in Mostra

Al Museo Arcos di Benevento la mostra “Neighborhood” a cura di Francesco Creta

 

“Neighborhood”
a cura di Francesco Creta

16 settembre 2022 > 7 gennaio 2023
Opening 16 settembre 2022 ore 11:00
Museo Arcos - Corso Garibaldi - 82100 Benevento
Orari visita museo: dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 18:30
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ADWEB2 250Dal 16 settembre le sale espositive del Museo ARCOS di Benevento ospiteranno la mostra “Neighborhood” promossa dalla Provincia di Benevento con il supporto di Sannio Europa ed il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee. La mostra, nel mettere insieme gli artisti di Via Varco, in tempi come quelli che viviamo di “distanziamento sociale”, ci racconta un’esperienza d’arte di vicinato. Eugenio Giliberti, Umberto Manzo, Perino & Vele, Lucio e Peppe Perone, con lavori che in qualche modo sono site e topic specific reinterpretano e conquistano gli spazi di Arcos. Il tema del vicinato, politico o non politico, è affidato per certi versi a una trattazione tutt’altro che diretta. Probabilmente, in una situazione complessa come quella che viviamo, qualsivoglia rivelazione avrebbe rischiato di compromettere ogni possibilità di agire. In mostra, aperta al pubblico fino al prossimo 7 gennaio 2023, le installazioni-sculture di cartapesta (Perino & Vele), di ferro, vetroresina, PVC e Vernice IND (Lucio e Peppe Perone), dipinti con stratificazioni di carta (Manzo), quadri “catastali” (Giliberti) dialogano con gli spazi come fossero cinque personali in grado di evidenziare il carattere e la diversità di artisti che seppur non sono un gruppo lavorano su studi che affacciano tutti nello stesso vicinato. Marco Tonelli nel 2017, in occasione della mostra che gli stessi artisti tennero presso il Villino del Balzo a San Martino Valle Caudina scriveva che “Per certi versi Via Varco è la punta di un iceberg, un concentrato di forze che fa parte integrante di un’ecologia culturale del territorio italiano. Anche se non sembrano esserci condivisioni di stili, materiali e forme nelle opere, né di anagrafe (gli estremi di nascita delle loro biografie vanno dal 1954 al 1975), sarebbe ugualmente improduttivo fare un discorso che consideri gli artisti di Via Varco come mondi separati l’uno dall’altro. Se non esiste un’estetica che rappresenta Via Varco, la compresenza di questi artisti in una piccola porzione di territorio, decentrata rispetto alle consuete rotte del contemporaneo ma centrale per la sua vitalità e originalità, è sintomo di qualcosa di reale e già proiettato al futuro”:
è Neighborhood.
Vicinato è una parola che evoca nelle nostre menti incontri, socialità, discussione. Un percorso, quello di questi 5 artisti, che per quanto non si identifichi in uno stile unico ha portato alla realizzazione di una Koinè artistica, un linguaggio d'incontro, che parla di memoria e di radici, che oppone all'estrema velocità della società un ritorno ai ritmi naturali. Arcos, per questa mostra, si sostituisce agli studi di Via Varco come luogo di questa socialità che ha caratterizzato l'esperienza di questi artisti negli ultimi 10 anni, aprendo però diverse tipologie di discussione, in particolare un rapporto tra uno spazio estremamente connotato come quello del museo beneventano e degli artisti dall'identità molto forte, creando la suggestione di un dialogo tra il tufo degli ambienti espositivi e le opere. Inoltre altro aspetto fondamentale per l'ideazione di questa mostra è la possibilità di Arcos di fornire un dialogo fra antico e contemporaneo, data la presenza all'interno degli spazi della mostra permanente dedicata al culto di Iside. Neighborhood diviene luogo d'incontro, superando l'antica idea di museo tempio per giungere ad un modello di spazio vivo di discussione, un'Agorà non solo per gli artisti ma anche per i visitatori.

 

oltre caravaggioNapoli, Museo di Capodimonte (secondo piano). “Oltre Caravaggio” è il titolo di una mostra che è una chiara dichiarazione d’intenti. È la promessa, mantenuta, di un racconto rinnovato della pittura a Napoli nei secoli XVII e XVIII. Si configura come la condivisione di studio, ricerca e riflessioni esposte in una narrazione convincente, che pratica l’idea del museo vivo, che va oltre l’idea di deposito o di “mostra da abbuffata”, si mette in discussione, valorizza le proprie collezioni e supera immobilismo e fossilizzazioni.
I curatori Stefano Causa, docente di Storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università degli studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa” e Patrizia Piscitello, responsabile Ufficio mostre e prestiti del Museo e Real Bosco di Capodimonte hanno lavorato al riallestimento di 200 opere (tutte appartenenti alle collezioni del museo) e in oltre 20 sale hanno proposto nuovi punti di vista su temi e artisti da tempo ‘ingabbiati’ in percorsi di lettura obbligati, fissi, proponendo un’antologia di racconti, che risponde a diversi criteri, storico-critici, stilistici, didattici e perciò in grado di concedersi a pubblico e livelli di lettura diversificati e che ha l’ulteriore pregio di mostrarsi bella senza far trasparire le ovvie difficoltà di scelta dei punti di vista secondo cui inquadrare i diversi momenti, temi, autori. Dagli accostamenti “traumatici e giudiziosi” di opere, artisti e soggetti, ai nomi delle sale, agli apparati informativi, l’innesco di cortocircuiti e la creazione di ponti ideali è costantemente dietro l’angolo. L’inizio del percorso di visita, e del racconto, fa da esatta controtesta al titolo. La Flagellazione del Caravaggio è temporaneamente spostata dalla posizione che occupava da circa un ventennio, la sala terminale di un lungo corridoio rettilineo che era ormai il punto di arrivo di un pellegrinaggio a passo svelto verso il capolavoro, che emergeva dal buio offrendosi per una sacrale, quasi feticistica, contemplazione. La Flagellazione non è ora punto di arrivo ma invito rinnovare lo sguardo e ad andare oltre.
La sala ocra rossa che accoglie l’opera non costringe il visitatore ad un solo punto di vista ma anzi lo spinge a muoversi e avvicinarsi per partecipare a quella scena tanto viva e dolorosa, la sacrale distanza è annullata e l’invito, da ora in poi, è di immergersi tra superfici, colori, suoni, sapori e umori che caratterizzavano la megalopoli che fu Napoli in quei secoli. Fin da subito il visitatore habitue di Capodimonte è avvertito: è in un luogo conosciuto eppure da riscoprire, si troverà a riguardare opere che credeva di conoscere e ne noterà aspetti diversi (nuovi) chiedendosi al contempo come sia possibile che finora gli fossero sfuggiti, sostando magari davanti a tele che prima non rientravano nelle “tappe fisse” d’elezione. Interessante come contribuisca a questa sensazione anche il rinnovato colore delle stanze.
Più che un racconto, un’antologia di racconti, ognuno con un titolo, espresso in ciascuna sala, estremamente chiaro, un lume ideale che accompagna nel percorso che si districa tra i vicoli di una Napoli cosmopolita, crocevia di culture, una Napoli dai mille volti. Conducendo lentamente lo sguardo tra le opere si odono con gli occhi i rumori di una città che è un grande porto, luogo di arrivi e partenze, scambi e incontri. È la Napoli di Ribera, quella del primato dello stile, del Barocco, dei trionfi de Bacco, della vita e della morte, delle corti. Il fil rouge è il ruolo di preesistenze, arrivi e contaminazioni, l’evoluzione di una lingua che si fonda sulla fusione e declinazione dei dialetti, l’opera di “lombardi come Caravaggio (1571-1610), emiliani come Giovanni Lanfranco (1582-1647), Domenichino (1581-1641) e Guido Reni (1575-1642), lo spagnolo (ma napoletano d’adozione) Jusepe de Riberaribera (1591-1652), i francesi Simon Vouet (1590-1649) e Pierre-Jacques Volaire (1729-1799), il bergamasco Cosimo Fanzago (1591-1678), i romani Artemisia Gentileschi (1593-1653) e Gregorio Guglielmi (1714-1773), il belga François Duquesnoy (1597-1643)” come luogo d’incontro e di crescita.Superato l’inquadramento strettamente caravaggesco di longhiana memoria i curatori accompagnano il visitatore nella calzante suggestione del primato napoletano di Ribera e di Fanzago, che a differenza del collega lombardo, operano sul territorio a lungo, dando avvio a botteghe che diffonderanno i modelli dei maestri. Si procede per accostamenti e confronti.

Lungo il percorso ci s’imbatte ad esempio in una molteplice declinazione di San Girolamo, a partire dal Pordenone passando per Agostino Carracci, Ribera e poi Traversi, i suggerimenti di lettura non mancano ovviamente, ma come sempre, è al visitatore che spetta l’ultima parola, a lui spetta far scoccare la scintilla dell’avvio di un racconto che può diventare un inno alla vita, alla morte, alla senescenza, al colore, all’ombra, alla materia, alle passioni, alla purezza. mrosariogiordanoAccostamenti e confronti si diceva, anche con sculture, proposte di temi e soggetti che mettono in evidenza un mercato locale vivo, pronto a reagire a ciò che accade altrove, a ciò che sperimentano i maestri forestieri. Cambiano soggetti e formati, la pittura si contamina ed evolve, le figure lentamente perdono di rigore, la pittura si apre con un afflato smaltato per poi veder coesistere opere caratterizzate da un forte vigore espressivo lungo la scia riberesca e opere dalle stesure morbide che guardano a Bologna senza mai distogliere lo sguardo da ciò che avviene a Roma.

I dipinti di piccolo formato dialogano con arredi e sculture suggerendo l’idea di un allestimento aristocratico del tempo.

Estremamente suggestiva la scelta di circondare la Madonna del Rosario di Luca Giordano con quattro nature morte, efficace esempio di quanto si diceva in apertura circa i diversi livelli di lettura. L’apparato critico, i titoli, conducono lo sguardo, ma l’accostamento dei soggetti supporta una lettura istintiva che risuona dei profumi e delle musiche delle feste popolari, e religiose, come inno alla terra e alla natura prospera, dono di Dio. La narrazione prosegue naturamortareccoraccontando di corti e paesaggi settecenteschi, pittori che si fanno protagonisti, e di moderni caravaggeschi.
Bello il catalogo, non esclusivamente riservato agli addetti ai lavori, opera che mostra le ragioni dell’esposizione, i criteri e le fasi dell’allestimento (con una non scontata riproduzione dell’allestimento delle sale), un ricco apparato fotografico.

 

  

 

Alessandra Manca

Info utili:
“Oltre Caravaggio. Un nuovo racconto della pittura a Napoli”
A cura d Stefano Causa e Patrizia Piscitello
31 marzo 2022 – 7 gennaio 2023
Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli

Catalogo:
Oltre Caravaggio
Un nuovo racconto della pittura a Napoli
da un’idea di Sylvain Bellenger
a cura di Stefano Causa e Patrizia Piscitello
in libreria: aprile 2022
formato: 24x30 cm
allestimento: brossura con alette
pagine: 160
illustrazioni: circa 130 a colori
lingua: italiano
ISBN: 978-88-569-0859-6
prezzo: 28,00 euro

SABATO 17 SETTEMBRE SI INAUGURA NEL VITERBESE, A BASSANO IN TEVERINA, LA SESTA EDIZIONE DI “SCULTURE IN CAMPO”: TRE NUOVE SCULTURE DI PINO GENOVESE, MAKI NAKAMURA E CLOTI RICCIARDI VANNO AD ARRICCHIRE LA COLLEZIONE PERMANENTE DEL PARCO INTERNAZIONALE DIFFUSO IN 5 SEDI TRA LE CAMPAGNE E IL CENTRO STORICO DEL BORGO LAZIALE

  

INVITO EL 2022 250• La collezione di sculture contemporanee permanenti si amplia con le ultime acquisizioni: le opere di Pino Genovese, Maki Nakamura e Cloti Ricciardi.
• Dopo il grande successo di pubblico il programma di mostre temporanee conferma come protagonista Cloti Ricciardi, con la proroga della sua mostra contenuta ma significativa di sculture allestite nello spazio Ipogeo e in quello Progetti, per rendere omaggio e accendere i riflettori sulla straordinaria artista romana attiva sin dagli anni Sessanta e impegnata nel movimento femminista della Capitale degli anni Settanta.
• L’inaugurazione di settembre sarà anche l’occasione per lanciare il nuovo sito internet di Sculture in Campo, comprensivo della sezione del network internazionale dedicato a istituire una rete dei parchi di scultura contemporanea sparsi tra i cinque continenti.

 

Bassano in Teverina. - Si inaugura sabato 17 settembre 2022, alle ore 11.30, a Bassano in Teverina (VT) presso il Querceto, la sesta edizione di Sculture in campo.
Sculture in campo è un work in progress: ogni anno alla collezione permanente del Parco internazionale di scultura si aggiungono opere di artisti selezionati dal comitato scientifico composto da Lucilla Catania, Cesare Biasini Selvaggi, Cecilia Canziani, Laura Iamurri, Roberto Lambarelli e Anna Maria Panzera. In questa occasione saranno presentati al pubblico tre nuovi lavori di Pino Genovese, Maki Nakamura e Cloti Ricciardi.

LE NUOVE SCULTURE DEL PARCO
Antropiche (2022) è il nome delle due sculture eseguite da Pino Genovese (Roma, 1953). Si tratta di due antri ben distinti che convivono, definiti “Antropiche” cioè proprie dell’uomo e della donna. Si tratta di rifugi naturali di protezione realizzati con tronchi recuperati sulla riva del mare. L’attaccamento dello scultore romano alla natura lo ha portato negli anni a produrre, nello studio di Lavinio sulla costa laziale, opere con materiale recuperato sulle spiagge, come tronchi levigati e alghe, o nel sottobosco delle pinete, dai rami alle cortecce. Grazie ai viaggi compiuti in Africa, (Mauritania, Mali, Niger, Marocco, Tunisia), si è rafforzato progressivamente il suo interesse per la natura arcaica e antropologica di cui sono intrisi i suoi ultimi lavori.

Maki Nakamura (Yamaguchi, Giappone, 1947) giapponese di nascita arriva in Italia nel 1961 e studia scultura con Pericle Fazzini all’Accademia di Belle Arti di Roma, diplomandosi nel 1964. Nel 1968 è a Parigi per frequentare l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts, a cui alterna soggiorni a Carrara presso lo Studio Nicoli per approfondire la lavorazione del marmo. Di ispirazione orientale, si intitola Zer0 il lavoro in travertino realizzato da Nakamura per Il Querceto di Sculture in Campo. Quest’opera compie il paradosso del dar corpo sensibile all’immateriale e di rendere fisicamente il vuoto, in sintonia con il pensiero Zen, come già sottolineato da Luciano Caramel nel 1997 quando ha curato la mostra personale della scultrice giapponese a Osaka, presso il Sakura Art Museum.

Con la collaborazione di Mariolina Ricciardi, dal prossimo 17 settembre sarà possibile ammirare ne Il Querceto di Sculture in campo anche Anomie spaziali, in corten e vetro, un’opera tratta da un bozzetto del 1987-89 di Cloti Ricciardi (Roma, 1939), tra le più importanti scultrici italiane del secondo Novecento, di cui il pubblico ha potuto ammirare Respiro (1968) nel recente allestimento a Palazzo delle Esposizioni in occasione della Quadriennale d’arte 2020. Con la sua voglia di sperimentare e con una sorta di instancabile furore creativo, Cloti Ricciardi ha ricercato e prodotto sempre, fino a qualche anno fa, quando è stata sopraffatta non solo da difficili situazioni familiari, ma soprattutto dalla malattia che l’ha allontanata progressivamente dal pensiero e dal mondo reale. Nella sua “anomie” la scultrice romana scardina il sistema chiuso e insufficiente del rapporto tra soggetto/oggetto e tra spazio/tempo, optando per un concetto di molteplicità e per una visione nuova, che segna il punto di non ritorno, verso delocazioni altre e nuove osservazioni.
Presso le sue due sedi “al coperto” IPOGEO e PROGETTI di Sculture in campo, entrambe all’interno del borgo storico di Bassano in Teverina, prosegue la piccola, intima quanto intensa mostra-omaggio dedicata a Cloti Ricciardi. L’esposizione accoglie un nucleo di opere che magistralmente fondono materia, pittura, scultura e installazione con un’analisi dello spazio e un linguaggio formale personalissimo, difficilmente ascrivibili agli “ismi” del nostro tempo.

IL NETWORK INTERNAZIONALE DEI PARCHI DI SCULTURA
L’inaugurazione di settembre segnerà anche il “click day” del lancio del nuovo sito internet di Sculture in campo, una vera e propria piattaforma multicanale che comprenderà una sezione dedicata al network che, partendo da Bassano in Teverina, intende riunire, raccontare, promuovere e mettere in connessione tutti i parchi di scultura presenti tra i cinque continenti, evidenziandone buone pratiche, fornendo consulenza tecnico-scientifica, andando a definire le rotte di un turismo globale dei parchi di scultura attraverso percorsi tematici o geografici.

INFORMAZIONI
Sculture in Campo. Parco Internazionale di Scultura Contemporanea

Inaugurazione: sabato 17 settembre 2022, ore 11,30, Il Querceto-Località Poggio Zucco-Bassano in Teverina
Per informazioni: infoline +39 338 4197029 - 06 6786766 - scultureincampo.it

 

Al Circolo deli Artisti di Albissola Marina la personale di Marco Pensavecchia

 

Marco PENSAVECCHIA 250Da GIOVEDI' 1 SETTEMBRE 2022  sarà per la prima volta, ospite degli spazi del Circolo degli Artisti di Albissola Marina (SV) in Pozzo Garitta, 32 , Marco Pensavecchia con una sua personale.

Nelle opere di Marco Pensavecchia questi diversi mondi convivono "angeli,uomini.."

                                   di Anna Maria Faldini

“L'aspirazione dell'uomo a creare viene guidata da quell'impalpabile spinta che si trova nell'animo di ogni essere umano.

Marco Pensavecchia, possiede sia l'aspirazione quanto l'ispirazione con la quale realizza opere raffinate per l'esecuzione minuziosa delle figure. La sua propensione per la plasticità delle forme lo portano a privilegiare la figura umana e a interpretarla in modo iperrealistico nella sofisticata ricerca dei particolari, della luce e delle ombre. All'interno di un suo approfondimento della cultura classica si pone la raffigurazione del corpo umano che permette all'artista di mostrare la sua visione di perfezione armonica, che può persino risultare triste e dolente, ma solo perché la configura secondo il suo stato d'animo.

 

Dopo il diploma al Liceo Artistico A. Martini di Savona, allievo, tra gli altri, del compianto Giampaolo Parini, MARCO PENSAVECCHIA ha intrapreso una strada lavorativa diversa, ma la pittura e il disegno sono comunque una passione che continua a coltivare. Anni fa ha modellato un bassorìlievo in terracotta che, riproducendo la scala sociale in forma di piramide, partiva dalla lotta dell'ultimo per arrivare al primo.

In ceramica ha dipinto piatti con creature marine molto realistiche.

Preferisce, però, dipingere e disegnare figure umane. Ha partecipato a qualche mostra collettiva: nel 2003, per il cinquecentenario dell'elezione di Giulio II, ha esposto al Priamar una riproduzione ad olio su tela de   “Il Giudizio Universale” di Michelangelo che gli è costata cinque anni di lavoro. Nel 2010 ha partecipato a Villa Cambiaso a una mostra patrocinata da Vittorio Sgarbi.

L'artista si è ispirato ai due grandi Michelangelo dell'arte: il Buonarroti e il Caravaggio.

Si ispira al corpo umano, femminile e maschile. Ritiene, soprattutto quest'ultimo, più armonioso e completo.

Ama riprodurre la luce che cade su una figura e crea ombre. Nel momento in cui la raffigura è come se uscisse dal suo cuore, perché come artista comunica le sue sensazioni.

Quando si esprime sente di mettere anima e cuore in ciò che fa.

Il quadro diventa quindi una finestra per guardare oltre, perché un'opera deve   emozionare chi la dipinge e chi la guarda.”

Liberamente tratto da "II Letimbro" aprile 2020

L'artista presenzierà la sua mostra.

YŌKAI
Le Antiche Stampe dei Mostri Giapponesi
MONZA | VILLA REALE

LA MOSTRA PROROGATA AL 9 OTTOBRE 2022

 

Loputyn Hone Onna 2022 50X70cm bassa 250La mostra Yōkai. Le antiche stampe dei mostri giapponesi, in corso nel Belvedere della Villa Reale di Monza, è stata un vero successo, di pubblico e anche di critica. L’affluenza, grazie anche agli eventi collaterali organizzati ogni settimana, è stata ampia persino in questo caldo inizio di agosto e così la società organizzatrice, Vertigo Syndrome, ha deciso di prorogare l’esposizione, che doveva chiudere il 21 di questo mese, al 9 ottobre 2022, dando così una nuova opportunità anche ai ragazzi delle scuole, che nei primi mesi di apertura, in maggio e giugno, hanno gremito le sale del Belvedere.

La mostra, curata da Paolo Linetti e dedicata agli spiriti, alle creature e ai mostri del folklore nipponico, continuerà dunque a proporre i suoi capolavori – duecento stampe del XVIII e XIX secolo, libri antichi, abiti storici, armi tradizionali e una splendida collezione di netsuke, piccole sculture in avorio provenienti dalla collezione privata Bertocchi mai esposte prima al pubblico – trasportando magicamente il visitatore nel Giappone del periodo Edo, ma anche facendolo partecipare ad eventi e laboratori che continueranno ad essere organizzati fino al termine dell’esposizione.

Tra le opere in mostra, alcuni dei famosi quaderni manga di Hokusai e altri suoi capolavori, splendide xilografie di Hiroshige e Chikanobu e un rotolo a scorrimento lungo 11 metri, anche questo esposto per la prima volta, proveniente dalla collezione di Luigi e Luciana Bartolini. Realizzato alla fine del XIX secolo in seta e inchiostri su carta da gelso, l’opera narra la vicenda di Shutendoji, una creatura mitologica (Oni) a capo di un esercito di mostri che infestava il monte Oe nei pressi di Kyoto.

Ancora, per chi non avesse provato questa straordinaria esperienza, sarà possibile rivivere la leggendaria prova di coraggio del Rituale delle cento candele, iniziata da alcuni samurai nel XVII secolo, da cui l’intera mostra trae ispirazione e a cui è dedicata la sala immersiva che apre il percorso espositivo.
Il macabro rituale iniziava solitamente dopo l’ora del tramonto, quando i samurai si ritrovavano in una stanza buia, illuminata soltanto dalla luce di cento candele. Ognuno di essi raccontava una storia agli altri compagni con l’obiettivo di spaventarli con racconti popolati da mostri appartenenti alla tradizione giapponese, quali le Jorogumo, avvenenti donne-ragno, i simpatici tassi trasformisti chiamati Tanuki e le Ningyo, le sirene la cui carne profumatissima può donare agli uomini giovinezza o morte atroce. Al termine della storia di paura, chi l’aveva narrata doveva alzarsi, spegnere la candela di una lanterna, prendere uno specchio e specchiarvisi nell’angolo più lontano: l’oscurarsi progressivo della stanza accompagnava la narrazione di racconti sempre più spaventosi e carichi di suspense. Proprio come erano soliti fare un tempo i samurai, i visitatori di Yōkai entrano in una stanza totalmente buia, illuminata dalla fioca luce di cento candele che rivela la presenza delle opere. Le candele si spengono poi una ad una, accompagnate dalla voce roca di un attore che impersona il fantasma di un vecchio samurai, morto dopo essere impazzito per aver incontrato un vero mostruoso Yōkai nella notte. Un’esperienza unica che, per volontà degli organizzatori, permette di conoscere e apprendere con stupore e rapimento.

L’iniziativa si completa con una sezione prodotta dalla casa editrice Hop!, con le opere di Loputyn, nome d’arte di Jessica Cioffi, l’illustratrice bresciana seguita come una rockstar dagli appassionati di manga, che espone sei tavole originali create per l’occasione, che s’ispirano e interpretano altrettante leggende giapponesi. Ogni illustrazione presenta in chiave contemporanea un racconto e un mostro grazie allo stile che la caratterizza in maniera inequivocabile.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Skira, partner editoriale di Yokai, in collaborazione con Vertigo Syndrome e con la curatela di Paolo Linetti. Nel volume grandi riproduzioni delle opere esposte, i segreti, le curiosità e le leggende ad esse collegati,.

COSA E’ VERTIGO SYNDROME
Una crociata contro l’uggia delle mostre d’arte

Vertigo Syndrome fondata da Chiara Spinnato nel gennaio 2022 si occupa di ideazione, organizzazione e produzione di mostre proprie.
Le mostre sono pensate e prodotte partendo dal presupposto che i visitatori siano giustamente impreparati quando fanno il primo passo all’interno dei percorsi espositivi.
Chi accetta l’invito a partecipare alle produzioni Vertigo Syndrome, ne uscirà con l’esaltazione di aver trascorso dei momenti di forte rapimento emozionale con la consapevolezza di conoscere qualcosa di nuovo, di saperlo raccontare ad altri, ma anche e soprattutto con lo slancio e la passione di conoscere e di saperne ancora di più.
La vertigine che Vertigo Syndrome vuole far provare ai propri visitatori è quella data dall’ebbrezza della scoperta. Una scoperta che crescerà passo passo all’interno dei suoi percorsi espositivi che si caratterizzano per la potenza e l’impatto del messaggio proposto.

 

INFORMAZIONI MOSTRA
YŌKAI. Le antiche stampe dei mostri giapponesi
Monza, Belvedere della Villa Reale (viale Brianza 1)
30 aprile - 21 agosto 2022

Orari
Venerdì 15,00 – 20,00
Sabato e domenica 10.30 – 20.00
Apertura straordinaria lunedì 15 agosto 10.30 – 20.00

Biglietti
Intero € 13,00 | Ridotto € 11,00 | Ridotto speciale Centri Estivi € 8,00
Gratuito per i bambini sino a 6 anni, persone diversamente abili con accompagnatore | guide turistiche abilitate | soci I.C.O.M. e I.C.C.R.O.M. | Militari del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale
Biglietto cumulativo Mostra Yokai + Villa Reale € 15,00
Ridotto Scuole € 5,00

Sito internet MOSTRA YOKAI www.mostrigiapponesi.it
Catalogo mostra: Skira (skira.net)
Catalogo sezione speciale Loputyn: Hop! (stay-hop.com)

Successo a Palazzo Venezia di Napoli per la mostra “Art for Rights”

Suggestiva, originale, di grande interesse sociale ed apprezzatissima da tutti l’opera esposta da Dmitrij Grasso

PHOTO 2022 250Il 23enne Dmitrij Grasso, studente dell’Accademia delle Belle Arti a Napoli, ha colto uno dei suoi primi successi di vita esponendo con il plauso e l’ammirazione di tanti, una sua creativa e altamente significativa opera, nell’ambito della mostra “Art for Rights” realizzata sulle violenza di genere, diritti negati alle persone e sulla salvaguardia della natura. Nel corso di una intervista concessaci Grasso ci dice: “Praticamente l’opera da me esposta dal titolo “Circolo Vizioso”, vuole rappresentare, con il rosso del sangue, un mare pieno di sofferenze che hanno subito le persone alle quali sono stati negati i diritti e le loro mani fuoriescono da questo sangue come se stessero annaspando, come se stessero cercando di salvarsi, ma non riescono perché sono legate da queste catene che le intrappolano e le fanno cadere sempre più a picco. Infine ci sono dei fiori che vengono mantenuti da queste mani ed è come se l’uomo portasse a fondo anche la natura. Ho inteso rappresentare la crescita di grandi aziende che distruggono la natura e sfruttano le persone che all’interno di esse lavorano, o anche gli immigrati che provano a scappare dai loro paesi e si ritrovano in mare aperto molte volte facendo una brutta fine. Questa mia opera ed il concetto in essa insito, è stato molto apprezzato dalla professoressa di psicologia dell’arte, del mio corso, che ha proposto ai due ragazzi, sempre dell’Accademia, Cristoforo Palomba e Chiara Pezzella, che hanno organizzato questa mostra “Art for Rights” ospitata dallo storico Palazzo Venezia in via Benedetto Croce, 19 nel cuore di Napoli, e che hanno già realizzate altre mostre tese ad implementare sempre più la cultura a Napoli, collaborando e con l’appoggio anche con “Amnesty International”, di inserirla in questo contesto. Solitamente i quadri vengono mostrati nella loro parte anteriore e difficilmente quella posteriore viene vista, invece io ho voluto creare l’originalità dell’inverso, mostrando la parte di dietro del quadro come il voler mostrare la parte più brutta dello stesso. Quindi in questo caso, quella che nasconde le cose più brutte viene mostrata con il voler essere un incipit a far capire che quel che si dice e si fa non deve essere nascosto, come avviene ad esempio nella politica, o nel fare di persone di spicco della comunità, ma le realtà anche se sfavorevoli o poco comode devono essere mostrate, perché non si può far vedere sempre la parte bella, ma occorre conoscere anche quella brutta e negativa delle cose. La tecnica usata per la realizzazione dell’opera, delle dimensioni di 50x70cm., è : mista su tela e concludendo vuole rappresentare un circolo vizioso creato dall’uomo stesso, il quale, nega diritti al suo prossimo discriminando, commettendo violenze e, non accontentandosi, distrugge una delle cose più care a lui: la natura. L’opera è presentata sul retro di una tela, parte solitamente nascosta e mai mostrata al pubblico. In questo caso il retro viene svelato e simboleggia il luogo in cui si nascondono tutte le crudeltà che l’uomo commette. Da qui fuoriescono delle mani realizzate in gesso che stanno a rappresentare l’essere umano fragile quanto il gesso stesso e sofferente che prova ad emergere dallo sfondo rosso sangue rappresentativo delle sofferenze subite, ma che purtroppo viene portato a sprofondare sempre di più a causa delle catene che porta ai polsi, simbolo dei diritti negati. Infine le mani sprofondando, portano a fondo con se dei fiori, rappresentativi della Natura stessa che viene deturpata e distrutta. Con ciò si chiude questo circolo vizioso in cui l’uomo ne esce sconfitto. La proposizione della propria arte al pubblico da parte del giovane e volenteroso studente Dmitrij Grasso, ha fra l’atro assunto un particolare significato culturale perché presentata nel PA-VE di Napoli dall’anno 2010 sede dell’associazione “L’Incanto S.r.l. Palazzo Venezia” aderente al Club Unesco Napoli, diretta da Gennaro Buccino imprenditore napoletano che ha inteso “rilanciare un sito che è stato, per troppo tempo, vittima di una vera e propria congiura del silenzio, al fine di riproporre quanto di buono e di culturalmente valido una simile realtà può generare in una città che tanto fatica a recuperare il suo prestigio nel mondo” come lui afferma. Buccino ha adeguato i locali storici di Palazzo Venezia all’organizzazione di serate, eventi musicali e mostre con lo scopo di promuovere la cultura, la tradizione, così come l’ingresso di nuovi artisti nel panorama partenopeo attraverso l'esposizione nel palazzo delle loro opere. Di questo storico palazzo nella Spaccanapoli, che attualmente prende il nome di Pa-Ve, esiste una grande descrizione storica, dalla donazione che il Re di Napoli Ladislao II d’Angio’ Durazzo fece alla Serenissima Repubblica di Venezia intorno al 1412 con lo scopo di essere utilizzato come abitazione per i consoli generali a Napoli; cioè fino a prima della seconda guerra mondiale e poi si perdono le tracce. In tanti però sanno che Palazzo Venezia ha continuato ad essere un centro di cultura anche a termine della guerra e dal 1945/47, l’intero palazzo ospitò la “Pia Casa di Studi” che nacque con l’opera di una suora che attraverso l’intervento dell’allora Vescovo di Napoli, Cardinale Alessio Ascalesi, per la necessità di dare istruzione ai ragazzi riuscì ad organizzare un istituto elementare parificato, che è rimasto in vita fino ad oltre gli anni ’50. Chi come lo scrivente, ha affrontato la prima formazione frequentando le 5 classi delle elementari in questi locali, ora adibiti ad altra cultura, non può che provare grande commozione nel rivivere i momenti della propria infanzia ricordando l’accesso attraverso le maestose scale esterne o anche dalle scalette interne della “Sala delle Carozze” che portano all’ultimo giardino pensile del 700 a Napoli, luogo dei momenti di svago e ricreazione per gli alunni dell’epoca della Pia Casa di Studi, con la Madre Superiora che dirigeva uno staff di splendide maestre formatrici di tanti giovani ora tra i circa 70 ed i circa 80 anni. Emozioni varie nel rivedere i pavimenti originali e quelle stanze dalle volte altissime, una volta arredate con la cattedra e banchetti per gli alunni dove sedevano fanciulli con il grembiulino azzurro, la coccarda bianca ed il “cestino” di cartone pressato, piccola valigetta quadrata, dove si portava il “Sussidiario” antico libro delle scuole elementari, insieme al porta penne in legno dove trovavano posto la penna con i pennini Cavallotti, color argento del costo di 10 Lire, dalla punta sottile per scrivere in bella copia ed il pennino semplice, color rame di prezzo inferiore, per scrivere in brutta copia ed una carta assorbente, il calamaio di inchiostro nero PeliKan o Parker ed una serie di matite colorate “pastelli” Giotto con il temperamatite e gomma . Di gran bellezza e storicità è il giardino attiguo alla Casina pompeiana in stile neoclassico, ed anche quello alle spalle della casina con le sue grandi aiuole dove all’epoca della “Pia Casa di Studi” i giovani studenti venivano portatati dalla loro maestra per fare tutti insieme la ricreazione. Ma altre bellezze riservava e penso riservi questo storico palazzo, come il teatrino di Corte e la bellissima piccola cappella affrescata denominata "grotta della Madonnina" dove sempre negli anni di ripresa dalla guerra questi piccoli studenti venivano portati a esprimere le loro preghiere nell’ora di religione.


Giuseppe De Girolamo

 

4 artisti per 4 leoni

Quattro nuove icone
per la storica trattoria di Piazza della Passera

Inaugurazione mercoledì 6 luglio 2022, ore 19

Trattoria 4 Leoni
Piazza della Passera, Firenze

La Trattoria 4 Leoni di Piazza della Passera, storico locale nel cuore dell’Oltrarno fiorentino, rende omaggio alla sua più recente tradizione e la rinnova, nel segno di una speranzosa ripartenza. Lo fa presentando con entusiasmo al pubblico 4 artisti per 4 leoni, iniziativa con cui propone, a distanza di 27 anni dalle prime, quattro nuove icone raffiguranti il leone, da sempre simbolo della trattoria, realizzate da altrettanti artisti del panorama fiorentino. Le opere saranno inaugurate mercoledì 6 luglio 2022, a partire dalle 19.

È una piccola storia fiorentina, questa, che si ripete. Era infatti il 24 maggio 1995 quando il ristorante finalmente riapriva, rilevato dall’attuale proprietario Stefano di Puccio, dopo un lungo periodo di chiusura e di ristrutturazione. In quell’occasione, il poliedrico pittore fiorentino Mario Mariotti, il fratello Marcello e altri due artisti furono chiamati a realizzare quattro opere dedicate al leone: i cosiddetti quattro “vecchi” leoni, che da quel momento sono sempre stati esposti sulle pareti del locale. Iniziava così una tradizione che solo adesso, a distanza di 27 anni, viene riproposta, nella speranza che si trasformi in una sorta di rito da ripetere annualmente con artisti sempre diversi, per arricchire l’eredità culturale di questo luogo così denso di storia.

Ubaldo Molesti, noto per le sue forme ellissoidali da lui chiamate “cosmoforme”, Franco Bini, dedito allo studio profondo dei grandi maestri del passato, Antonio Borrani, con un’attività che spazia dalla pittura alla video-arte, e Lando Di Bari in arte Oldan, inventore della Patacc-Art, come si autodefinisce, sono gli artisti contemporanei che sono stati chiamati a realizzare i “nuovi” leoni che affiancheranno quelli “vecchi”, reinterpretando ciascuno secondo la propria cifra stilistica la secolare icona del ristorante.

Situata fra il Ponte Vecchio e Piazza Pitti, la trattoria deve il suo simbolo – e il suo nome – allo storico Canto ai 4 leoni, fra via Toscanella e via dei Velluti. Qui esiste ancora parte di un antico bassorilievo in pietra raffigurante appunto un leone rampante: è il Marzocco, emblema guerriero e virile della Repubblica Fiorentina, così chiamato in onore del dio Marte, protettore della Florentia romana.

Quella dei 4 Leoni è una storia plurisecolare, iniziata al tempo di Cosimo de’ Medici, primo granduca di Toscana. Prima canova di vini, poi osteria, la trattoria ha accompagnato nei secoli la vita cittadina, diventando oggi un punto di riferimento enogastronomico e culturale per Firenze. La sua storia più recente, tuttavia, ha origine solo nel secondo dopoguerra, quando si trasformò in una delle tradizionali fiaschetterie fiorentine - ovvero uno spaccio di vino, salumi, formaggi e crostini. Fino ad arrivare al 1995 quando, con la gestione di Stefano Di Puccio, il successo della Trattoria 4 Leoni ha permesso anche la riqualificazione del quartiere che la ospita, grazie alle numerose attività con cui anima costantemente Piazza della Passera, vero e proprio salotto culturale cittadino.

01 Franco Bini 2022 photo Massimo Borchi 100Franco Bini, nato a Rimini nel 1943, si è trasferito da piccolo a Firenze, città natale del padre. Fu introdotto all’arte dallo zio Mario Bini, ballerino del Teatro Comunale, grande appassionato di pittura. Si diploma presso l’Istituto d’arte di Porta Romana, lavorando anche come disegnatore-modellista di accessori per la moda. Già dai primi anni ’60, partecipa a varie mostre come artista e all’inizio degli anni ’80, con un gruppo di amici fonda a Firenze, città d’avanguardia nell’arte, musica e moda, l’associazione “Lo Stato dell’Arte”, con la quale organizzerà diverse esposizioni come Franchi Tiratori e Lo Stato dell’Arte nel 1984; Scultura, Doppione, Primavera non Botticelli, Balzane Divinità nel 1985; Art Trend, 1986 e Mostra di pittura del più grande artista vivente del 1988. Nel 1986, dopo una serie di mostre a Caracas nel Centro Culturale Italo-Venezuelano, sperimenta la scultura, busti in creta di amici e familiari, riproduzioni in ottone di palazzi rinascimentali fiorentini, medaglie in bassorilievo di personaggi storici e icone dell’arte quali Giovanni da Verrazzano, l’uomo di Vitruvio di Leonardo e la stessa Monna Lisa. Continua ad approfondire l’interesse per l’arte Rinascimentale e fonda, nel 2012, l’Associazione MonnaLisaDay. Conduce la sua personale interpretazione del Rinascimento realizzando a matita, pastelli e olio noti ritratti rinascimentali e poi il Cenacolo e la Primavera. Il Cenacolo e Riflessioni sull’Arte sono le sue due ultime mostre del 2017.

 

04. Antonio Borrani 2022 photo Massimo Borchi jpg 100Antonio Borrani, nato a Firenze nel 1941, ha partecipato, nel corso degli anni, a varie collettive e personali in Italia e all’estero: nel 2000, nel 2001 e nel 2002 alla Galerie Dorst Naar Kunst in Olanda; nel 2002 alla mostra Evolutionäre zellen presso la NGBK, Neue Gesellschaft für Bildende Kuns, Berlino; nel 2016 allo Studio Bong, Firenze; 2017 al Lex & Art Studio, Firenze; nel 2018 alla mostra Obsolescenza presso la Fondazione Sensus, Firenze e nel 2019 alla Sensus Vetrina di Fiesole. Tra i lavori che gli hanno commissionato - oltre a quelli in case private a Roma, Milano e a Malibù in California – ricordiamo quelli pubblici: le vetrate della Chiesa di Santa Maria e le pitture murali della Canonica di Tolcinasco, Milano (2002/2010); la Cantina di San Bartolomeo a Montepulciano (2016/2017). Ha realizzato anche opere video partecipando a Festival ed esposizioni come: nel 2001 al “Costaiblea Film Festival” a Comiso; nel 2002 a “Poetronica”, a cura di Carlo Isola, all’Impruneta e a “Videodays”, a cura di Fiammetta Strigoli, a Vicchio; nel 2004 a “La mossa delle idee”, rassegna di video-art, a cura di Fiammetta Strigoli, al Cinema Alfieri, Firenze e all’edizione del 2005 de “La mossa delle idee. Videodays 2”, sempre a cura di Fiammetta Strigoli, presso la Sala Santa Rita, Roma.

 

02 Ubaldo Molesti 2022 photo Massimo Borchi 100Ubaldo Molesti è nato nel 1954 a Serravalle Pistoiese. La sua prima ricerca artistica passa attraverso varie esperienze, dall’espressionismo astratto al concretismo, alla pittura analitica, proponendo una sua visione della superficie. Dal 1974, giovane studente di architettura, collabora con la galleria fiorentina La Piramide ed entra in contatto con il linguaggio artistico del momento. Partecipa a varie manifestazioni con mostre personali e collettive: 1973, personale al Centro Artisti Fiorentini, Firenze; 1974, personale al Chiostro degli Innocenti, Firenze; 1975 alla Biennale di Pittura di Massa e Carrara; 1976 al “Decentramento Culturale”, Galleria il Moro - Azione n. 3, Indagine analitica di una operazione visiva. Durante gli anni Ottanta si allontana dall’azione artistica, ma continua la sua ricerca personale nel campo creativo, viaggiando all’estero. In seguito ad un viaggio negli Stati Uniti nasce l’ideazione del progetto spazio musicale-discoteca Tenax di Firenze. Alla fine degli anni Novanta riprende la pratica artistica, maturando un nuovo percorso. Partecipa a manifestazioni con mostre personali e collettive: 2012, Dal segno al colore, personale allo Spazio Trend View, Prato; 2013, Dentro e fuori la superficie, personale in Piazza Santo Spirito, Firenze; 2015, Vitamine tavolette energetiche presso l’Archivio Carlo Palli, a cura di Laura Monaldi; 2016, progetto “Rosso di donna - Scarpe Rosse 1522”, installazione, Prato; sempre nel 2016, “Penta Luce”, installazione permanente nel Bosco d'Arte dell'artista-collezionista Gianni Bandinelli a Greve in Chianti; 2017, “Locura Follia “ alla Biblioteca Lazzerini, Prato e “Xformeet.it - Palindromo”, performance di Luca De Silva e Ubaldo Molesti a Lucca; 2018, Oltre la Pittura, mostra personale Paolo Favi-Ubaldo Molesti, Studio Rosai, Firenze; 2019, Infinito Non Finito, personale presso il Palazzo del Pegaso, Regione Toscana; 2020, A L A Dada Boom, installazione al Museo della Pineta Viareggio “Giak Verdum”; 2021, Vivere senza paura, collettiva al Florence Art Deposit Gallery, Firenze; 2022, Fuori Spazio, personale presso Arci Casa del Popolo di Settignano. Espone anche al Museo Novecento di Firenze, alla Gamc a Viareggio, al Mart di Rovereto, al Museo Pecci a Prato, al Bosco dei Poeti a Dolcè, alla GAMeC de La Spezia, al Museo del Novecento a Milano.

03 OLDAN Lando di Bari 2022 photo Massimo Borchi 100Oldan è il nome d’arte di Lando Di Bari, nato a Firenze nel 1951. Dal 1976 al 1992 apre un negozio di abbigliamento per un giovane pubblico new-wave nel centro di Firenze. Dal 1979 per alcune stagioni collabora con la radio libera fiorentina Controradio, conducendo programmi serali dal titolo Salotto Dinamico e Bye Bye Boys, insieme a Otto Slupinsky e Tony Topazio. Nel 1981, insieme a Controradio, è tra i soci fondatori del Tenax. La sua attività̀ come pittore, sotto il nome di Oldan, si riduce a pochi significativi episodi: 1983, Florenceismagic, mostra personale e allestimento del Cafe’ Voltaire con interventi di spettacolo e di animazione (video, musica, grafica, fotografia) a cura di Otto Slupinsky, Antonio Borrani, Claudio Cosma, Valerio Ballerini, Ruben Modigliani; 1990, mostra a La Dolce Vita; 2012, Tutto Al 50% mostra al Museo Bellini, a cura di Luigi Bellini; 2016, Adore Oldan allo Studio Bong; 2020,Incidentally Oldan nuova mostra allo Studio Bong. In questi anni Oldan a partecipato a qualche mostra collettiva in case private, tra cui Oldan a Marignolle nella tenuta di Fabio Romoli.

 

 

Photo di Massimo Borchi.

 

Info TRATTORIA 4 Leoni

Tel. 055 218562 | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Angelo Cesselon. Centenario della nascita 1922/2022 - Nettuno/Anzio

 

Manifesto Cesselon Villa sarsina anzio 28.6. 15.7. 2022 150Mostra di manifesti cinematografici creati da Angelo Cesselon. Mostra a Villa Sarsina, via Ambrosini, Anzio. Fino al 15 luglio 2022.
Nell’ambito delle celebrazioni dedicate ad Angelo Cesselon, e realizzate nel Centenario della nascita 1922/2022 in tutta Italia, è in corso una bella manifestazione ad Nettuno/Anzio, presso la settecentesca Villa Sarsina, sede del Comune di Anzio. La mostra si incentra su una serie di manifesti cinematografici d' epoca, realizzati da Angelo Cesselon, noto pittore di cinema operante negli anni '50 - '70. L’esposizione è stata presentata lo scorso 28 giugno dalla Dott.ssa Cesselon, figlia di Angelo e storica dell' arte e comprende delle immagini di ritratti affascinanti dei divi del tempo. In evidenza i volti di Marilyn Monroe, Gina Lollobrigida, Eduardo de Filippo, Aldo Fabrizi, Walter Chiari e molti altri che si affacciano dai bei manifesti cinematografici degli anni del dopoguerra e ci riportano alle memorie e le atmosfere d’epoca. Villa Sarsina, Via Ambrosini, Anzio.Mostra: “Angelo Cesselon l’Uomo dei Sogni di Carta”
Luogo: Villa Sarsina. Via Ambrosini, Anzio (RM)
Visita alla mostra fino a venerdì 15 luglio 2022

Orari: dal Lunedi al Venerdi. Ore: 10.00/19.00. Sabato e domenica chiuso
info 33939432
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http://archiviocinemacesselon.oneminutesite.it

L’ESTATE 2022 DELL’ARTE A CATANIA


Da sant’Agata tra mito e devozione a Ryan Mendoza, per oltre tre mesi un ricchissimo programma di incontri, archeologia, arte contemporanea, fotografia, sound art,

su tutto il territorio cittadino

 

Catania, 29 giugno 2022 – Oltre quattro mesi di mostre, workshop, visite guidate, e tanto altro. È questa l’Estate 2022 dell’arte a Catania promossa e prodotta da Fondazione OELLE Mediterraneo antico dal centro etneo fino ad Aci Castello.
Un’Estate catanese che vuole essere quella della ripartenza, un’offerta rivolta ai cittadini e ai turisti che sono sopraggiunti numerosissimi nella città etnea per un nuovo inizio dopo i mesi difficili che abbiamo alle spalle, per ricominciare a stare insieme.

Il mito di sant’Agata in mostra tra archeologia e arte contemporanea

AGATA 3 250A dare il via all’Estate dell’arte di Catania 2022 è la mostra: AGATA. Dall’icona cristiana al mito contemporaneo. I tesori dei musei regionali a Palazzo dell’Università. La mostra ospitata in alcune sale del Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, al piano terra della preziosa sede centrale dell’Ateneo, è dedicata al tema della santa patrona catanese. L’esposizione accoglie alcune rappresentazioni di Agata legate a culture e ambiti artistici molto diversi, segno di quanto sia ampia e variegata la diffusione del suo culto. Il percorso espositivo riunisce pregevoli dipinti appartenenti alle gallerie della Regione Siciliana (Galleria regionale della Sicilia Palazzo Abatellis di Palermo, Galleria regionale Palazzo Bellomo di Siracusa, Museo interdisciplinare di Messina, Museo “Agostino Pepoli” di Trapani), oggetti in ceramica del Museo regionale della ceramica di Caltagirone, opere provenienti dal Museo civico Castello Ursino e dall’Arcidiocesi di Catania, nello specifico dalle chiesa di Sant’Agata al Borgo e dei SS. Pietro e Paolo, oltre a opere dalle collezioni d’Ateneo e custodite presso il Rettorato dell’Università. Completano l’esposizione fotografie e sculture di artisti contemporanei ispirate alla figura della Santa e alla festa selezionate dalla Fondazione OELLE Mediterraneo antico unite a un’istallazione olfattiva. La mostra, ideata e organizzata dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania-Sistema Museale d’Ateneo e con la Fondazione OELLE Mediterraneo antico, è visitabile a ingresso libero dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 13.30. Per gruppi il pomeriggio su prenotazione. L’esposizione è aperta fino  al 31 ottobre 2022.

Foto: Sant'Agata e Persefone, Angelo Iodice, 2012-2015                                                                                                                                                                    

 

La fotografia di ricerca di Anna Tusa

3 250Dal 1° luglio al 4 settembre è in scena, alla fON Art Gallery del Four Points by Sheraton di Aci Castello, NEBULOSE, la mostra personale di Anna Tusa, uno dei più interessanti giovani talenti della fotografia contemporanea siciliana. Il percorso espositivo si compone di 17 fotografie, di cui 7 della serie P ed altre lettere e del video Attimo, tutti lavori eseguiti a partire dal 2012. «Anna Tusa ha attraversato i confini culturali ed emotivi della Fondazione OELLE con la sua produzione artistica e letteraria, sorprendendo per la sua profondità e molteplicità di idee e produzioni. Il mondo spaesato e apparentemente incontrollato di Anna è fatto di un quotidiano inquietante e coloratissimo. Anna abita gli spazi della sua mente con visioni che appartengono a un presente futuro. Nature vive che rimandano anche ad anni complessi, quelli del COVID, nei quali oggetti di uso comune ammantati di luce cosmica, a volte surreali, divengono testimoni di un tempo. Nulla è lasciato al caso. Quelle di Anna Tusa sono composizioni severe: rispetto della luce, attenzione alla narrazione fotografica, costruiscono uno scenario esistenziale nuovo e affascinante che porta lo spettatore a interrogarsi sulle vite degli altri», afferma Carmelo Nicosia, direttore di Fondazione OELLE Mediterraneo Antico.
«Quando ho conosciuto Anna Tusa ho capito subito che avremmo condiviso un pezzo di strada: in lei ho visto uno specchio, una ragazza “per sempre” che sa di dover trovare il proprio centro in un mondo che non le appartiene e del quale non farà mai parte fino in fondo. Questa visione condivisa, seppure con strumenti diversi, ha intessuto un filo comune durante la lunga residenza di Anna in Fondazione OELLE, divenuta una dimora nell’accezione più anarchica e romantica del termine. Mi è risultato, quindi, naturale chiederle di condividere una parte del suo percorso di artista con noi, pronta a ricevere – e ad accettare rispettosamente – un suo definitivo no. NEBULOSE è stata la risposta: attraverso uno sguardo fortemente introspettivo, diluito in un tempo indefinito e impercettibile che pone domande e apre a dubbi, lasciando le certezze a chi non sa guardare», dichiara Ornella Laneri, presidente di Fondazione OELLE Mediterraneo Antico.

Foto: Anna Tusa, Still, 2022

 

Le fotografie di Nick Parrino e i volti e luoghi della Sicilia liberata nel 1943

4 Nik Parrini 250In collaborazione con la Città Metropolitana di Catania-Museo Storico Sbarco in Sicilia 1943 Fondazione OELLE Mediterraneo Antico presenta dal 9 luglio, nel suo Phil Stern Pavilion a Le Ciminiere di Catania, la mostra fotografica 1943. Volti e luoghi della Sicilia liberata. Fotografie di Nick Parrino a cura di Ezio Costanzo. L’esposizione racchiude 80 immagini di Nick Parrino, fotografo italo-americano al seguito dell’esercito USA durante la seconda guerra mondiale, che nel settembre del 1943 immortalò alcuni momenti della vita quotidiana della gente di Sicilia dopo l’armistizio del 3 settembre. Nelle foto di Parrino, arruolato nell’OWI, l’Office of War Information, ovvero l’ente governativo per le campagne di informazione e propaganda, c’è la Sicilia liberata dei giorni successivi dell’Operazione Husky e i volti sorridenti della popolazione che riprende a vivere ricostruendo la propria esistenza. Negli scatti emerge l’intento del fotografo dell’OWI di ritrarre, a volte in maniera idilliaca, la ripresa della vita sociale ed economica sia nelle grandi città, come Palermo, Catania, Agrigento, Messina, Siracusa, sia nei piccoli paesi di provincia e nelle campagne. La gente è attenta a rimette assieme i cocci della propria esistenza e, in questa Sicilia rurale e popolare, tutti danno una mano a tutti, sostenuti dagli stessi soldati USA. Ed ecco i contadini sull’Etna, i pescatori, gli operai che lavorano la pietra per ricostruire le strade, i momenti di relax e di animazione culturale organizzate dall’Amgot, i maestri artigiani, i luoghi di storia e di arte che da sempre hanno incantato il mondo. Le immagini di Nick Parrino non mostrano le battaglie, ma lo stato d’animo sereno di tanti siciliani che, ancora una volta nel corso della loro secolare storia, hanno saputo superare con spirito di sacrificio la sconfitta di una guerra, vissuta come sempre come una fatale calamità. Del fotografo Nick Parrino si conosce poco. Il suo cognome rivela l’origine italiana, ma sono tutt’ora ignoti la data e il luogo di nascita. Pare sia vissuto a Cleveland, nell’Ohio, dove è deceduto nel 1979. Prima della guerra ha lavorato come fotografo per il quotidiano Cleveland Plain. Per l’OWI Parrino ha fotografato in diversi fronti di guerra, tra cui il nord Africa, il Medio Oriente e l’Italia. Ha lavorato come fotogiornalista per la Wide World Photos e, nel dopoguerra, è stato photo editor della rivista Newsweek. È stato anche direttore della biblioteca di fotografia della Cities Service Co. (divenuta poi CITGO) dove ha lavorato fino al 1967.
«Nella mostra sono esposte solo una parte delle foto scattate da Parrino in Sicilia durante la guerra, conservate nella Library of Congress di Washington. Sono immagini in cui l’istante congela la storia restituendoci il grande valore della fotografia documentaristica, che diventa testimonianza della cultura sociale ed economica di un luogo e del suo popolo», afferma Ezio Costanzo, curatore della mostra.

 

Mostra Nick Parrino: Scheda mostra

Una produzione Fondazione Oelle Mediterraneo Antico
In collaborazione con Città Metropolitana di Catania - Museo Storico Sbarco in Sicilia 1943
Con la collaborazione di Library of Congress, Prints and Photographs Division, Washington, D.C.

1943
Volti e luoghi della Sicilia liberata
Fotografie di Nick Parrino

A cura di Ezio Costanzo

Phil Stern Pavilion Le Ciminiere Catania dal 9 luglio 2022

La mostra racchiude 80 immagini di Nick Parrino, fotografo italo-americano al seguito dell’esercito Usa durante la Seconda guerra mondiale, che nel settembre del 1943 immortalò alcuni momenti della vita quotidiana della gente di Sicilia dopo l’armistizio del 3 settembre. Nelle foto di Parrino, arruolato nell’OWI, l’Office of War Information, ovvero l’ente governativo per le campagne di informazione e propaganda, c’è la Sicilia liberata dei giorni successivi dell’Operazione Husky e i volti sorridenti della popolazione che riprende a vivere ricostruendo la propria esistenza. Negli scatti emerge l’intento del fotografo dell’OWI di ritrarre, a volte in maniera idilliaca, la ripresa della vita sociale ed economica sia nelle grandi città come Palermo, Catania, Agrigento, Messina, Siracusa, e sia nei piccoli paesi di provincia e nelle campagne. La gente è attenta a rimette assieme i cocci della propria esistenza e in questa Sicilia rurale e popolare tutti danno una mano a tutti, sostenuti dagli stessi soldati Usa. Ed ecco i contadini sull’Etna, i pescatori, gli operai che lavorano la pietra per ricostruire le strade, i momenti di relax e di animazione culturale organizzate dall’Amgot, i maestri artigiani, i luoghi di storia e di arte che da sempre hanno incantato il mondo. Le immagini di Nick Parrino non mostrano le battaglie ma lo stato d’animo sereno di tanti siciliani che, ancora una volta nel corso della loro secolare storia, hanno saputo superare con spirito di sacrificio la sconfitta di una guerra, vissuta come sempre come una fatale calamità.
Del fotografo Nick Parrino si conosce poco. Il suo cognome rivela l’origine italiana ma si sconosce la data e il luogo di nascita. Pare sia vissuto a Cleveland, nell’Ohio, dove è deceduto nel 1979. Prima della guerra ha lavorato come fotografo per il quotidiano Cleveland Plain. Per l’OWI ha fotografato in diversi fronti di guerra, tra cui il nord Africa, il Medio Oriente e l’Italia. Ha lavorato come fotogiornalista per la Wide Wold Photos e nel dopoguerra è stato photo editor della rivista Newsweek. È stato anche direttore della biblioteca di fotografia della Cities Service Co. (divenuta poi CITGO) dove ha lavorato fino al 1967.
“Nella mostra sono esposte solo una parte delle foto scattate da Parrino in Sicilia durante la guerra – afferma il curatore Ezio Costanzo – conservate nella Library of Congress di Washington. Sono immagini di gente comune e di alcuni luoghi storici dell’Isola dove emerge la grande volontà di recupero della normalità da parte della popolazione civile, stroncata dalle ristrettezze e dal dramma del conflitto. Sono immagini in cui l’istante congela la storia restituendoci il grande valore della fotografia documentaristica, che diventa testimonianza della cultura sociale ed economica di un luogo e del suo popolo”.

 

Ryan Mendoza a Catania con una suite d’artista

5È Aci Castello a ospitare nel mese di settembre il nuovo progetto del grande artista statunitense Ryan Mendoza. Promosso e prodotto da Fondazione OELLE Mediterraneo antico, il progetto consiste in una serie di fotografie site specific – esito di una residenza svolta da Mendoza presso il Four Points by Sheraton Catania – esposte alla fON Art Gallery del primo piano dell’albergo e in una vera e propria suite d’artista nel Four Points by Sheraton Catania di Aci Castello riprogettata con “segni” e suggestioni di Ryan Mendoza, dove gli ospiti potranno soggiornare. Ryan Mendoza è un artista statunitense nato a New York, classe 1971. Discendente diretto di Ibrahim Zacuto (colui che disegnò le mappe per Cristoforo Colombo), è noto per la sua ricerca e le battaglie che lo vedono sempre in prima linea nel lavorare su temi scottanti e quanto mai attuali come le differenze razziali (The Rosa Parks House Project), la disinformazione, la manipolazione dell’informazione, la cancel culture legata alle politiche americane (i progetti The invitation e A new face for Washington). Ha collaborato con importanti gallerie d’arte internazionali, Galleria In Arco, Cannaviello, Massimo Minini, Lelong a Parigi, Akira Ikeda a Tokyo, White Cube a Londra e Bernd Klueser a Monaco.

 

Foto: under the trolly, Ryan Mendoza

 

Memoria del Territorio, il workshop di Irene Alison

Nei giorni del 22-28-29-30 settembre e 1-2 ottobre il Four Points by Sheraton Catania ospiterà presso la sede di Aci Castello il workshop di Irene Alison. Il corso analizzerà storia e possibilità espressive della narrazione attraverso le immagini d’archivio, guiderà i partecipanti verso la costruzione di un progetto individuale realizzato (completamente o parzialmente) attraverso materiali fotografici “riciclati” e li coordinerà nella realizzazione di un quaderno fotografico collettivo che raccolga il lavoro di tutti. Irene Alison, giornalista professionista e photo-consultant, è docente all’Istituto Europeo del Design (IED) di Roma e collabora come tutor e consulente con alcune delle maggiori scuole di fotografia italiane (Isfci, Rufa, Scuola Romana di Fotografia a Roma e Fondazione Studio Marangoni a Firenze, tra le altre). Come redattrice, ha lavorato per il Manifesto e per D, La Repubblica delle Donne. Da freelance ha realizzato, insieme ai fotografi, reportage apparsi su Geo France, The Independent, l’Espresso, D, XL, Marie Claire e Riders.

Per informazioni sul workshop: Segreteria Fondazione OELLE Mediterraneo Antico, tel. +39 095 2282011 www.fondazioneoelle.com

 

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