Cronaca

Dal 1° settembre sarà pubblicato l’avviso 2026-2027, stanziati 50mila euro; c’è tempo fino al 28 febbraio 2027

Premio internazionale Francesco e Carlo, online il nuovo bando

Raggiunti 5 continenti, hanno partecipato 57 nazioni e sono stati erogati 275mila euro

ASSISI – Sarà online dal 1° settembre il nuovo avviso per partecipare all’edizione 2026-2027 del premio internazionale “Francesco d’Assisi e Carlo Acutis, per una economia della fraternità” che mette a disposizione 50mila euro. Il concorso, bandito dalla Fondazione diocesana Assisi Santuario della Spogliazione, è rivolto a persone, enti, associazioni e società, di qualunque parte del mondo, e specialmente delle regioni più povere che, per far fronte alla mancanza di opportunità e alle scarse possibilità economiche si mettono insieme, in forme cooperative o comunque di collaborazione, intorno a valide idee progettuali in favore delle fasce deboli per lo sviluppo dei propri territori e delle proprie comunità. Accrescendo i principi etico-valoriali del Premio, i progetti presentati devono rappresentare iniziative che innescano processi economici di compartecipazione. Saranno ammessi anche progetti già avviati (al massimo da cinque anni), come da relativa documentazione richiesta. A parità di giudizio da parte della Commissione valutativa saranno privilegiati quelli più recenti. La domanda di partecipazione, online sul sito www.francescoassisicarloacutisaward.com, deve essere presentata entro il 28 febbraio 2027. Il riconoscimento, come previsto nello statuto e nel regolamento, è istituito allo scopo di “promuovere un rinnovamento dell’economia all’insegna dell’universale fraternità di tutti gli esseri umani a partire dalla condizione e dagli interessi dei più umili e disagiati, nella prospettiva evangelica dell’unica paternità di Dio e del suo disegno di amore per tutti i suoi figli”.  Grazie a questo Premio, dal 2021 ad oggi sono stati raggiunti 5 continenti, 57 nazioni hanno mandato una domanda e sono stati erogati 275.000,00 euro (donati dai benefattori italiani e stranieri per avviare una vera economia della fraternità).

MONTEFREDANE (AV) – Ci sono gesti antichi che conservano una straordinaria capacità di parlare al futuro. Mettere un seme nella terra è uno di questi: un atto semplice, quasi primordiale, che racchiude una promessa di vita, di cura e di responsabilità. È da questo gesto, e dal rapporto profondo tra alimentazione, ambiente e salute, che domenica 23 agosto, alla Tenuta Ippocrate di Montefredane, ha preso forma “Dalla terra alla salute – Il risveglio dei semi antichi”, una giornata che ha trasformato la riflessione sul benessere in un’esperienza concreta, partecipata e corale.

Non una semplice iniziativa dedicata alla riscoperta dei semi antichi, dunque, ma un percorso capace di intrecciare scienza e natura, prevenzione e consapevolezza, memoria e futuro. Un confronto nato dalla convinzione che la salute non possa essere affidata soltanto alla cura della malattia, ma debba diventare una cultura quotidiana, fondata su scelte consapevoli, corretti stili di vita e rispetto per la terra.

La Tenuta Ippocrate, con i suoi noccioleti, gli uliveti, le coltivazioni e i vigneti, ha rappresentato la cornice ideale di questo incontro. Un luogo nel quale la terra non è soltanto paesaggio, ma patrimonio, storia e identità. La sua stessa origine custodisce una memoria particolare: l’area della Tenuta sorge infatti sopra quelle che furono le antiche terme della Contessa Angelica Caracciolo, alimentate da una sorgente di acque salso-bromo-iodiche conosciuta come “Pozzo del sale”. Una storia che racconta quanto sia antico il rapporto fra questo territorio e il tema della salute.

Oggi quelle terre continuano a esprimere la propria vocazione attraverso produzioni agricole e vitivinicole che affondano le radici nella specificità del suolo. Tra queste, il Fiano “Primum”, il cui nome richiama il principio medico del “primum non nocere”, rappresenta quasi una sintesi simbolica della filosofia che ha accompagnato la giornata: non nuocere alla persona, non nuocere alla terra, non nuocere al futuro.

Il primo messaggio è arrivato proprio dalla terra. Tra i campi e i noccioleti, la semina dei semi antichi ha assunto il valore di un vero rito collettivo. Un gesto agricolo che è diventato anche una presa di posizione culturale: difendere la biodiversità significa contrastare l’omologazione, custodire la memoria agricola, restituire valore alla stagionalità e alla qualità del cibo.

In una società dominata dalla velocità dei consumi e dalla crescente distanza fra uomo e produzione alimentare, tornare al seme significa recuperare una parte della propria identità. E in Irpinia questo significato è ancora più forte, perché la terra conserva saperi, pratiche e tradizioni che appartengono alla storia stessa delle comunità.

A dare profondità scientifica alla giornata sono stati i sette professionisti indicati come i “Magnifici 7”: il dottor Rocco Fusco, del Centro Medico “La Salute”, il dottor Vincenzo Bove, il dottor Giovanni Moscarella, il dottor Gerardo Torre, il dottor Mariano Amici, il dottor Bruno Corrado e il dottor Giuseppe Rossi.

Sette competenze e sensibilità differenti, accomunate dalla necessità di riportare la prevenzione al centro del discorso sulla salute. Il confronto ha proposto una visione nella quale alimentazione, movimento, respirazione, equilibrio psicofisico e rapporto con l'ambiente non costituiscono elementi separati, ma parti di un'unica traiettoria di benessere.

Da questa impostazione nasce anche il percorso residenziale “Le Traiettorie e Restare”, promosso alla Tenuta Ippocrate, che propone un’esperienza immersiva orientata alla consapevolezza del proprio ritmo, all’attività fisica, alla respirazione e all’educazione a stili di vita più equilibrati, sotto la guida clinica del dottor Fusco e con il contributo psicopedagogico del dottor Bove.

La dimensione esperienziale ha avuto un ruolo centrale. Il soggiorno alla Tenuta ha permesso ai partecipanti di vivere direttamente alcune pratiche del percorso, dalla respirazione agli esercizi finalizzati alla riattivazione dell’organismo, fino alla ginnastica mattutina. Una modalità che ha cercato di trasformare la teoria in esperienza e la conoscenza in consapevolezza.

Ma la salute, per essere autentica, passa anche attraverso la convivialità. E così il pranzo bucolico, curato dall’executive chef Aldo Basile, ha completato il racconto della giornata portando in tavola prodotti naturali e sapori della tradizione: dalla bruschetta al pomodoro alla pasta, patate e provola, alle verdure e alle altre preparazioni legate alla cultura gastronomica del territorio, accompagnate dal vino della Tenuta.

Il cibo è tornato così alla sua dimensione originaria: non semplice consumo, ma cultura, relazione, piacere e consapevolezza.

Nel confronto pomeridiano, la riflessione si è poi allargata alle responsabilità individuali e collettive che riguardano il sistema alimentare contemporaneo, con una forte attenzione alla qualità degli alimenti, alla prevenzione e alla necessità di sviluppare una maggiore autonomia nelle scelte che riguardano la propria salute.

È qui che il seme antico ha assunto il suo significato più potente. Non soltanto patrimonio agricolo, ma metafora di una libertà possibile: la libertà di conoscere, scegliere, prendersi cura di sé e difendere ciò che rende fertile il territorio.

La giornata di Montefredane ha dunque messo in comunicazione due dimensioni apparentemente lontane: quella della medicina e quella della terra. In realtà profondamente legate. Perché prima della cura viene la prevenzione; prima della prevenzione viene la consapevolezza; e prima ancora c’è la capacità di riconoscere il valore di ciò che introduciamo nel nostro organismo e di ciò che lasciamo alle generazioni future.

La Tenuta Ippocrate si è confermata, ancora una volta, un luogo nel quale agricoltura, cultura, alimentazione e salute possono incontrarsi e costruire un linguaggio comune. Un luogo nel quale la memoria non viene celebrata come nostalgia, ma utilizzata come strumento per immaginare il domani.

Perché ogni seme contiene una promessa. E quello affidato alla terra di Montefredane, in una domenica di agosto, ha raccontato una verità semplice e insieme radicale: il futuro non si aspetta. Si semina.

E seminare salute significa, prima di tutto, seminare consapevolezza, biodiversità, cultura e vita.

Manca poco meno di un mese alla festa patronale di Sant’Innocenzo e Grassano (Prov. di Matera) si prepara a viverla in un modo davvero originale. Da domenica prossima prenderà infatti il via un percorso itinerante che porterà il busto del patrono a visitare, una dopo l’altra, le principali parrocchie del paese, in un cammino di avvicinamento alla grande festa di fine settembre.

Il primo appuntamento è fissato per domenica, quando il simulacro verrà trasferito dalla chiesa madre alla parrocchia del Carmine, storica chiesa della parte bassa del paese che custodisce ancora oggi pregevoli quadri settecenteschi di scuola napoletana. Qui il busto rimarrà per un’intera settimana, accogliendo la devozione dei fedeli del quartiere, tra momenti di preghiera comunitaria, rosari serali e la possibilità per i grassanesi di rendere omaggio al patrono in un contesto più raccolto rispetto alla grande festa.

Trascorsi i sette giorni, il busto proseguirà il suo cammino verso la parrocchia di Santa Maria della Neve, dove si ripeterà lo stesso schema: una settimana di accoglienza, preghiera e devozione popolare. Infine, nella settimana immediatamente precedente i festeggiamenti patronali veri e propri, il simulacro farà ritorno alla chiesa madre, punto di partenza e di arrivo di questo singolare itinerario, pronto per essere protagonista della processione clou del 22 settembre.

Si tratta di un’iniziativa che ha il sapore di una festa diffusa, capace di coinvolgere l’intera comunità nelle settimane che precedono il giorno clou dei festeggiamenti. Ogni parrocchia, per qualche giorno, potrà infatti “ospitare” il santo patrono, vivendo un momento di raccoglimento più intimo e ravvicinato, prima del grande appuntamento collettivo della festa vera e propria, quando le vie del centro si riempiono di fedeli, turisti e concittadini tornati apposta da fuori regione.

È un modo, potremmo dire scherzando ma non troppo, con cui ciascuna comunità parrocchiale sembra voler dire: “anche noi vogliamo tenerci il santo patrono un po’ tutto per noi”. Un gesto che, al di là della battuta, racconta bene il legame profondo che unisce Grassano al suo protettore e la voglia di vivere l’attesa della festa non come semplice countdown, ma come un vero cammino di fede condiviso, tappa dopo tappa, tra le diverse anime religiose del paese.

Ma chi era Sant’Innocenzo?

Sant’Innocenzo fu un guerriero martire della Legione Tebea, caduto ad Agauno (l’odierna Saint-Maurice, in Svizzera) sotto l’imperatore Massimiano Erculeo.  Apparteneva a una legione romana composta interamente da soldati cristiani, la Legione Tebea, sterminata tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, durante l’impero di Diocleziano e Massimiano, per essersi rifiutata di rinnegare la propria fede.  Secondo la tradizione, tra i pochissimi scampati all’eccidio ci fu Sant’Alessandro, che divenne poi vescovo di Bergamo: un dettaglio che lega idealmente la storia del patrono grassanese a quella di altre comunità cristiane sopravvissute alla persecuzione.

Il culto di Sant’Innocenzo a Grassano ha radici molto antiche: la festa patronale fu istituita nel 1646 da Papa Innocenzo X,  e da allora si rinnova ininterrottamente ogni anno, arrivando ormai a superare le 370 edizioni. Ancora oggi, durante la processione, i giovani portatori del simulacro sfilano vestiti da soldati romani, in omaggio proprio alla storica legione a cui il santo apparteneva: un dettaglio scenografico che rende la processione grassanese particolarmente suggestiva e riconoscibile, e che si ripete da quasi quarant’anni con abiti realizzati appositamente da costumisti locali.

Il santo viene venerato nella chiesa madre del paese, cuore religioso di Grassano, ma come dimostra proprio l’iniziativa di queste settimane, la sua devozione travalica i confini di un’unica parrocchia per abbracciare l’intera comunità cittadina.

La festa di Sant’Innocenzo non è solo un appuntamento religioso, ma il momento identitario per eccellenza per i grassanesi, compresi i tanti che negli anni hanno lasciato il paese per lavoro e che ogni settembre organizzano il rientro per l’occasione, arrivando da altre regioni italiane e persino da Europa, Stati Uniti e Australia. Proprio per questo, iniziative come quella del busto itinerante tra le parrocchie assumono un valore che va oltre il semplice aspetto liturgico: sono un modo per tenere viva, settimana dopo settimana, l’attesa e il senso di appartenenza che accompagnano la comunità fino al grande giorno della processione.

 

Nicola Incampo

 C’è un proverbio indiano che dice: “Sii come il cedro, che profuma anche l’ascia che lo abbatte”

 Proviamo a riflettere, perché questo proverbio, se lo si guarda bene, contiene diversi strati.

 Il primo strato è quello più immediato: la generosità che sopravvive al dolore.

Il cedro non smette di essere se stesso nel momento in cui viene colpito. L’ascia lo taglia, ma il legno continua a emanare il proprio profumo fino all’ultimo. C’è qualcosa di quasi disarmante in questa immagine: non è un atto di volontà nel senso comune — il cedro non “decide” di perdonare, come farebbe una persona che si sforza di essere magnanima. Il profumo è semplicemente ciò che è, indipendentemente da chi lo respira o da chi lo sta abbattendo. Ed è proprio questo il punto: la reazione più nobile non è quella pensata a tavolino, calcolata come risposta a un torto. È quella che nasce da chi siamo già, prima ancora che il torto avvenga.

Il secondo strato riguarda l’identità e la sua indipendenza dalle circostanze.

Qui il proverbio tocca qualcosa di molto profondo sulla natura del carattere. Se il mio comportamento    cambia radicalmente a seconda di come vengo trattato — gentile con chi è gentile, aspro con chi è    aspro — allora, in un certo senso, non sono davvero io a governare la mia risposta: è l’altro. Sono   reattivo, non autentico. Il cedro, invece, ci mostra un’alternativa: un’identità così radicata che    nemmeno la violenza riesce a scalfirla. Non significa essere insensibili al dolore — il cedro viene comunque abbattuto, la ferita è reale — ma significa che il dolore non ha il potere di trasformarci in qualcosa che non vogliamo essere.

 Il terzo strato, forse il più difficile, è la distinzione tra questa forma di forza e la sottomissione.

È facile fraintendere questo proverbio come un invito alla passività, quasi un elogio del martirio o    dell’accettazione supina del male. Ma non credo sia questo il senso. Il cedro non chiede all’ascia di   continuare a colpirlo. Non c’è nella metafora nessuna approvazione della violenza. C’è, piuttosto, la scelta — sofferta, non ingenua — di non lasciare che la violenza subita diventi anche la propria natura. Restare gentili non significa restare vulnerabili per sempre alla stessa ascia: si può profumare l’aria e, allo stesso tempo, allontanarsi, proteggersi, dire basta. La saggezza del cedro non esclude i confini; esclude solo l’avvelenamento interiore, il lasciare che l’odio per chi ci ha colpiti diventi la sostanza di cui siamo fatti.

 E infine, un pensiero più personale.

Forse il motivo per cui proverbi come questo colpiscono così nel profondo è che toccano una domanda che tutti, prima o poi, ci poniamo: cosa resta di me quando vengo ferito? Alcune persone, dopo un torto, si unificano attorno al rancore — è comprensibile, è umano. Altre, invece, sembrano attraversare il dolore mantenendo intatta una qualità di fondo, una gentilezza che non è ingenuità ma resistenza tranquilla. Non è un dono che si ha o non si ha: è più simile a una pratica, qualcosa che si coltiva nel tempo, colpo dopo colpo, scelta dopo scelta.

Il cedro non nasce già saggio. Cresce per anni prima che il suo legno sviluppi quella resina profumata. 

 E' forse questo il vero insegnamento nascosto: la capacità di rispondere al male con qualcosa di più grande non è immediata, si costruisce. E ogni volta che si riesce, anche solo un po’, a non farsi definire   dall’ascia che colpisce, si rinforza qualcosa che nessuna violenza può davvero portare via.

 

 Nicola Incampo

 

 

 

 

 

A pochi mesi dal Premio Pellegrini di Pace consegnato a Napoli nella Basilica di San Giovanni Maggiore alla regista Kaouther Ben Hania, la notizia dell'inchiesta penale aperta dall'esercito israeliano riporta al centro la vicenda della piccola Hind Rajab uccisa a Gaza.

C'è una voce che continua a chiedere ascolto, anche a due anni di distanza. È quella di Hind Rajab, la bambina di cinque anni uccisa a Gaza City nel gennaio 2024 insieme a nove componenti della sua famiglia e a due soccorritori della Mezzaluna Rossa, mentre al telefono implorava aiuto. Quella voce, diventata simbolo internazionale del plausibile genocidio dei palestinesi torna oggi al centro della cronaca: l'esercito israeliano ha reso noto di aver richiesto l'apertura di un'inchiesta penale sui colpi di arma da fuoco che provocarono la strage, nell'ambito di una revisione che riguarda altri episodi ad alto profilo avvenuti durante il conflitto a Gaza.

Una notizia che Pellegrini di Pace accoglie con la stessa attenzione e la stessa cura con cui, lo scorso 16 giugno, ha scelto di raccontare la storia di Hind Rajab a una comunità intera. Nella Chiesa di San Giovanni Maggiore, nell'ambito del Premio Internazionale «Pellegrini di Pace» fortemente voluto dal cardinale don Mimmo Battaglia, è stata proiettata «La voce di Hind Rajab», il film con cui la regista tunisina Kaouther 

Ben Hania — insignita proprio in quell'occasione del riconoscimento del “ Premio Internazionale Pellegrini di Pace — ha portato sul grande schermo la tragedia della piccola, restituendole un volto e una voce che nessuna indifferenza potrà più cancellare.

A consegnare il premio alla regista fu, in un gesto di rara intensità simbolica, Salma, una bambina palestinese che frequentava la stessa scuola di Hind e che oggi vive a Napoli, giunta in Italia attraverso un corridoio umanitario insieme alla sua famiglia. Un passaggio di testimone tra memoria e speranza per dare voce a chi rischia di essere dimenticato, e riconoscere nell'arte e nella cultura strumenti autentici di testimonianza civile.

Con quel riconoscimento, l'Arcidiocesi di Napoli ha scelto ancora una volta di schierarsi dalla parte di chi è più debole, promuovendo il dialogo e la giustizia come uniche vie percorribili di fronte alla sofferenza dei conflitti. La richiesta di un'inchiesta penale sulla morte di Hind Rajab non chiude una vicenda, ma ne conferma la rilevanza universale: è un passaggio che riguarda la verità, la giustizia e la dignità di ogni vittima innocente, e che si guarda con la speranza che possa contribuire a un percorso di chiarezza e responsabilità.

«Continuiamo a credere che la memoria sia un atto di giustizia- afferma mons. Gennaro Matino, provicario dell'Arcidiocesi di Napoli- e che ogni storia come quella di Hind debba restare un monito contro l'indifferenza». L'impegno del Premio Pellegrini di Pace prosegue in questa direzione: costruire ponti tra culture, religioni e comunità diverse, e continuare a dare voce a chi non può più farlo da sé.

Dimostra che testimonianze e impegno non sono inutili e il valore universale dei diritti umani e l’ordinamento giuridico internazionale teso alla tutela dei civili inermi costituiscono un caposaldo della convivenza tra i popoli e le nazioni.

Napoli ha in ciò la sua vocazione di Città della Pace.

 

Delitto, coscienza, pena: Delitto e castigo non è solo un classico della letteratura russa, ma un romanzo che oggi parla con forza in un Paese dove gli errori giudiziari riempiono le cronache e la parola “giustizia” suona spesso ferita.
Quando la pena comincia prima del processo
Pubblicato a puntate nel 1866, il capolavoro di Fëdor Dostoevskij segue il giovane studente Raskol’nikov, autore di un duplice omicidio convinto di poter dividere l’umanità in uomini “superiori” e masse comuni, con il diritto per i primi di oltrepassare la legge in nome di un presunto bene più grande.
Ma già dopo il delitto, prima di qualsiasi interrogatorio, la vera prigione diventa la sua mente: febbre, delirio, incubi e un senso di isolamento assoluto mostrano che la pena comincia molto prima della sentenza e che la coscienza è un giudice più inflessibile di qualsiasi tribunale.
Il romanzo mette in scena una giustizia a due livelli: da un lato la legge, impersonata dall’arguto giudice istruttore Porfirij Petrovič, che procede con pazienza, indizi e interrogatori serrati; dall’altro, una giustizia interiore che non lascia tregua al colpevole.
Dostoevskij, influenzato anche dal dibattito aperto da Cesare Beccaria sui delitti e le pene, suggerisce che la sanzione giuridica spaventa meno di quanto si creda, perché è lo stesso reo a esigere, quasi inconsciamente, una punizione che dia forma e limite al proprio senso di colpa.
Il nucleo più bruciante del romanzo è la hybris di Raskol’nikov: la pretesa di stabilire chi merita di vivere e chi può essere “sacrificato” in nome di un progetto superiore, trasformando la vita altrui in materiale da esperimento morale.
Quando il suo piano “razionale” si scontra con la realtà – il sangue, il terrore, l’innocenza di chi resta coinvolto – la filosofia del superuomo si sgretola, rivelando che nessuna idea, per quanto seducente, può cancellare il legame umano che ci rende responsabili gli uni degli altri.
A controbilanciare la vertigine intellettuale di Raskol’nikov c’è Sonja, giovane prostituta costretta dalla miseria, che porta nella storia una fede povera ma tenace, fatta di Vangelo letto a voce alta e di una presenza che non abbandona il colpevole neppure nella Siberia dei lavori forzati.
Grazie a lei, la condanna non è più solo castigo ma inizio di un cammino: dietro le sbarre, Raskol’nikov intravede la possibilità di una resurrezione morale, fragile e tutt’altro che garantita, ma capace di trasformare il penitenziario nel luogo di una lenta rinascita.
Rileggere oggi Delitto e castigo significa farlo mentre le cronache raccontano di uomini rimasti trent’anni in cella per poi sentirsi dire, troppo tardi, che erano innocenti, e di migliaia di casi di errore giudiziario riconosciuti in Italia negli ultimi decenni.
In questo scenario, il romanzo di Dostoevskij diventa uno specchio crudele: mostra cosa accade quando lo Stato punisce senza ascoltare, ma anche quando un individuo si arroga il diritto di punire al posto di tutti, ricordando che ogni volta che la giustizia dimentica la propria fallibilità, qualcuno paga un prezzo che nessun risarcimento può davvero restituire.

Nicola Incampo

 “Ho detto no all’Isola dei Famosi perché oggi voglio togliermi le maschere, non indossarne altre”

A seguito dell’affermazione da parte di qualche testata giornalistica sostenente che Walter Nudo, sarebbe stato escluso dal cast della prossima edizione dell’Isola dei Famosi, abbiamo voluto incontrare il noto attore per sapere realmente da lui come in realtà stanno le cose. Nudo, si è detto lieto di poter esprimere con sincerità tutta la verità, in merito a qualcosa a cui lui tiene tanto e cioè l’esatta sua scelta in merito alla sua non partecipazione alla kermesse isolana, finalizzata al dedicarsi al Teatro. 

Walter Nudo, ha decisamente affermato: “Ho detto no all’Isola dei Famosi perché oggi voglio togliermi le maschere, non indossarne altre”. Infatti, dopo sette anni lontano dalla televisione italiana, Walter Nudo torna davanti al pubblico. Non con un reality, ma con il teatro. E lo fa con uno spettacolo, NUDO… ma si fa per dire, tratto dal suo libro “La vita accade per te”. Una scelta che nasce da un’esigenza profonda di coerenza.

Iniziando la nostra intervista abbiamo chiesto: Walter, si è parlato molto dell’Isola dei Famosi. C’è chi ha scritto che non sei stato scelto. Com’è andata davvero?

«La verità è molto semplice: sono stato io a dire di no.

L’ho raccontato apertamente anche nei video che ho pubblicato sui miei social. Non c’è nessuna polemica e non c’è nessun rancore. Ringrazio chi ha pensato a me, perché è sempre una dimostrazione di stima.

Ma oggi sarebbe stato incoerente con la persona che sono diventato.

Non perché i reality siano sbagliati. Semplicemente non appartengono più al mio percorso.»

Perché?

«Perché negli ultimi anni la mia vita è cambiata profondamente.

Dopo essermi allontanato dalla televisione, ho iniziato un viaggio dentro me stesso. Un viaggio fatto di domande, di cadute, di silenzi, di ricerca spirituale.

Da quel viaggio è nato prima il libro “La vita accade per te” e poi, quasi naturalmente, lo spettacolo teatrale “NUDO… ma si fa per dire”.

Il cuore di tutto è uno solo: smettere di vivere dietro una maschera.

Per me tornare in un reality avrebbe significato rientrare in una dinamica che oggi non sento più mia.

Oggi il mio bisogno è esattamente l’opposto: togliere maschere, non indossarne altre.»

Per questo hai scelto il teatro?

«Sì.

Perché il teatro è il luogo della verità.

Paradossalmente è il posto dove si interpreta un personaggio, ma dove non puoi mentire.

Sul palco sei lì, davanti alle persone, senza filtri, senza montaggio, senza effetti speciali. Ogni sera ricominci da zero.

Il teatro è la madre del cinema, della televisione, della narrazione.

È lì che tutto è iniziato.

Più di duemila anni fa si saliva su un palco non per diventare famosi, ma perché si aveva qualcosa da dire alla comunità.

Ed è questo che sento oggi.

Non il bisogno di apparire.

Il bisogno di comunicare.»

Non hai paura di entrare in un mondo così difficile?

«Certo che sì.

Il teatro non mi aspetta.

Non mi illudo che il mondo del teatro abbia bisogno di Walter Nudo.

Anzi, probabilmente qualcuno storcerà il naso.

Ed è giusto così.

Ma il teatro è anche questo: avere il coraggio di salire su un palco e assumersi completamente la responsabilità di ciò che si porta.

Per me ci vuole molto più coraggio a fare teatro che televisione.

La televisione può proteggerti.

Il teatro no.

Ogni sera il pubblico decide se crederti oppure no.

Ed è bellissimo proprio per questo.»

Che cos’è, allora, NUDO… ma si fa per dire?

«È molto più di uno spettacolo.

È il racconto di un viaggio.

Uso la mia storia, ma potrebbe essere quella di chiunque.

Parlo della dislessia, del bullismo, del successo, delle cadute, della paura, della ricerca di senso.

Ma in realtà sto parlando di tutti noi.

Perché tutti, prima o poi, iniziamo a indossare maschere.

Da bambini non ne abbiamo.

Poi impariamo a costruirle per essere accettati, per essere amati, per sentirci sufficienti.

A un certo punto della vita, però, arriva una domanda.

Chi sono davvero?

Ed è lì che inizia il viaggio.»

In questo periodo si parla molto dell’Odissea, anche grazie al nuovo film di Christopher Nolan. Ti senti vicino a quella storia?

«Moltissimo.

Credo che l’Odissea non racconti semplicemente il viaggio di Ulisse.

Racconti il viaggio di ogni essere umano.

Per anni ho pensato che Itaca fosse un luogo.

Oggi penso che Itaca sia uno stato dell’anima.

Non è tornare a casa.

È tornare a sé stessi.

È ricordarsi chi eravamo prima che il mondo ci dicesse chi dovevamo essere.

Per questo mi emoziona così tanto questa storia.

Perché parla di noi.»

Qual è il messaggio che vuoi lasciare al pubblico?

«Che l’autenticità è molto più importante della perfezione.

Io non sono arrivato.

Sto ancora navigando.

Continuo a sbagliare.

Continuo ad avere paura.

Ma oggi almeno so in quale direzione voglio andare.

E quella direzione è la mia natura.

Quando smetti di voler dimostrare qualcosa agli altri e inizi semplicemente a essere ciò che sei, accade qualcosa.

Ti senti libero.

Non perché gli altri smettano di giudicarti.

Ma perché il loro giudizio non definisce più chi sei.

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra costruito.

Apriamo i social e non sappiamo più distinguere ciò che è autentico da ciò che è artificiale.

Con l’intelligenza artificiale sarà ancora più difficile.

Per questo credo che oggi la rivoluzione più grande sia diventare profondamente umani.

Avere il coraggio di dire: “Questo sono io.”

Con i miei limiti.

Con le mie ferite.

Con la mia storia.

È questo il senso di NUDO… ma si fa per dire.

Perché essere nudi non significa non avere paura.

Significa avere paura e scegliere comunque di non nascondersi più.

È un ritorno a casa.

E per me tornare a casa significa anche riscoprire l’amore di Dio.

Capire che non devo più rincorrere qualcosa per meritare di esistere.

Che posso finalmente lasciare andare.

Per molti lasciare andare è una sconfitta.

Per me è l’ultimo atto di coraggio.

Perché quando smetti di controllare tutto, lasci finalmente spazio a ciò che sei veramente.

Ed è lì che, forse per la prima volta, inizi davvero a vivere.»

 

Ricordiamo che Walter Nudo ha vinto la terza edizione del Grande Fratello Vip nel 2018, battendo in finale Andrea Mainardi. Un trionfo, che gli ha permesso di conquistare il primato nella storia della televisione italiana, aggiudicarsi due reality show diversi, avendo nel 2003 vinto anche la prima edizione de L'Isola dei Famosi.

Ora, la scelta di Walter, diviene veramente ammirevole perché ha scelto di vivere una nuova esperienza, un’esperienza teatrale, il che significa immergersi in un mondo fatto di emozioni autentiche e connessioni profonde. Con il suo impegno nel teatro, Nudo spera di riuscire a trasportare lo spettatore in storie coinvolgenti, offrendogli la possibilità di esplorare nuove prospettive e di riscoprire la bellezza dell’arte dal vivo così come vuole fare lui stesso. Questo perché, ogni spettacolo dal vivo, crea un legame unico tra il pubblico e gli artisti, trasformando ogni rappresentazione in un momento irripetibile. Il teatro rappresenta un potente stimolo per la mente ed allo stesso tempo un’opportunità di crescita personale. Il forte senso di comunità che dà il teatro, crea momenti di aggregazione stimolante confronti e dialogo innescando un legame sociale per costruire relazioni per un certo numero di persone che vuole vivere momenti al di fuori della vita quotidiana e che allo stesso tempo riscopre apprendimenti di vita che riflettono storia, cultura e tradizioni, attraverso l’interpretazione sentita del personaggio che è di scena sul palco. Ecco perché ora per Walter inizia ora un nuovo percorso di vita che lo coinvolge ancor più nelle sue passioni.

Giuseppe De Girolamo

 

 

 

 Tra i personaggi più emblematici della letteratura italiana, Fra Cristoforo occupa un posto di primo piano per forza morale e profondità umana. Figura centrale de I promessi sposi, il celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni, il frate cappuccino rappresenta una delle voci più alte di giustizia e redenzione dell’intera opera.

Prima di diventare religioso, Fra Cristoforo era Lodovico, un giovane di carattere impetuoso e orgoglioso. Cresciuto con il desiderio di affermare la propria dignità sociale, reagisce con violenza a un’offesa subita e, in seguito a un duello, uccide un uomo. È un momento drammatico che segna una frattura irreversibile nella sua vita.

Il peso della colpa lo conduce a una scelta radicale: entrare in convento e dedicare la propria esistenza al servizio degli altri. La sua conversione non è un gesto superficiale né una fuga dalle responsabilità, ma un percorso autentico di pentimento. Manzoni costruisce così un personaggio che dimostra come l’errore possa diventare occasione di cambiamento e maturazione morale.

Nel corso della vicenda, Fra Cristoforo si distingue per la sua ferma opposizione alle ingiustizie. Quando viene a conoscenza delle minacce di don Rodrigo contro Lucia, non esita a intervenire. Memorabile è il confronto con il potente signorotto: il frate parla con rispetto ma senza timore, ricordando che esiste una giustizia più alta di quella terrena.

In un contesto dominato dall’arroganza dei potenti e dall’assenza di tutela per i più deboli, la sua figura assume un valore simbolico. Fra Cristoforo non possiede armi né potere politico, ma ha la forza della parola e della fede. È il rappresentante di una coscienza vigile, capace di denunciare il male senza cedere alla violenza.

La grandezza del personaggio emerge pienamente durante la peste che colpisce Milano. Mentre molti fuggono o pensano solo alla propria salvezza, Fra Cristoforo si mette al servizio dei malati nei lazzaretti. Qui la sua fede si traduce in gesti concreti: assistenza, conforto, perdono.

È proprio nel lazzaretto che il frate favorisce l’incontro tra Renzo e don Rodrigo morente, invitando al superamento dell’odio e alla riconciliazione. Il suo messaggio è chiaro: il perdono libera più di qualsiasi vendetta.

A quasi due secoli dalla pubblicazione del romanzo, Fra Cristoforo resta una figura straordinariamente attuale. In una società spesso segnata da conflitti, divisioni e ricerca del potere personale, il suo esempio richiama valori come responsabilità, giustizia e solidarietà.

Il frate manzoniano non è un eroe perfetto: porta con sé il peso di un passato drammatico. Proprio per questo risulta credibile e vicino all’esperienza umana. La sua storia insegna che il cambiamento è possibile, che il pentimento può trasformarsi in impegno concreto e che il vero coraggio consiste nel difendere il bene anche quando è scomodo.

Fra Cristoforo non è soltanto un personaggio letterario, ma un simbolo universale di redenzione e coerenza morale. Attraverso di lui, Manzoni offre ai lettori un modello di umanità capace di coniugare fede, giustizia e amore per il prossimo: un messaggio che continua a parlare con forza anche nel nostro tempo.

 

Nicola Incampo

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