Salerno

CampingCon “Camping”, un atto unico di 90 minuti, la Compagnia Ronzinante di Merate (Lecco) partecipa per la IV volta al Festival Teatro XS di Salerno. Un’affezione alla manifestazione, a quanto pare e sempre con pezzi di buon livello, basti ricordare “Aspettando Godot” di Samuel Bechet del 2014, VI Edizione, preceduto da “Tutto Shakespeare” del 2011, III Festival e Cirano di Bergerac in salsa comica del 2018, Edizione 10. Una bella conferma anche questa volta, infatti, Camping, scritto dal giovane Lorenzo Corengia, pure attore della Compagnia, è un pezzo che parrebbe leggero, ma così non è, e lo si apprende a mano, a mano.

Tre amici di vecchia data, 3 settembre del 1984 a scuola, con l’aggiunta della ragazza di uno di essi, si ritrovano, come ogni volta del mese presso il lago di Memphremagog nel Vermont (USA) per trascorrere in allegria il fine settimana, tra battute, ricordi, musica, pesca e grandi bevute di birra.

Ad apertura di sipario, in scena c’è tutto ciò che serve per creare l’atmosfera spensierata di una vacanza breve, ovvero: vecchie sedie legate con lo spago, barbecue per la cottura alla brace, lenza per pescare, tronchetti di legno per accendere il fuoco, tavolino e un registratore assemblato per l’ascolto della musica. Troneggia, poi, di faccia al pubblico la sagoma di una roulotte, come unica scena, curata da Francesco De Anna e Andrea Cedraro. Siamo negli anni novanta e la musica che si ascolta li disvela in maniera ricordevole anche per gli spettatori: Ray Charles, Ludovico Einaudi, Little Waltz.

Ha inizio la storia, l’allegria è tanta, la voglia di ritrovarsi anche, ma c’è qualcosa che non quadra da subito, una sottile malinconia segue al riso persistente, forzato, a sguardi muti di due degli amici, Brian e Sean, l’altro Ethan con Elisabeth (Valentina Bucci) pensa all’amore e bene fa. Succedono varie cose, tutte finalizzate al colpo di scena finale. Il giorno e la notte, nella narrazione   sono scomposti, parcellizzati, come se il tempo si allungasse per permettere avvenimenti futuri, da subito. Nel buio, le sagome dei quattro personaggi, senza parlare, si muovono, entrano ed escono dalla roulotte, compiono azioni, pescano, bevono, tentano di accendere il fuoco, insomma si descrive il passar del tempo, come un album sfogliato per arrivare a scoprire che Elisabetta aspetta un figlio da Ethan. La sua gioia è indescrivibile e già si vede padre a raccontare la favola della Volpe e la Stella, aiutato da pupazzetto volpe e pupazzetto stella, spuntati dall’apertura-finestra della roulotte, divenuto un delicato teatrino.

C'era una volta una Volpe che abitava nel profondo di una fitta foresta. Per quel che Volpe poteva ricordare, la sua unica amica era sempre stata Stella, che ogni notte illuminava i sentieri della foresta per lui. Finché una notte Stella non apparve, e Volpe dovette affrontare l'oscurità tutto solo.”

E’ un momento di grande emozione l’ascolto della favola, ma di questi attimi, per arrivare alla fine, se ne vivono ancora

Così si comincia capire che c’è altro dietro la spensierata scampagnata, anche perché Ethan spesso lamenta dolori lancinanti alla testa. Dei due amici di Ethan (Lorenzo Corengia), libraio, Sean (Emiliano Zatelli) è impiegato di banca, Brian (Giuliano Gariboldi) è medico ed è a lui che si richiede una prestazione estrema

“Un giorno dovremo morire, ma tutti gli altri giorni no”

Ethan, scherzosamente attribuisce la frase, citandola, a Voltaire per poi svelare che era stato Charlie Brown. Il tempo dello scherzo è finito, ora sappiamo che cosa sono andati a fare i tre amici sul lago. Ethan sta male, un male incurabile e vuole darsi la morte, per mano dei suoi amici, circondato dal loro affetto e dalla conoscenza della nascita di suo figlio.

Nel finale, il dialogo sulla morte recitato da Ethan ci fa trattenere il fiato ed accapponare la pelle, lui, invece, se ne va così, dolcemente, con il pupazzetto volpe, a fare capolino nel vano finestra della roulotte ed una scia di selle a fargli compagnia.

Ancora una volta la Compagnia teatrale Ronzinante di Merate ha dato un saggio della propria maestria a coniugare ”Camping” e lo hanno fatto dissimulando la profondità del tema con gag esilaranti, con una banalità del contesto, con semplicità di costumi, con eloquio fluido e amicale, con leggerezza sfuggente e con velate allusioni e ad un approssimarsi di un fato improcrastinabile che, tuttavia, non si avverte mai seriamente minaccioso. Abile trucco teatrale è stato il delocalizzare la mente altrui, mentre le si dà in pasto un tema scottante e quanto mai attuale. La si tiene impegnata ad interessarsi del banale quotidiano e della normalità degli amici campeggiatori, per poi, in una sorta di crescendo, mettere le carte in tavola e coinvolgere, stavolta, la mente dello spettatore ad entrare nei meccanismi mentali dei vari attori, allorché devono compiere quei gesti che porteranno l’amico medico a somministrare ad Ethan quel veleno che gli ha chiesto per aiutarlo a morire sereno. Un tema decisamente destabilizzante duro e molto attuale, che è stato stemperato molto sapientemente in un puzzle colorato, leggero, mai tragico o banale e che si è andato componendo con fluidità e cromatismi inappuntabili, una preziosità linguistica, una gestualità minimalista, ma dettagliata e per niente fine a se stessa. Notevole è stata la sorpresa sia per il particolare coraggio di tutta la Compagnia, nel trattare un tema simile, sia per l’aderenza ed il coinvolgimento degli attori e sia ancora per la capacità teatrale, dell’equilibrio tra la leggerezza del contesto scenico e la drammaticità del tema ed ancora per la semplicità narrativa e la stringatezza ed efficacia dei concetti. Il nesso tra il pensiero dell’autore, il bravissimo Lorenzo Corengia e la capacità teatrante degli attori è stato preciso e puntuale in ogni dettaglio e questo è arrivato agli spettatori, che hanno restituito come sanno fare: un lungo e comprensivo applauso alla Compagnia.

Mi piace pensare (N.D.R) ad altro finale e non quello proposto dal giovane autore, la morte è bene che sia, se deve esserci, senza programmazione, almeno teatralmente, sicché, Elisabeth attrice e fotografa provetta va con i tre amici sul lago per riprendere con la telecamera un pezzo di teatro, di cui è autrice e regista.

Maria Serritiello

domenico modugnoLa Compagnia Colpo in Maschera di Fasano è alla sua seconda partecipazione al Festival XS Di Salerno. Era il 2019 e lo spettacolo “A Vigevano si spacca” s’incentrava sulla figura del cantante Rino Gaetano. Passano gli anni e questa volta è di turno Domenico Modugno, con “Il sogno di Domenico” ovvero un delicato quanto coraggioso tentativo di coniugare leggerezza e profondità, cultura e passione, amore per la propria terra e trasporto per il cantante, che più di ogni altro ha fatto sentire la sua viscerale italianità, con uno stile mai banale, sempre riuscendo a guidare, con timone fermo, l’arrivo della nave in porto, nonostante il rischio di derive popolaresche e provinciali, sempre dietro l’angolo.

La scena è nuda, scura, nel fondo, appoggiata ad una gruccia, la giacca blu chiaro e un papillon che, subito, evocano la figura del cantante a Sanremo del 1958 e loro due: Gerry Moio, l’interprete e Demy Ditano, il chitarrista. Lo spettacolo ruota intorno alle parole ed alla musica, un felice connubio se la musica e di Mimmo nazionale e le parole pensate, tanto da farne un copione, da Mimmo Capozzi e Gerry Moio.

Un racconto, il sogno, che attraverso il percorso di successo, alla fine, però, di Domenico Modugno, Gerry Moio, completa il suo, che è quello di essere su di un palco a raccontare di sé. E lo racconta bene, in maniera divertente, con le pause giuste e l’humor, a volte ingenuo, ma efficace. Altre volte, Gerry, si lancia anche in analisi sociologiche, di come va il tempo oggi e di come era meglio tempo fa, un pò di sana captatio benevolentia non guasta, conteggiando l’età anagrafica degli spettatori. Da premiare, poi il coraggio degli autori di aver bene assemblato con maestria tutto lo spettacolo e di aver affrontato il tema spinoso della libertà o meglio del sogno di libertà che anima la mente e lo spirito di tanti uomini.

Un‘ora e più di canzoni, le più belle di Mimmo Modugno, ma ce ne sono di così, così (?), cantate ed accompagnate dal virtuosismo strumentale di Demy Ditano. Uno spettacolo ben bilanciato tra gli aneddoti del grande cantante, raccontati con spigliatezza e la vita del narratore, ispiratosi alla sua energia positiva, alla sua straordinaria caparbietà ed anche al caso, perché no, per raggiungere la fama

I successi del cantante modulati dalla voce di Demy Ditano, hanno coinvolti i presenti, tanto che scanzonati e ritmicamente hanno, sottovoce, accompagnato i refrain più noti: Meraviglioso, Lili, Nel blu dipinto di blu, Vecchio frac, La moglie se ne va, Resta cu me, Amara terra mia.

Un mondo di nostalgia si è aperto in sala…

Maria Serritiello

Regia: Mimmo Capozzi

Soggetto: Mimmo Capozzi, Gerry Moio

Scrittura: Gerry Moio

Supervisione testo: Mimmo Capozzi

Arrangiamenti musicali: Demy Ditano

Assistente di scena: Rossella De Mola

 

VENERDÌ 8 APRILE LA SUPERBAND COMPOSTA DA Ernesto Vitolo, Gigi De Rienzo, Toni Esposito, Daniele Sepe, Claudio Romano e Simona Boo AL MORO DI CAVA DE’ TIRRENI

tony esposito 250

Grande jazz al Moro di Cava de' Tirreni, che venerdì 8 aprile ospita il live della superband made in Naples composta da Ernesto Vitolo, Gigi De Rienzo, Toni Esposito, Daniele Sepe, Claudio Romano e Simona Boo (inizio ore 22, prenotazione obbligatoria al 3403939561 e publimoro.it).
Tutti personaggi accomunati da moltissimi aspetti, ma soprattutto dalla loro capacità di trasporre nella loro musica quelle radici napoletane tanto bistrattate, ma innegabilmente fonte di inimitabile ispirazione.
Da sempre impegnati nella fusione del linguaggio tipicamente afro-americano con quello della tradizione melodica partenopea, sperimentando nuove forme musicali e nuovi suoni, Tony Esposito (percussioni), Gigi De Rienzo (basso), Ernesto Vitolo (organo), Daniele Sepe (sax), Claudio Romano (batteria), con alla voce la giovane e già in rampa di lancio Simona Boo, delizieranno il pubblico con i maggiori successi delle loro produzioni artistiche, una sorta di jazz-rock napoletano in grado di conquistare anche i palati più sofisticati.
Musica afroamericana e i canti dei vicolo si fonderanno nei loro brani, quando dal palcoscenico del Moro questo straordinario sestetto darà vita ad una musica capace di rivisitare e proporre, in una veste tutta nuova, quelli che sono i suoni tradizionali del mediterraneo.

Venerdì 1 aprile Fabrizio Bosso guest star del concerto di Olivia Trummer al Moro di Cava de’ Tirreni. Esclusiva regionale


Olivia Trummer 250Grande jazz al Moro di Cava de' Tirreni, che venerdì 1 aprile ospita in esclusiva regionale la formazione di Olivia Trummer, pianista, compositrice e cantante tedesca, che per presentare il nuovo album “For You”, uscito il 4 marzo per Warner Music si avvale di una superband completata da Rosario Bonaccorso al Contrabasso, Nicola Angelucci alla batteria e Fabrizio Bosso alla tromba (inizio ore 22, prenotazione obbligatoria al 3334949026).
Il suo nuovo album raccoglie il frutto del lavoro e delle esperienze degli ultimi anni e le trasforma in un invito ad accrescere la comprensione di sé stessi in tutte le sfaccettature e ad abbracciare il cambiamento come valore. Pur essendo chiaramente un album jazz nella sua creazione e nella sua essenza, For You irradia anche l’immediatezza del pop, del gospel e dell’RnB, evocando a volte l’età dei cantautori degli anni Settanta.
Ad accompagnarla in questo viaggio tre fuoriclasse del panorama jazzistico italiano: Fabrizio Bosso guest star del concerto e del disco. Bosso è attualmente uno tra i migliori musicisti italiani affermatosi nell’attuale scena jazz a livello nazionale ed internazionale. Dotato di grandissima sensibilità e di una tecnica ineccepibile il trombettista si avvale di un linguaggio unico e personale che è il frutto di una grande ricerca stilistica. Passando dalla magia della tradizione all’evocazione del be-bop e l’hard.bop degli anni ’60 arriva all’elaborazione di un suono del tutto originale, costituita dalle mille sfumature dove le caratteristiche dominanti sono la forza, la freschezza ed il lirismo.
Rosario Bonaccorso è contrabbassista di grande esperienza ed eleganza, con alle spalle quarant’anni di attività come leader e come sideman di artisti internazionali. Conosciuto e amato per il suo suono, le sue composizioni e le sue profonde capacità comunicative, a volte aggiunge allo strumento anche la sua voce calda ed espressiva.
Il batterista e compositore Nicola Angelucci è diventato uno dei più stretti collaboratori di Olivia sin dal loro primo incontro, nel 2016. Descritto da Benny Golson come “il miglior batterista d’Europa”, entusiasma il pubblico e i musicisti allo stesso modo con la sua eleganza ritmica, le sue multiformi dinamiche e la sua empatica presenza sul palco. Recente l’uscita del suo ultimo album Changes, interamente dedicato a sue composizioni.
Ritmicamente e armonicamente intrecciati, il trio esplora e rende sempre più “liquidi” i confini tra jazz e “good pop”, sorprendendo chi ascolta per la leggerezza della musica e, nel contempo, la sua densità e profondità lirica: ogni canzone si sforza di aprire una porta su un futuro migliore e contemporaneamente apre una finestra sull’universo artistico genuino e intrigante di Olivia Trummer.
Olivia Trummer, nasce in una famiglia di musicisti e sviluppa il suo rapporto con la musica come fosse una lingua madre, trovando in essa la miglior espressione per il proprio mondo interiore. Nel corso degli studi classici scopre la sua passione per la composizione e l’improvvisazione, che la porterà in seguito a volare oltreoceano per il Master’s Degree alla Manhattan School of Music di New York City.

 

Domenica 27 marzo al Diana di Nocera Inferiore il concerto-spettacolo delle EbbaneSis "Transleit"

Ebbanesis0 200Al Teatro comunale Diana di Nocera Inferiore arrivano le scatenatissime EbbaneSis con il loro concerto-spettacolo "Transleit". Dopo avere calcato con successo i palchi di tantissimi teatri italiani ed europei ora tocca a Nocera Inferiore ospitare il duo musicale napoletano nato da una grande amicizia e da una indubbia capacità artistica, in grado di scaldare gli animi all'ennesima potenza. L'appuntamento rientra nella rassegna "Ouverture", a cura di Artenauta Teatro, con la direzione artistica di Simona Tortora e l'organizzazione a cura di Giuseppe Citarella. Il concerto di Serena Pisa e Viviana Cangiano - che curano anche la regia dello spettacolo - è per domenica 27 marzo alle ore 19.00 (biglietto intero 15 euro, ridotto 12 euro).

Prevendite presso il Teatro Diana; giorni e orari del botteghino:
Venerdì 25 marzo, 18-20:30;
Sabato 26 marzo, 18-20:30;
Domenica 27 marzo, 17-19:00.

Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Cell.3205591797

Lo spettacolo era presente nel cartellone della rassegna "L’Essere & L’Umano - VI edizione", interrotta a causa pandemia da Covid-19. I possessori dell’abbonamento per quella rassegna entreranno gratuitamente, a recupero della stagione precedente.

 

Enzo Moscato 2Con Benedetto Casillo, Giuseppe Affinito, Salvatore Chiantone, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Emilio Massa, Anita Mosca, Enzo Moscato, Antonio Polito. 

“Occhi Gettati”, dove “gettati” sta per dare uno sguardo selettivo su qualcosa che molti, trascurano “una sorta di picassiana Guernica, sul teatro, su Napoli e su me”, come lui stesso definisce il lavoro, scritto nel 1986 e potato in scena dopo trent’anni. Del resto, gli 8 straordinari interpreti, che in cerchio affollano la scena sono corpi smembrati dalla vita, come quelli spiaccicati nell’opera pittorica. Ed eccoli, fin dall’inizio, prendere posto, uno ad uno, con vesti che già raccontano chi sono stati e sono. Nello spazio recitativo accovacciati per terra, attendono la vestizione: il velo. Il fondale è rigorosamente nero, al centro troneggia una maxi scena di San Sebastiano, sparsi a terra petali di fiori per leggiadria di contrasto e sotto Enzo Moscato, seduto dietro ad un leggio, segue, partecipa, interviene, interpreta. Non mancano le lucine da festa di paese, scendere dall’alto come timidi raggi illuminanti e lui, officiante di una liturgia laica, a dare il via ad un racconto convulso, incalzante, a volte delirante, ma di una logica stringata, per chi segue il suo teatro e le sue tematiche. Otto gironi danteschi in cui si muovono: il femminiello, luparella, a strega, desnudo, palummiello ed altre equivoche figure. Le narrazioni appartengono ad un’esistenza di mezzo, a cui Enzo rende giustizia e conoscenza e quello che aggiunge di kitsch o di troppo osato, è per mandare a mente un mondo, che sebbene esistito e forse esistente, nessuno se n’è mai occupato con l’anima.

Il suo vuole essere un ennesimo tributo al mondo altro che abita in ognuno di noi (vale anche per i non napoletani), un mondo da alcuni accettato, da altri rimosso, da altri ancora, solo oggetto di denigrazione e diffamazione e lo fa scegliendo un narrato corale, polifonico con un occhio ai gironi danteschi e un altro all’accettazione che Napule e’. Quasi un quadro di insieme, una sorta di lascito testamentario artistico, letterario del proprio mondo.

Nella sua pièce tanta memoria collettiva a rispolverare melanconicamente il passato, come la musica, una parte importante che, ogni volta, invade la scena, ora allegramente con “Angelina”, cantata da Luis Prima, con un americano approssimativo, come la lingua “ broukulina parlata dai nostri emigrati in America, o come la leggiadria della lingua francese di Yves Montand. Un puzzle di ricordi, di emozioni, stratificati nell’animo del grande artista. Al di sopra di tutto, ciò che affascina di più e sempre di Enzo Moscato, nei suoi originali spettacoli, è la parola, di cui è maestro. Una complessa struttura di intrecci e citazioni, un’articolata architettura linguistica desunta dalle varie invasioni subite dalla città e che affollano il linguaggio del testo. E poi le parole mormorate fiatate e ripetute come in un eco immaginario e lo spettacolo s’imbuca in un coro da tragedia greca. Ad unire tutto l’impianto culturale, tutto questo mondo crudo e poetico, reso bellamente scenico da Enzo Moscato, ripetuto più volte, come le parole recitate, per essere ben comprese, il dolcissimo canto rievocativo di Franco Battiato, Prospettiva Nevski. Improvvisamente, ognuno dei presenti, commossi e partecipi, sono entrati di diritto nella creazione di Enzo Moscato.

Maria Serritiello

 

 

 

EVOluzione a quattro mani

Locandina 100Giovedì 24 marzo appuntamento a quattro mani con EVOluzione presente Rosa Positano – proprietaria de “La Chioccia D’Oro”.
EVO54 per il terzo appuntamento di EVOluzione a quattro mani ha scelto la Chioccia d’oro, realtà gastronomica consolidata di cucina tipica cilentano punto diScreenshot 2022 03 22 150 riferimento della trazione.

Terzo appuntamento con “EVOluzione a quattro mani” – percorso degustativo dove la pizza diventa la tela su cui i migliori ristoratori del territorio cilentano possono mettere a disposizione la loro arte culinaria.

Un incontro da non perdere, un percorso gastronomico attraverso le mani sapienti di due eccellenze Cilentane laddove tradizione e innovazione portano avanti la grande identità del Cilento.

Rosa Positano cilentano doc, gastronoma, sommelier e ristoratrice della Chioccia d’oro. La cilentana di Novi Velia gestisce insieme alla mamma Maria e al papà Giovanni un‘attività storica punto di riferimento della tradizione culinaria del Cilento in quel di Vallo della Lucania.
Per prenotare info 0974 357287

Anna Rubino

Venerdì 25 marzo il jazz del batterista napoletano Elio Coppola al Moro di Cava de’ Tirreni. Special guest Flavio Boltro e Daniele Scannapieco

Elio Coppola 250Grande jazz al Moro di Cava de' Tirreni, che venerdì 25 marzo ospita la formazione del batterista Elio Coppola che nel suo classico trio completato da
Antonio Caps al piano e Antonio Napolitano basso, ospita due straordinari ospiti del calibro di Daniele Scannapieco al sax e di Flavio Boltro alla tromba (inizio ore 22, prenotazione obbligatoria al 3334949026).
Classe 1985, napoletano doc, il trentaseienne Elio Coppola si sta facendo prepotentemente strada nel panorama italiano ed internazionale della musica Jazz e non solo. Comincia gli studi col maestro Stefano Tatafiore e si perfeziona negli Stati Uniti col grande batterista Kenny Washington. I suoi “ritmi” hanno accompagnato alcuni tra i migliori musicisti al mondo tra cui Benny Golson. Joey De Francesco, Peter Bernstein, Dave Kikoski, Jerry Weldon, Gerald Cannon, George Cables, Dado Moroni, Ronnie Cuber, Enrico Rava solo per citarne alcuni. Apprezzatissimo dai suoi colleghi, è importante ricordare l’amicizia e la stima reciproca che lo lega al grande maestro Tullio De Piscopo che lo ha invitato recentemente al teatro Mercadante di Napoli per aprire un suo concerto. In carriera si é esibito in alcuni tra i più prestigiosi jazz club e jazz festival al mondo.
Accanto a lui sul palco del Moro ci saranno due tra gli artisti di jazz più richiesti sul panorama internazionale: il sassofonista Daniele Scannapieco, un virtuoso dello strumento, la cui “voce” è stata “al servizio” di alcuni tra i più grandi artisti internazionali, da Mario Biondi, a Dee Dee Bridgewater e Eduardo De Crescenzo. Altro speciale ospite il torinese Flavio Boltro, considerato uno dei più grandi trombettisti italiani. Michel Petrucciani lo aveva capito prima di molti altri chiamandolo a far parte di una delle sue migliori band. Affermatosi fin da giovanissimo all'attenzione della critica e dell'ambiente musicale, nella sua carriera Flavio Boltro ha collaborato con Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Steve Grossman, Cedar Walton, Billy Higgins e David Williams, Clifford Jordan, Jimmy Cobb, Joe Lovano, Dado Moroni, Andrea Pozza, Rosario Giuliani, Giovanni Tommaso, Billy Cobham.
Tra i brani presentati riarrangiamenti con momenti di improvvisazione su brani di Dizzy Gillespie ed il brano “Let’s” di Tommy Flanagan.

 

la sogliaE’ da subito che la galera ti entra dentro, con il suo essere buia, scarna, vuota. L’infelicità si tocca con mano. Là dentro, la liberante ha trascorso 16 anni, ora sta per essere liberata, ha pagato il suo prezzo, ma ciò che ha passato si è attaccato al suo essere, fisicamente, per cui gesti, reazioni, riso, pianto, accennata storia della sua vita, sono sotto gli occhi dello spettatore. Si sa che ha due figli piccoli, al momento della carcerazione, una madre che non vedrà più, morirà il giorno stesso della sua liberazione e nel mezzo la sua detenzione rappresentata con accenti forti, che mozzano il fiato. Due i personaggi, la liberante e l’alter ego, a volte secondina, altre volte compagna di cella ed altre volte ancora il sostegno dei suoi ricordi. La soglia è davanti a lei, ma ne ha paura, e se non fosse all’altezza di riprendere la vita dove l’ha interrotta? Si assiste ad un lento feedback, al processo, al patteggiamento, alla condanna, uno sconto minimo sui 20 anni iniziali, alla disperazione di dover abbandonare i suoi figli, già la maternità è sempre così forte su ogni cosa! Come una bambola di pezza la donna viene trasportata nell’istituto di detenzione, una via crucis l’entrata, sottolineata da rumori di ferraglia, di cancelli che si aprono e si chiudono, trilli di telefoni di martellamenti, di sghignazzi e poi, la cella, un buco senz’aria, due casse per branda, una sedia di nichelio, solo sagoma, per dire che la seduta non è un momento di relax come lo è di solito.

“Togliti l’impermeabile” le intima la carceriere, poi con fredda successione tutti gli altri indumenti, fino a restare nuda, un chiaro simbolismo per dire che in cella non sei più nessuno. Brava, Loretta Giovanetti, la regista che con delicatezza tutta femminile è riuscita a rendere nuda la carcerata senza che le parti in mostra avessero un che ben minimo di volgarità espositiva. Lasciati gli abiti della libertà, ora è apparecchiata per la detenzione.

Le visite dei familiari sono importanti, da tre anni non vede suo figlio, ma oggi è il giorno. Si prepara, si veste, si ravvia i capelli, si pizzicotta le guance per coprire l’ovvio pallore e palpitante si avvia. Torna quasi subito, a testa bassa, lo sguardo fisso ed il lutto nel cuore, suo figlio la rifiuta. La vita non le risparmia mai nulla e così da sempre, fino a spingerla in una cella fetida, dove stranamente trova riparo, tanto peggio di là, dove. Così la compagna di cella diventa la sua famiglia, la depositaria delle sue angosce, dei suoi tormenti, delle sue paure, ma anche dei suoi desideri saffici, insomma nel posto che meno te lo aspetti, tra donnacce, prostitute, ladre ed assassine si sta bene, almeno parli; tra infanticide e bordelli, almeno vivi ed ancora, tra crisi delle tossiche o la radio ad alto volume delle più giovani, i pidocchi, panni stesi e la sporcizia delle barbone, almeno esisti.

Il cambio di destinazione, dopo anni di permanenza nella prima prigione è per lei destabilizzante, un adattamento inaccettabile perché si trovava bene nel primo penitenziario, la strappano via, la sistemano sul cellulare e poi in treno. Di effetto scenico il trasferimento, sottolineato da una musica originale che rende l’andar del treno sulle rotaie.

Nuova ambientazione e nuove angosce fino al momento di abbandonare per sempre la prigione. Sta sulla soglia, si guarda indietro e s’imbuca in una di quelle notti senza regole, dove le detenute trasgrediscono le regole, infischiandosi della cella d’isolamento, ironicamente soprannominata Chamonix, per il freddo e d’estate Saint Tropez. “La notte è nostra direttrice” affermano con voluttà senza freni, l’intreccio dei corpi ne è la dimostrazione.

“Addio allora, addio a tutte voi che restate, con il bagaglio pieno di vite iniziate e spezzate a metà, io vado, ma non so chi trovo ad aspettare… Nessuno! Io vivo da sola con il mio crimine, due colpi di fucile in mezzo al petto di mio marito! Ho 49 anni e sono sulla soglia, voglio uscire, noo non voglio, arriverà la prima guardia, mi aspettano, guarderò il passaporto, la foto è di vent’anni addietro, non mi volterò, porta sfortuna, odo il grido di Nicole, lei sconterà l’ergastolo e l’assenza di un’amica particolare. Non piangerò. Guarderò fisso davanti a me, ho paura …la porta sta per chiudersi. Ecco è fuori … “ci sono lacrime del cuore che non arrivano agli occhi”

“La soglia”, in francese “le Sas” di Michel Azama, scritta nel 1986 è il terzo spettacolo del Festival Nazionale XS di Salerno presentato dalla produzione Grandi Manovre di Forlì per la regia di Loretta Giovannetti, anima e corpo dello spettacolo al quale prestano il loro talento indiscutibile: Beatrice Buffadini, la liberante e una volenterosa Francesca Fantini. Le ridotte misure del teatro hanno reso il pezzo più drammatico di quanto il testo stesso vorrebbe, per via di una indagine psicologica pressoché superficiale nello scandire passaggi, già drammatici, legati alla localizzazione del tutto: carcere femminile di personalità borderline, responsabili di crimini esecrandi, dove naturalmente tutto è più! Ad equilibrare ed a pareggiare la situazione, ecco l’intervento della regia nella scelta delle musiche originali (Renato Billi) e quelle adattate (Matteo Camorani), che sono funzionali al dipanarsi della storia ed a dettare i tempi delle battute, un terzo personaggio in scena, così come la gestualità corporea.

Maria Serritiello

La Soglia, riadattamento testo: Loretta Giovanetti

Ideazione progetto luci: Adler Ravaioli

Colonna Sonora Originale: Renato Billi

Effetti Sonori Tribunale: Matteo Comorani

Arredi di Scena: Sergio Cangini

Costumi e Oggetti: A cura del Cast

Grafica:Beatrice Buffadini

Una produzione: Grandi Manovre in collaborazione con Orto del Brogliaccio

                         Regia Loretta Giovanetti

 

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