre e crisi internazionali le grandi potenze cercano di ridisegnare i rapporti di forza del pianeta. In tale contesto che speranza hanno gli Stati più deboli, nelle contese con altri paesi, di far valere le proprie esigenze nel rispetto del diritto internazionale? Vi è dunque una forte contrapposizione tra una visione gerarchica e verticale tra le nazioni, in cui ai vertici troviamo le potenze, e che si va attualmente concretizzando, ed una orizzontale fondata su norme internazionali a tutela della sicurezza di tutti i popoli: speranza più che idea fatta carne. Per comprendere in profondità cosa significhi edificare un nuovo ordine della comunità internazionale basato sulla volontà dei più forti piuttosto che sul diritto, possiamo delucidare il concetto di physis (natura) nell’ambito della sofistica greca, corrente filosofica del V secolo a. C., esposto da Callicle e presente anche nelle Storie dello storico greco Tucidide di Atene. L’attuale volontà delle potenze di esser sempre alla ricerca di opportunità per accrescere la propria forza a discapito degli altri Stati ha fondamento nella cupiditas in ciò che Callicle chiama pleonexia, ossia l’aver di più. Esso è istinto di prevaricazione, desiderio di accrescere il proprio potere che permea ogni cosa dell’universo. Il protagonista del Gorgia platonico sostiene nella medesima opera che tale legge è quella presente in natura e ha il suo valore nella forza, poi dice testualmente: “La stessa natura chiaramente rivela esser giusto che il migliore prevalga sul peggiore, il più capace sul meno capace. Che davvero sia così, che tale sia il criterio del giusto, che il più forte comandi e prevalga sul più debole, ovunque la natura lo mostra, tra gli animali e tra gli uomini, nei complessi cittadini e nelle famiglie” (Gorgia, 483 d). Callicle poi, citando dei versi di Pindaro, espone la vicenda di Ercole e Gerione per spiegare la sua tesi. Il primo rubò i buoi al secondo, “non avendoli né pagati né ricevuti in dono, ma perché questo è giusto per natura, e cioè che i buoi, qualsivoglia altra proprietà dei meno valenti e dei più deboli, spettano al migliore e al più forte” (Gorgia, 484 c). Callicle dunque fonda la giustizia secondo natura sulla forza e quindi sulla prevaricazione. Lo storico Tucidide, nel discorso degli ateniesi ai lacedemoni, dice che nella costituzione di un impero “è sempre stata la norma che il più debole sia sottomesso al più forte” (Storie I, 76, 2). Quanto espresso da Callicle circa la physis si manifesta, quindi, nel comportamento degli ateniesi verso i suoi subordinati nel famoso episodio della presa di Melo nella guerra del Peloponneso. Essa è una delle isole delle Cicladi abitata da coloni di Sparta occupata dagli ateniesi. Lo storico greco ci riporta il dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i meli, riferendo le ragioni di entrambe le fazioni. Sin dalle prime battute i meli erano consapevoli che l’argomento principale dell’incontro fosse la loro sopravvivenza, e che se non avessero ceduto alle pretese degli ateniesi, ragionando con giustizia, ci sarebbe stato uno scontro armato. Se invece i meli si fossero arresi al nemico avrebbero perso la loro libertà. Gli ateniesi sostenevano “che la giustizia nei ragionamenti umani, impronta un giudizio se le due parti sono sottoposte a eguale costrizione; il possibile invece lo fanno i più potenti e ad esso acconsentono i più deboli” (Storie V, 89). Gli ateniesi inoltre sostenevano radicalmente, rifiutando la neutralità e l’amicizia proposta dai meli, che quest’ultima fosse prova di debolezza di uno schieramento perché accettandola ci si accontentava della pace piuttosto che di “mostrare i muscoli”. Diversamente essere odiati era indice di forza e potenza dello stesso perché suscitava timore nell’avversario. Inoltre, gli uomini al comando di Nicia, consigliavano agli isolani di arrendersi a coloro che erano i più forti per salvare la propria vita, e quindi di scegliere con prudenza. Circa la legge di natura del più forte gli attici dicevano: “Noi non abbiamo stabilito questa legge né siamo stati i primi ad applicarla dopo che era stata stabilita, ma l’abbiamo ricevuta quando esisteva già, ce ne serviamo, e la lasceremo al futuro, nel quale esisterà per sempre” (Storie V, 105, 2). I meli non cedevano alle proposte degli invasori e, confidando nell’aiuto dei loro alleati, affrontarono gli ateniesi. Quest’ultimi, con l’aiuto del comandante Filocrate mandato da Atene, massacrarono gli adulti e facevano schiavi donne e bambini, poi mandavano dalla madrepatria cinquecento coloni a ripopolare l’isola. L’analisi del concetto di physis ci fa comprendere i seri rischi della costruzione di un ordine autoritario basato solo sulle decisioni dei più forti negando le volontà degli Stati più deboli. È necessario dunque costruire la vera pace con scelte lungimiranti dei politici incentrate su norme condivise basate sul rispetto della dignità dei popoli e la tutela della sicurezza internazionale. 

Antonio Fabozzi

 

C’è una frase attribuita a Madre Teresa di Calcutta che, negli anni, ha attraversato generazioni, contesti e piattaforme digitali senza perdere la sua forza: “Se qualcuno ti resta accanto nei momenti peggiori, allora merita di essere con te nei momenti migliori.” Una riflessione breve, quasi sussurrata, ma capace di aprire interrogativi profondi sulla natura dei legami umani e sul significato autentico della vicinanza. In un tempo dominato dalla velocità delle relazioni, dalla comunicazione istantanea e da un’esposizione continua della felicità, questa frase appare come un invito a rallentare e a osservare con maggiore attenzione chi ci circonda davvero. 

I momenti difficili — lutti, fallimenti, crisi personali, solitudine — rappresentano una sorta di lente d’ingrandimento: amplificano la verità dei rapporti, smascherano le presenze superficiali e rivelano quelle autentiche. Non è nei giorni di festa che si comprende il valore di un’amicizia o di un amore. Quando tutto scorre senza ostacoli, quando il successo o la serenità rendono la vita più leggera, è facile condividere, esserci, partecipare. Ma quando la realtà si incrina, quando arrivano le difficoltà, la presenza diventa una scelta. E non tutti scelgono di restare.

Secondo diversi studi, il sostegno nei momenti critici è uno degli elementi fondamentali per il benessere individuale. Non si tratta soltanto di un conforto momentaneo, ma di una vera e propria rete di sicurezza emotiva che permette alle persone di affrontare meglio le difficoltà e di sviluppare resilienza. In questo senso, chi resta accanto a qualcuno nel dolore svolge un ruolo cruciale, spesso sottovalutato. 

La frase attribuita a Madre Teresa si inserisce perfettamente nella sua visione del mondo, fondata sull’amore concreto e sulla dignità della persona. La religiosa, nota per il suo impegno tra i più poveri e abbandonati, ha sempre sostenuto che il vero amore si misura nei gesti semplici e nella capacità di esserci quando nessun altro vuole farlo. Non è un caso che la sua figura sia diventata un simbolo universale di compassione e dedizione. Nel contesto contemporaneo, il messaggio appare ancora più significativo. I social network, pur offrendo nuove forme di connessione, spesso alimentano una rappresentazione selettiva della realtà, dove vengono mostrati soprattutto momenti positivi, successi e traguardi. In questo scenario, il dolore tende a essere nascosto, privatizzato o, al massimo, condiviso in modo filtrato. Di conseguenza, anche le relazioni rischiano di diventare più fragili, meno abituate a confrontarsi con la sofferenza. Eppure, proprio nei momenti peggiori si costruiscono i legami più solidi. Restare accanto a qualcuno quando non c’è nulla da guadagnare — quando non ci sono sorrisi da fotografare o successi da celebrare — significa scegliere una relazione autentica, basata sulla presenza e non sull’apparenza. 

C’è anche un aspetto culturale da considerare. In molte società moderne, l’individualismo ha preso il sopravvento, spingendo le persone a concentrarsi principalmente sul proprio percorso, sui propri obiettivi e sulla propria realizzazione personale. Questo orientamento, pur avendo aspetti positivi, può indebolire il senso di comunità e rendere più difficile il sostegno reciproco nei momenti di difficoltà. La frase attribuita a Madre Teresa, dunque, non è soltanto una riflessione personale, ma può essere letta anche come un richiamo collettivo. Invita a ripensare il modo in cui costruiamo e viviamo le relazioni, a dare maggiore valore alla presenza concreta, alla disponibilità, alla capacità di condividere anche il dolore. Non meno importante è il risvolto etico di questo pensiero. Restare accanto a qualcuno nei momenti peggiori richiede tempo, energia, empatia. Significa mettersi in gioco, accettare il disagio, confrontarsi con la fragilità altrui e, spesso, anche con la propria. 

Non è una scelta facile, né scontata. Ma è proprio questa difficoltà a renderla significativa. Infine, la frase suggerisce anche un criterio di valutazione personale. In un mondo dove spesso si cerca approvazione o riconoscimento, essa propone una domanda semplice ma incisiva: chi resta davvero quando le cose vanno male? La risposta, per quanto possa essere talvolta scomoda, offre una chiave preziosa per comprendere la qualità delle proprie relazioni. In definitiva, il pensiero attribuito a Madre Teresa continua a risuonare perché tocca un bisogno universale: quello di sentirsi accompagnati, sostenuti, riconosciuti anche nei momenti di fragilità. E forse è proprio lì, nel silenzio delle difficoltà condivise, che si misura il valore più autentico di un legame.

 

Nicola Incampo

 

 

Il Piano Mattei è giunto a un passaggio decisivo. Ad Addis Abeba, in occasione del Vertice Italia-Africa del febbraio 2026, l'iniziativa promossa dall'Italia ha incontrato quello che può essere considerato il suo primo autentico banco di prova politico e strategico. Non una bocciatura, né un rifiuto pregiudiziale, ma una richiesta chiara di cambio di passo: per costruire un nuovo rapporto tra Europa e Africa non bastano investimenti, infrastrutture e dichiarazioni di principio. Occorrono metodo, reciprocità e, soprattutto, il riconoscimento della storia.

Dall'Etiopia è arrivato un messaggio che merita di essere ascoltato con attenzione. I rappresentanti del Paese hanno posto sul tavolo tre questioni fondamentali: il riconoscimento della stagione coloniale italiana, segnata dall'occupazione del 1936-1941; la necessità di una reale co-programmazione delle strategie di sviluppo con l'Unione Africana; e l'esigenza di costruire un modello economico capace di mantenere sul continente africano una parte significativa delle filiere produttive e del valore generato dalle risorse.

È questo, probabilmente, il punto politico più rilevante. L'Africa contemporanea non intende più essere considerata soltanto come un immenso serbatoio di materie prime, energia e opportunità economiche per altri. Chiede di partecipare alla definizione delle strategie, di trasformare le proprie risorse sul proprio territorio, di creare occupazione qualificata e sviluppo duraturo. Non rivendica assistenzialismo, ma protagonismo.

In questa prospettiva emergono anche i limiti di un Piano Mattei concepito prevalentemente in una dimensione nazionale. Per quanto ambiziosa possa essere l'iniziativa italiana, il rischio è che venga percepita come una risposta europea solo parzialmente mascherata da cooperazione, finalizzata soprattutto alla sicurezza energetica e al controllo dei flussi migratori. Una visione difensiva, dunque, che difficilmente può produrre quella relazione paritaria evocata dalla stessa filosofia originaria del progetto.

Eppure, proprio il richiamo a Enrico Mattei potrebbe indicare una strada diversa. La celebre formula del fifty-fifty, elaborata negli anni Cinquanta nei rapporti energetici con i Paesi produttori, rappresentò allora un tentativo di superare le logiche estrattive e profondamente asimmetriche che avevano caratterizzato il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Naturalmente non si tratta di riproporre meccanicamente un modello appartenente a un'altra stagione storica, ma di recuperare il principio politico che lo ispirava: la condivisione degli interessi come condizione per costruire relazioni stabili.

Oggi quella intuizione dovrebbe essere tradotta in una prospettiva più ampia. Il Piano Mattei ha bisogno di diventare pienamente europeo. Non soltanto perché le dimensioni economiche e geopolitiche della sfida superano le possibilità di un singolo Stato, ma perché il futuro del Mediterraneo e dell'Africa riguarda l'intero continente europeo.

La crescente presenza della Cina e della Russia nel continente africano rende ancora più evidente questa necessità. Pechino e Mosca hanno compreso da tempo che l'Africa rappresenta uno dei principali spazi geopolitici del XXI secolo. L'Europa non può limitarsi a inseguire strategie altrui o a considerare il continente africano esclusivamente attraverso la lente dell'emergenza migratoria. Deve elaborare una propria visione strategica, fondata sulla cooperazione e non sulla competizione predatoria.

Servono, dunque, scelte politiche concrete. Una cabina di regia permanente tra Unione Europea e Unione Africana; una responsabilità politica europea più forte sul Mediterraneo; strumenti finanziari comuni capaci di sostenere progetti pluriennali; ma soprattutto una nuova idea di partenariato.

Un nuovo fifty-fifty, nel XXI secolo, non può riguardare soltanto la divisione degli utili. Deve significare condivisione delle conoscenze, trasferimento tecnologico, formazione comune. Scuole, università, centri di ricerca, percorsi di formazione professionale e sistemi sanitari dovrebbero diventare il cuore di una cooperazione nuova, costruita non per l'Africa ma insieme all'Africa.

È su questo terreno che si misura la credibilità di una politica internazionale realmente innovativa. Perché lo sviluppo non si esporta: si costruisce attraverso istituzioni, competenze, lavoro e partecipazione. E nessun progetto potrà essere efficace se continuerà a considerare l'Africa come destinataria passiva di decisioni assunte altrove.

Da Addis Abeba arriva, dunque, una lezione che va oltre il Piano Mattei. L'Africa non chiede semplicemente più capitali: chiede di essere riconosciuta come soggetto politico ed economico, protagonista del proprio destino. È una domanda di dignità, ma anche una precisa richiesta di corresponsabilità.

Il vero salto di qualità, allora, consiste nel passare da un Piano italiano per l'Africa a un grande progetto euro-africano costruito insieme. Senza questa dimensione, il Piano Mattei rischia di restare un'iniziativa ambiziosa ma incompiuta, inevitabilmente zoppicante rispetto alla complessità delle sfide contemporanee.

Con un'Europa capace di assumersi fino in fondo la propria responsabilità storica e politica, e con un'Africa finalmente riconosciuta come partner alla pari, potrebbe invece nascere una piattaforma di cooperazione autentica: non un ponte costruito per attraversare una distanza, ma uno spazio comune nel quale costruire sviluppo, stabilità e futuro.

Forse è proprio questa la sfida che l'Etiopia ha consegnato all'Europa: comprendere che il futuro delle due sponde non può più essere pensato separatamente. 

Fioravante Ascolese e Rosa Bianco

San Bartolo Longo, patrono di Pompei

fa visita alle parrocchie della Città

 

L’Apostolo del Rosario morì il 5 ottobre 1926. Oltre che il Santuario, le Opere di Carità e la Congregazione delle “Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei”, a lui e alla sua Consorte, la Contessa Marianna Farnararo De Fusco, si deve la costruzione della Nuova Pompei. La Santa Sede, accogliendo le richieste della Prelatura condivise dall’Amministrazione comunale, ha accolto la proposta di eleggere Bartolo Longo patrono della Città di Pompei. Questa mattina l’annuncio dell’Arcivescovo Prelato, Monsignor Tommaso Caputo, che, alla presenza del Sindaco Giuseppe Tortora, ha anche comunicato i vari appuntamenti per preparare e celebrare una data davvero storica.

 

Alle 10.30 di questa mattina, nella Cappella “San Bartolo Longo”, l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha presieduto la preghiera e ha annunciato, alla presenza del sindaco della Città mariana, dottor Giuseppe Tortora, del clero della Prelatura, di religiosi e religiose, di numerosi cittadini pompeiani e pellegrini, le iniziative in programma per il centenario della morte dell’Apostolo del Rosario che, insieme alla consorte, la Contessa Marianna Farnararo De Fusco, fondò il Santuario di Pompei, le Opere di carità annesse, la Congregazione delle “Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei” e la Nuova Città.

San Bartolo morì il 5 ottobre 1926 e, per i credenti, la data della dipartita è considerato il “dies natalis”, il giorno della nascita in Cielo, e un centenario è un evento da celebrare con particolare solennità. Pompei fu costituita come comune autonomo un anno e cinque mesi dopo la sua morte, il 29 marzo 1928, ma Longo morì consapevole che presto la Nuova Città avrebbe raggiunto anche questo traguardo per il quale si era molto impegnato. È proprio in considerazione del legame profondo tra Pompei e il suo Fondatore che stamane l’Arcivescovo Caputo ha dato a tutti un grande annuncio che renderà ancora più speciale la data del centenario: il Dicastero per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ha concesso la “confirmatio” con la quale la Sede Apostolica accoglie la proposta della Prelatura Territoriale di Pompei per l’elezione di San Bartolo come patrono della Città. Sarà celebrato il 5 ottobre di ogni anno. La proposta è stata condivisa anche dall’Amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Tortora, quale segno della profonda gratitudine verso San Bartolo dell’intera cittadinanza chiamata a raccoglierne il testimone nella promozione della preghiera del Rosario, nella difesa degli ultimi e degli emarginati, nell’operare e testimoniare il valore assoluto della pace universale. Al termine dell’incontro, tra l’altro, il primo cittadino ha rimarcato come il riconoscere San Bartolo come Patrono renda ancora più profondo il legame con la Città. Longo e tutta la sua opera sono alla radice della storia religiosa, sociale e civile della Nuova Pompei.

È opportuno ricordare che lo stesso Dicastero aveva già confermato l’elezione della Beata Vergine Maria del Santo Rosario come Patrona della Prelatura col riconoscimento del grado liturgico di solennità della data dell’8 maggio.

La ricorrenza di lunedì 5 ottobre sarà preceduta – da giovedì 24 settembre a giovedì 1° ottobre – dalla “peregrinatio” della statua e delle reliquie di San Bartolo nelle parrocchie di Pompei: si comincerà con l’Immacolata Concezione per poi proseguire il cammino nelle comunità di Santa Maria Assunta, del Santissimo Salvatore, del Sacro Cuore di Gesù e di San Giuseppe. Il 29 e il 30 settembre si continuerà nelle parrocchie del Sacro Cuore (frazione di Mariconda) e dei Sacri Cuori (nella frazione di Messigno): le due comunità si trovano nel Comune di Pompei, ma sono parte dell’Arcidiocesi di Sorrento-Castellamare di Stabia. La “peregrinatio” si concluderà il primo ottobre nella parrocchia di Santa Maria Goretti, nella frazione di Fontanelle, il cui territorio è suddiviso tra Pompei e Castellammare. In ogni realtà la preghiera, e in particolare la celebrazione della Santa Messa, si unirà alla catechesi e all’approfondimento di alcuni aspetti della vita e del carisma di San Bartolo.

Come tradizione, nel giorno dell’antivigilia della Supplica, venerdì 2 ottobre, si terrà la discesa del Quadro (alle 18). Dopo la Santa Messa delle 19 e la chiusura del Quadro, alle 20.30, nel Teatro “Di Costanzo-Mattiello”, a via Sacra, sarà proiettato il video intitolato “Nelle tue mani. Bartolo Longo, il Santo del Rosario”, realizzato da TV2000. La veglia di preghiera di sabato 3 ottobre avrà inizio alle 20 e, dopo la Messa celebrata a mezzanotte, proseguirà fino all’alba della prima domenica del mese del Rosario, giorno della Supplica di ottobre. A presiedere la Santa Messa in piazza Bartolo Longo, alle 10.30 del 4 ottobre, sarà l’Arcivescovo Paolo Rudelli, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, che a mezzogiorno guiderà la recita della Supplica, composta da San Bartolo nel 1883. All’evento parteciperanno anche gli ex alunni delle Opere di Carità e delle Scuole Pontificie del Santuario che, in onore del Fondatore, terranno il loro Raduno nazionale nel pomeriggio.

Lunedì 5 ottobre, giorno del centenario della morte di San Bartolo, alle 10 sarà celebrata in Santuario la Santa Messa con la partecipazione delle Scuole Primarie di Pompei. Alle 11 si rinnoverà il rito dell’omaggio floreale al Monumento di San Bartolo nella Piazza a lui dedicata. La cerimonia sarà animata dalla musica del Complesso bandistico “Bartolo Longo-Città di Pompei”. Mezz’ora più tardi, ancora in Santuario, sarà officiata la Messa, alla quale parteciperanno le Scuole Secondarie di Pompei. Alle 18 l’Arcivescovo Caputo presiederà la concelebrazione con la partecipazione delle comunità parrocchiali della Città. La giornata si concluderà con il rito della chiusura del Quadro. Seguiranno i fuochi d’artificio e una degustazione di dolci offerti dalle pasticcerie di Pompei. Dal 2 al 5 ottobre sarà dato spazio anche all’arte e, al Museo Temporaneo d’Impresa del Comune, sarà possibile visitare la Personale di Pittura contemporanea del Maestro Luigi Rizzo in onore di Bartolo Longo.

 

C’è una frase attribuita a Madre Teresa di Calcutta che, negli anni, ha attraversato generazioni, contesti e piattaforme digitali senza perdere la sua forza: “Se qualcuno ti resta accanto nei momenti peggiori, allora merita di essere con te nei momenti migliori.” Una riflessione breve, quasi sussurrata, ma capace di aprire interrogativi profondi sulla natura dei legami umani e sul significato autentico della vicinanza. In un tempo dominato dalla velocità delle relazioni, dalla comunicazione istantanea e da un’esposizione continua della felicità, questa frase appare come un invito a rallentare e a osservare con maggiore attenzione chi ci circonda davvero. 

I momenti difficili — lutti, fallimenti, crisi personali, solitudine — rappresentano una sorta di lente d’ingrandimento: amplificano la verità dei rapporti, smascherano le presenze superficiali e rivelano quelle autentiche. Non è nei giorni di festa che si comprende il valore di un’amicizia o di un amore. Quando tutto scorre senza ostacoli, quando il successo o la serenità rendono la vita più leggera, è facile condividere, esserci, partecipare. Ma quando la realtà si incrina, quando arrivano le difficoltà, la presenza diventa una scelta. E non tutti scelgono di restare.

Secondo diversi studi, il sostegno nei momenti critici è uno degli elementi fondamentali per il benessere individuale. Non si tratta soltanto di un conforto momentaneo, ma di una vera e propria rete di sicurezza emotiva che permette alle persone di affrontare meglio le difficoltà e di sviluppare resilienza. In questo senso, chi resta accanto a qualcuno nel dolore svolge un ruolo cruciale, spesso sottovalutato. 

La frase attribuita a Madre Teresa si inserisce perfettamente nella sua visione del mondo, fondata sull’amore concreto e sulla dignità della persona. La religiosa, nota per il suo impegno tra i più poveri e abbandonati, ha sempre sostenuto che il vero amore si misura nei gesti semplici e nella capacità di esserci quando nessun altro vuole farlo. Non è un caso che la sua figura sia diventata un simbolo universale di compassione e dedizione. Nel contesto contemporaneo, il messaggio appare ancora più significativo. I social network, pur offrendo nuove forme di connessione, spesso alimentano una rappresentazione selettiva della realtà, dove vengono mostrati soprattutto momenti positivi, successi e traguardi. In questo scenario, il dolore tende a essere nascosto, privatizzato o, al massimo, condiviso in modo filtrato. Di conseguenza, anche le relazioni rischiano di diventare più fragili, meno abituate a confrontarsi con la sofferenza. Eppure, proprio nei momenti peggiori si costruiscono i legami più solidi. Restare accanto a qualcuno quando non c’è nulla da guadagnare — quando non ci sono sorrisi da fotografare o successi da celebrare — significa scegliere una relazione autentica, basata sulla presenza e non sull’apparenza. 

C’è anche un aspetto culturale da considerare. In molte società moderne, l’individualismo ha preso il sopravvento, spingendo le persone a concentrarsi principalmente sul proprio percorso, sui propri obiettivi e sulla propria realizzazione personale. Questo orientamento, pur avendo aspetti positivi, può indebolire il senso di comunità e rendere più difficile il sostegno reciproco nei momenti di difficoltà. La frase attribuita a Madre Teresa, dunque, non è soltanto una riflessione personale, ma può essere letta anche come un richiamo collettivo. Invita a ripensare il modo in cui costruiamo e viviamo le relazioni, a dare maggiore valore alla presenza concreta, alla disponibilità, alla capacità di condividere anche il dolore. Non meno importante è il risvolto etico di questo pensiero. Restare accanto a qualcuno nei momenti peggiori richiede tempo, energia, empatia. Significa mettersi in gioco, accettare il disagio, confrontarsi con la fragilità altrui e, spesso, anche con la propria. 

Non è una scelta facile, né scontata. Ma è proprio questa difficoltà a renderla significativa. Infine, la frase suggerisce anche un criterio di valutazione personale. In un mondo dove spesso si cerca approvazione o riconoscimento, essa propone una domanda semplice ma incisiva: chi resta davvero quando le cose vanno male? La risposta, per quanto possa essere talvolta scomoda, offre una chiave preziosa per comprendere la qualità delle proprie relazioni. In definitiva, il pensiero attribuito a Madre Teresa continua a risuonare perché tocca un bisogno universale: quello di sentirsi accompagnati, sostenuti, riconosciuti anche nei momenti di fragilità. E forse è proprio lì, nel silenzio delle difficoltà condivise, che si misura il valore più autentico di un legame.

 

Nicola Incampo

 

 

Mercoledì 2 settembre 2026 - Firenze.

Le aree interne del nord e del sud in un unico abbraccio.

​Una giornata storica a San Godenzo, in provincia di Firenze, dove su proposta della Svimar è stato compiuto un passo straordinario: Firenze diventa capitale d'Italia del coordinamento dei sindaci e dei comuni delle aree interne dell'Italia!

​Un grande risultato che unisce concretamente il Nord e il Sud del Paese, rinsaldando i rapporti e dando vita a una rete forte e coesa per il rilancio dei nostri territori.

​Un ringraziamento speciale alla sindaca di Firenze Sara Funaro e al consigliere della città metropolitana Nicola Armentano per la loro preziosa partecipazione, e a tutta l'amministrazione di San Godenzo per l'accoglienza.

​Lavorare insieme, da Nord a Sud, è la chiave per dare voce, futuro e centralità a tutte le aree interne d'Italia!

 

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