Salerno

mariano grilloTutto fuori controllo” segue lo spettacolo “Tutto sotto controllo” dello scorso anno, che Mariano Grillo ha scritto assieme a Lello Marangio, un prodotto ben congegnato, dove il comico fa entrare tutti, o quasi, i comportamenti che ci contraddistinguono. L’ironia fa da padrona e pressoché tutti si riconoscono e ciò gli tributa successo  

Entra in scena con una battuta accattivante, perché, dice, il suo cognome non è rassicurante per come sono andate le cose in politica. L’allusione è palese, il pubblico intuisce ed il contatto è stabilito. Così non gli resta che sciorinare, per quasi due ore, senza sosta e senza risparmiarsi tutto il suo sapere sui temi essenziali della vita: la politica, la famiglia, divisa da quella di origine per cui i nonni ed i genitori sono i diversi protagonisti dalla famiglia formata, moglie suocera e figli. Tra l’altro a fine spettacolo a prendere gli applausi, assieme al padre, sono apparsi i suoi due pargoli, bellissimi e per niente imbarazzati, un quadretto familiare piacevolissimo (N.D.R).

Cadono nella rete della sua comicità i social, i rapporti di coppia, gli avvenimenti particolari, il conflitto generazionale, in una sola parola, la vita quotidiana.

Vincitore del Premio Troisi 2022 e del Premio Charlot nel 2021, con uno sketch sul lockdown, Mariano Grillo ha tutta la capacità e la presenza scenica per essere tra i comici più affermati del momento.

Interloquisce con accattivante sicurezza con il pubblico e lo considera suo partner, tanto da trasformarli da spettatori in attori improvvisati. Quelli del sabato sera, al debutto, Mariano sarà sul palco anche la domenica, sono stati molto bravi a reggere lo spettacolo e lui con un colpo di teatro li manda a posto, non prima di aver regalato un fascio di fiori alla signora. Una carineria da vero gentlemen e Mariano è anche questo e noi l’abbiamo apprezzato molto. Se tutto è fuori controllo così, c’è da sperare… per come si va evolvendo la società.

Maria Serritiello

 

Capaccio Paestum, si rafforza l’offerta formativa per i giovani cilentani: nasce Paestum Form

Il nuovo polo d’eccellenza della formazione campana, nato dalla pluridecennale esperienza sul campo di Attilio Cernelli e la vision di Emilio Junior Gatto, verrà presentato sabato 17 gennaio alle 18.30.

 

Paestum Form 250CAPACCIO PAESTUM (SA) – Un nuovo player scende in campo con l’obiettivo dichiarato di fornire un polo unico e integrato dove i giovani cilentani possano trovare risposta alla loro domanda di formazione di qualità, moderna e spendibile nel lavoro. A Via Ponte Barizzo, 317 (località Ponte Barizzo) aprirà i battenti con una grande festa d’inaugurazione il Paestum Form. Il nuovo polo d’eccellenza della formazione campana, nato dalla pluridecennale esperienza sul campo di Attilio Cernelli (già alla guida di Formazione 360 e ASCII Formazione) e la vision di Emilio Junior Gatto, verrà presentato sabato 17 gennaio alle 18.30. All’inaugurazione, aperta a giovani e famiglie del territorio, saranno presenti rappresentanti istituzionali e della società civile, oltre a diversi rappresentanti delle comunità locali.

L’iniziativa prende forma in un’area, quella del Cilento e della Piana del Sele, dove il tema della formazione è cruciale, una leva strategica di sviluppo sociale, culturale e professionale in una regione geograficamente e socialmente frammentata e complessa. Nel contesto di un territorio segnato da fragilità occupazionali, dispersione scolastica e difficoltà di accesso a percorsi qualificanti, soprattutto per i più giovani, Paestum Form nasce con l’obiettivo di rispondere a bisogni concreti dei cittadini, costruendo un’offerta educativa orientata alle competenze, all’inclusione e alla continuità dei percorsi di crescita.

«Da sempre vicini ai giovani del nostro territorio, vogliamo che Paestum Form diventi un punto di riferimento per la formazione e la crescita delle persone. L’obiettivo è offrire opportunità concrete, utilizzando strumenti innovativi per accompagnare chi vuole costruire il proprio futuro professionale, mettendo sempre la persona al centro», spiegano i titolari Cernelli e Gatto.

La nuova sede si propone come spazio educativo aperto, capace di integrare didattica, orientamento e supporto allo studio, con una particolare attenzione ai giovani e al contrasto della dispersione scolastica. Accanto a questo, l’ente rivolge le proprie attività anche ai docenti, attraverso percorsi di aggiornamento, e alle istituzioni e alle realtà produttive locali, in un’ottica di collaborazione e rafforzamento del capitale umano.

Arrivano inoltre i complimenti di Nicola Troisi, segretario del Movimento Libero e Autonomo, tra i principati sindacati datoriali campani del comparto formazione: «Ad Attilo ed Emilio vanno i miei più sentiti auguri di buon lavoro. L’apertura di Paestum Form si inserisce in un quadro più ampio di attenzione alla formazione come strumento di coesione e sviluppo locale, in un’area del Sud che chiede risposte strutturali e continuità progettuale, oltre gli interventi episodici».

marco lanzuiseDue serate, alla ripresa dalle festività natalizie, con Marco Lanzuise in “Non solo Mast”, scritto e diretto dallo stesso, con la presenza di due giovani comici emergenti: Francesco De Cenzo e Daniele Fiorentino.

Marco Lanzuise è alla sua prima volta nell’attuale sede del Teatro Ridotto, ma già era venuto a Salerno nella vecchia ubicazione con i Teandria, un trio di cabaret con Lello Musella e Rosario Verde, attivo negli anni’90.

Nel 1995 partecipa al Premio Charlot, ma è nel 1996 che viene premiato da Nino Mnfredi, all’interno del famoso Premio di Claudio Tortora. Molto noto come attore, per film e produzioni teatrali, è anche conosciuto per aver recitato in diverse commedie.

In “Non solo Mast”, Marco Lanzuise ha raccolto tutti o quasi i personaggi che gli hanno dato visibilità e successo, partendo dal Mast , una figura grottesca di un capo d’azienda per continuare con il ring master del circo, lo stuntman per scene mortali nei film, agente funerario, impiegato del banco dei pegni e poi il vecchio, il famoso luminare, il podcast Castagna, l’onorevole Tracchia e Tony Servillo, quando interpreta la famosa: sciavica, un condensato d’imprecazioni liberatorie che alleggeriscono le avversità che colpiscono.

La presenza scenica, la voce possente, l’interpretazione adeguata dei personaggi e la capacità linguistica, da intendersi come spaziosità dei lemmi fino dargli significato altro, nella ricerca dell’effetto risata, sono la caratteristica più ricercata di Marco Lanzuise e del suo piacevole spettacolo.

Un buon inizio per affrontare il cammino dell’anno nuovo, con la letizia e la spensieratezza che tanto ci aiuta.

Maria Serritiello

                    UNIVERSITÀ DELLA TERZA ETÀ                          

dedicata al Prof. Cosmo G. Sallustio Salvemini

presso il Chiostro dei Francescani in piazza San Francesco

Preside onorario Prof. Giovanni Salvatore

Direttrice dei corsi Prof.ssa Florinda Battiloro cell. 3356663091

Collabora Sig.ra Silvana Pisapia

I corsi si effettuano il martedì e il giovedì dalle ore 17,00 alle 18,30.

 

Programma Univeristà della terza Età gennaio 2026 250Ecco i corsi che si tengono a gennaio 2026

giovedì 8 gennaio ore 17,00: Padre Giovanni ci parlerà delle catene religiose.

martedì 13 gennaio ore 17,00: Il Ch.mo Prof. Vincenzo Aversano converserà sulla canzone napoletana, sarà presente il cantante chitarrista Massimo Cogliani.

giovedì 15 gennaio ore 17,00: Incontro con il Neurologo Dr. Di Donato.

martedì 20 gennaio ore 17,00: “Come prolungare la vita” a cura del Naturopata Dante De Rosa. Interviene il ch.mo Prof. Francesco D’Episcopo.

giovedì 22 gennaio ore 17,00: La Preside Lella Persico ci parlerà dell’Antologia di Sponciver.

martedì 27 gennaio ore !7,00: Ricordi del Dr. Prof. Geppino Lauriello: medico, storico, letterato, a cura del Giornalista Luigi Carlino.

giovedì 29 gennaio ore 17,00: Incontro al Comune per l’evento dei Lions sulle interessanti attività che si svolgono nella Città di Salerno, a cura dell’Assessore De Roberto.

la morte di carnevale10 Repliche, 4 a dicembre e 6 in gennaio, per rappresentare un classico di Raffele Viviani “La Morte di Carnevale” dove per Carnevale sta il cognome del protagonista e non per la festa godereccia a cui tutti sono portati a pensare. Una carrellata di personaggi, 15 per l’esattezza diretti in maniera egregia da Roberto Nisivoccia. E qui è d’obbligo soffermarsi sul cognome di Roberto, erede talentuoso di Sandro Nisivoccia, che è stato e lo sarà per sempre “Il Teatro a Salerno”. Il San Genesio, il luogo di culto per i tanti attori della città formatisi alla severa scuola di Sandro e Regina Senatore, sua moglie, la migliore interprete di tutti i tempi (N.D.S.) di Filumena Marturano. Insomma, la Storia!

E così, 38 anni fa, fu messa in scena, La morte di Carnevale, con un cast, tra l’altro, di attrici virtuose, che partite dal teatro amatoriale, si sono affermate professionalmente e con successo, come Beatrice Fazi e Autilia Ranieri.

La nuova edizione, presentata al Piccolo Teatro del Giullare è già diventata un cult, perché ad interpretare ‘Ndunetta è la gemella di Roberto, i figli unici di Alessandro e Regina, Pasquale Capuozzi, detto Carnevale per via della sua mole, è affidata a Tonino Peluso, più noto, almeno per me (N.D.R.) come commentatore della Salernitana ed a Giovanni Caputo, il nipote Rafele, bontà del tempo, come 38 anni fa, ha mantenuto il fisico giusto, il viso giovane e la caratterizzazione performante dei 38 anni passati. Una chicca tutta da ascoltare, è il commento musicale che per volere del regista, in questa sua ricerca del tempo perduto e rielaborato il più fedele possibile, è inviato al pubblico da un nastro, lo stesso degli anni trascorsi, per fare arrivare agli spettatori, la fedeltà del suono. Roberto, all’epoca era proprio il tecnico del suono e questa sciccheria se l’è voluta concedere.

“La morte di Carnevale di Raffaele Viviani è una commedia napoletana che narra la storia di Pasquale Capuozzi, detto "Carnevale", un vecchio e avaro usuraio che, sentendosi morire, si gode i preparativi per la sua morte e il conseguente sperpero di denaro da parte del nipote Raffaele e del vicinato, solo per scoprire, nel finale esilarante, che era solo una morte apparente La trama si sviluppa tra equivoci comici, funerali finti, pettegolezzi e lamenti, mostrando la miseria e i vizi di un quartiere popolare napoletano”

Un impegno corale che ha dato la sua pregevolezza a tutta l’opera rappresentata e che è risultata legata dal filo sottile della bravura di ognuno, infatti tutti hanno dato una caratterizzazione esemplare al personaggio assegnato, non solo per il recitato ma anche per la fisicità.

Mi piace elencarli tutti:

Anna Scarpetta, Giovanna Cicalese, Francesco Petti, Giovanni Lopardo, Renato Del Mastro, Maurizio Barbuto, Fortunata Russo, Rosa Ricciardelli, Ludovica Pecoraro Scanio, Armando Incolingo, Cristiana Piraino, Mariella Pontrandolfi.

Una menzione a parte va ad Anna Nisivoccia che si accolla i personaggi e li fa tutt’uno con i movimenti, la voce, l’espressività e la capacità di dare la sua impronta ad ogni interpretazione, lei è ‘Ntunetta e nessuna sarà come lei, neppure ad imitarla. Bravo, bravissimo a Tonino Peluso, mi chiedo da dove l’ha cacciata quella voce così graffiante, raspante l’orecchio, facendolo apparire un cupido avaro? E’ pur vero che la voce possente da commentatore davano avvisaglie…

E poi che dire di Giovanni Caputo, perfetto, diligente, meticoloso, accurato, scrupoloso per ogni ruolo assegnatogli, in questo, oltre alla caratterizzazione precisa, è comprensiva di commozione, anche 38 anni fa il ruolo fu suo. Tanti anni e non sentirli è solo suo merito per la versione fresca, giovanile e di convincente innamorato. Ha reso credibile, oltre gli anni, un ruolo che solo un giovane, con energia vitale può interpretare. Chapeau Giovanni!

Lunga vita teatrale al Teatro Popolare Salernitano ed Il Sipario di Sandro e Regina

Maria Serritiello

gennaro de rosaPrima d’iniziare la comicità, nel piccolo Teatro Ridotto, dove l’imperativo è ridere, un passaggio d’obbligo con l’attrice Cinzia Ugatti che, con la sua bravura interpretativa, ci fa ben riflettere su di un pezzo che ha come soggetto la Violenza Sulla Donna. Il Ridotto, come altri teatri della città, ha aderito alla campagna di sensibilizzazione indetta dalla Prefettura di Salerno per l’emergenza violenza - donna, un triste fenomeno sempre più in ascesa.

Avverto il bisogno (N.D.R.) di riportare il monologo per intero, scritto da Beppe Stoppa, in occasione del lancio del progetto Libellula, primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne, partendo dalla diffusione della cultura della bellezza nei luoghi di lavoro.

Beppe Stoppa, professionista nell'ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo delle risorse umane

“Io sono una donna fortunata, ho imparato ad usare il trucco da piccola, prima con le bambole, poi su di me. Piano piano, sono diventata una vera esperta. Non ne uso mai tanto, non voglio apparire, non voglio che mi guardino, non mi piace avere gli occhi addosso. Mi fanno paura. Ma se capita voglio che il trucco mi nasconda, nasconda prima me e poi, insieme, i segni che mi porto addosso. Non voglio che la gente pensi, immagini, si faccia delle domande. Ma la gente non pensa, non sa, non immagina.

 

Io sono chiusa nel mio tailleur su questa metro. Ho gli occhi fissi sul pavimento. Mi sento protetta in mezzo alla gente, non mi disturba nemmeno essere spinta, toccata, qui è lecito, qui lo accetto, so che è la ressa e non la volontà. Però non alzo gli occhi, non voglio incrociare altri sguardi.

 

Non voglio incrociare gli occhi di un’altra donna e chiedermi se anche lei si è truccata come me questa mattina o se è davvero felice. Non voglio scoprire la sua felicità, quella aggiungerebbe del male alla mia vita. Non voglio che lei mi guardi e riconosca nel mio trucco il suo e pensi, siamo uguali. No non siamo uguali. Magari lei se l’è cercata, se l’è meritata. Io no. Non siamo uguali.

 

Non alzo gli occhi per non incrociare lo sguardo di un uomo. Anche lui mi guardava sempre, prima. Poi mi parlava, poi mi baciava. Quegli occhi che ti guardano, adesso mi fanno paura perché adesso conosco la storia, so come va, come funziona questo rito.

 

Ieri sera non mi guardava, era di spalle, poi non so, non ricordo, ha detto qualcosa, ricordo solo che ha ripetuto più volte la stessa cosa, ma cosa non so, e ad ogni passaggio il tono era più alto. Poi si è girato e l’ho visto in faccia. Non era la sua faccia, non poteva essere la sua, lui non ha quella smorfia cattiva, non ha gli occhi così stretti, lui assomiglia a nostro figlio, è bello. Ricordo che il piccolo piangeva forte, faceva rumore. Ricordo solo il rumore. Poi un dolore, uno schiaffo forte che mi butta a terra. Mi fanno male i capelli. Li sta tirando e mi butta indietro il collo. Poi mi spinge la testa in avanti, sento un calcio sulla gamba, poi uno nel costato e ancora due pugni in testa, non rapidi. Prima uno, poi, con calma, arriva un secondo colpo. Ma non urlo. Poi nulla. Il piccolo continua a piangere, sempre più forte, ma lui se ne è andato. Mi alzo e vado a calmare il piccolo. Lui è uscito.

 

Quando è rientrato non aveva più gli occhi stretti. Il piccolo dormiva. In casa c’era silenzio. Non mi ha detto nulla, si è versato un bicchiere d’acqua poi, mi ha guardato. Non aveva gli occhi cattivi. Mi ha guardato a lungo, poi mi ha parlato, poi mi ha baciato, poi mi ha accarezzato il livido sotto gli occhi, mi ha baciato il livido, poi mi ha slacciato la camicetta e il reggiseno, mi ha slacciato i jeans, poi mi ha portato in camera. Il piccolo no, continua a dormire tranquillo.

 

Arrivo finalmente in ufficio. Saluto la collega e abbasso la testa verso la tastiera del pc facendo cadere i capelli sulla faccia. No, non vado a bere il caffè. Non voglio stare con la gente, non voglio che mi facciano domande, che mi chiedano cosa hai fatto di bello ieri sera, sempre ammesso che qualche collega uomo non mi chieda dove sono andata a sbattere la faccia e mi dica stai attenta quando fai i mestieri, l’ho sempre detto che non sei una donna di casa, che lui saprebbe come occuparmi il tempo…  

 

Accendo subito il computer e mi metto al lavoro. Apro la mail. La solita fila infinita di messaggi a cui dare una risposta. C’è la mail di buongiorno piena di cuoricini del ragazzo dell’ufficio acquisti. Ma non sorrido, come al solito non rispondo, la cancello, poi svuoto subito la casella di posta eliminata. Guardo l’iPhone. Un messaggio su WhatsApp. È lui. Mi dice scusa per ieri sera, perdonami, però poi è stato bellissimo, torna presto stasera, ti aspetto, ho voglia di vederti, mi manchi… Non rispondo, mi alzo, vado in bagno. Devo vomitare”.

Con la sua magistrale interpretazione, Cinzia Ugatti ha calato un velo di tristezza su ogni donna presente e di palese ribellione alle parole che raccontano la vita infelice di tante, troppe, ormai, dell’altra metà del cielo. Quasi si fa fatica a riprendere la spensieratezza, la ragione per cui ci si trova al Ridotto, ma è solo all’inizio, perché The show must go on e dietro le quinte c’è Gennaro De Rosa, che scalpita, pronto a farci ripigliare e a godere dello spettacolo che Gianluca Tortora ha voluto regalare ai suoi abbonati. GRAZIE!

Gennaro De Rosa, vincitore del Premio Charlot 2015, è una cara conoscenza, per chi l’ha lanciato nel mondo del cabaret: il Patron Claudio Tortora e nel segno della continuità del figlio Gianluca. È affezionato, si vede, si sente, al pubblico Salernitano e non si risparmia sul palco. Con una spontaneità che ammalia, inizia con il cantare un pezzo di Carosone che lancia a mille l’adrenalina di chi lo ascolta e l’accompagna con lo schiocchio delle mani. Il suo spettacolo è un turbinio di battute, spontanee, semplici, ma tanto divertenti, porte con garbo, con il sorriso, con educazione e rispetto. Il pubblico lo applaude, ride, apprezza il suo spettacolo che alterna non solo canzoni di pregio “Tu si na cosa grande” “A tazze e caffè”, ma anche quelle conosciute, quale repertorio, della canzone macchiettistica napoletana. Gi autori rispondono al nome di Raffele Viviani “O guappe nammurate”, di Armando Gill “Allora “e di Pisano e Cioffi “Fatte Pittà”.

Uno spettacolo, dosato, calibrato in maniera piacevole, dove la battuta inizia e completa la voce limpida di Gennaro, un napoletano appassionato, che non può non concludere il suo spettacolo con il Principe della risata “Malafemmene: Totò.

Maria Serritiello

natale a salernoUn gradevolissimo divertissement, uscito dal cilindro creativo di Brunella Caputo, della durata di un’ora o poco più, è stato replicato 4 volte nei due ultimi fine settimana. Lo spettacolo, tratto dal libro “A Salerno” di Corrado De Rosa, più tifoso della Salernitana che psichiatra, è stato adattato e recitato dalla stessa Brunella Caputo, che ne ha curato anche la regia. Hanno coadiuvato allo spettacolo, in maniera egregia Davide Curzio e Alfredo Micoloni. L’ aiuto alla regia è di Virna Prescenzo.

La performance di Brunella si rivela subito dilettevole, uscita in punta di piedi e con aria vergognosa, tenendosi appuntato dietro alle spalle i lembi del sipario, si palesa come un pinguino. Una genialata degli anni addietro delle luci d’artista, che si ripetono da 20 anni nella città, oltre alle lucine in ogni dove, si pensò di non lasciare soli gli scogli del lungomare, addobbandoli   con sprovveduti pinguini. La novità fu attrattiva, per qualche anno resistette, poi come tutte le cose ripetute perse d’interesse e dei pinguini si smarrirono le tracce, chiusi come furono negli addetti depositi. E là che Brunella l’ha tirato fuori, scegliendone uno, per rinnovargli la popolarità e per dargli l’anima che nessuno ha mai ha considerato.  Il pinguino di Brunella ha sentimenti, passioni, visione del mondo pieno di sogni e notte di comete, il rimpianto della sua terra, ma anche l’affezione agli scogli del lungomare. A tratti il monologo si fa triste per ripigliare in seguito l’ironia e il divertimento di chi guarda la città senza essere considerato. Al pinguino il trasferimento nella città, con il mare carezzevole piace, saluta i bambini e fa gli occhi dolci agli innamorati e osserva con attenzione ciò che lo circonda e si fa capace che Salerno “…è a metà strada fra la terra e la luna, è l’ombelico del mondo, è dilaniata da un dilemma se ambire a diventare una metropoli cosmopolita o proteggere le sue bellezze in una dimensione di provincia. Questo dilemma la consuma la costringe a dover sempre fare i conti con l’ansia da prestazione…”.

Il pinguino Brunella raccoglie una serie di tic e consuetudini di Salerno nei quali, chi più e chi meno, si riconosce, ne sorride e si rinchiude in una bolla di ricordi, per quelli passati e partecipativi per quelli che si avranno da adesso in poi. Uno resiste felicemente intatto, anzi due, l’amore sfegatato per la Salernitana e il “Passiatone” delle vigilie di Natala e di Capodanno, un abbraccio circolare di tutta la città per augurarsi il bene, la salute, la serenità e conoscere ciò che andrai facendo per le festività, insomma un voler sapere attraverso i tuoi passi, come si evolverà la città, a breve tempo, una sicurezza irrinunciabile peculiare ai salernitani

Maria Serritiello

trotula 1Un’insolita Trotula de Ruggiero, per due serate al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, che fa della sua conoscenza medica il punto per scoprire un omicidio. “Croce senza Cuore” è il titolo del lavoro di Pino Tierno, con Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti e la regia di Pietro Bontempo.

Trotula, primo medico d’Europa, nata a Salerno, è stata una sicurezza per le donne di questa città, vissute nell’undicesimo secolo, è conosciuta per aver trattato con competenza questioni di salute femminile, d’igiene, di aver praticato visite ginecologiche, inusuali per l’epoca e aver esposto argomenti tabù come l'infertilità, sia maschile che femminile. Una donna invisa, negli anni in cui si muove, la sua intelligenza, la competenza e per ciò che va dicendo, come il piacere femminile ed il controllo delle nascite, sono ritenute insopportabili ed invereconde pratiche. La sua figura è controversa e molti studi ritengono Trotula non esistita, intanto la sua fama valica il tempo e c’è chi scrive e ne fa un’erudita pièce teatrale: Pino Tierno con “Croce senza cuore”.

Di sicuro a Salerno intorno agli anni 1050, nell’ambito della Scuola Medica Salernitana, si respira aria scientifica e d’avanguardia che le deriva dall’incontro da quella greca, araba, ebraica e latina, disquisita nella città

Poche notizie, intorno alla sua figura, sappiamo che è nata da nobile famiglia di origine longobarda, sposata al medico Giovanni Plaetario, ed ebbe due figli Giovanni e Matteo. Tra le mulieres salernitanae, fu l’unica a lasciare scritti nei quali si apprende, tra l’altro, la superficialità dei medici che ritenevano la gravidanza ed il parto “questioni di donne”

«La miserevole condizione delle donne, e la grazia in particolare di una che mi ha colpito il cuore, mi hanno indotta a trattare con chiarezza le malattie femminili al fine di poterle curare”

E così la troviamo, colta, preparata, battagliera, pronta ad abbattere i più vistosi pregiudizi, legati al mondo femminile ma nel pezzo rappresentato al Giullare, non è subito evidente. Ad apertura di sipario, infatti, fasciati dall’ atmosfera sacrale del coro celestiale delle suore, non s’immagina che la ferocia è là rinchiusa. Trotula è in visita ad una vecchia amica, la nobildonna Ermelinda, che ha scelto di vivere appartata e nella preghiera quotidiana del convento. L’incontro si rivela felice e pieno di nostalgia nel ricordare il tempo trascorso assieme. Opportuni si rivelano alcuni feedback della giovinezza, interpretati dalle due stesse amiche ed inseriti nella rappresentazione, sì da rendere più vivi i dialoghi delle due nobildonne. Ad ogni verità disinibita di Trotula, Ermelinda risponde con il segno della croce, ripetuto più e più volte, ritenendo il discorso peccaminoso.  Ancora non è scontro, ma tra la cultura laica dell’una e la forma bigotta, priva di scientificità dell’altra si comincia ad intravedere che la visita di Trotula non è di pura cortesia.  Prende il via, così, un’indagine serrata dai toni polizieschi del miglior “Tenente Colombo” quando con calma e senza scomporsi attanaglia il colpevole. Trotula lo fa uguale e utilizzando le sue conoscenze scientifiche sul corpo umano, incastra Ermelinda per l’omicidio della nuora, colpevole di essere incinta di un vecchio amore, essendo il marito impotente. Inoltre la medichessa intuisce che la donna, sepolta sotto terra, non è la moglie del figlio di Ermelinda, non ha, infatti, il segno di una vecchia cicatrice sul cranio, che ben conosceva, bensì è una povera contadinella scomparsa nei boschi e mai più ritrovata.

La conoscenza fortificata da un metodo di ricerca il più rigoroso, è capace d’intuizione e di verità ed è questa la condizione d’indagine di Trotula.

Un pezzo di grande pregio, per la crudezza senza scampo del personaggio e per il contenuto intrigante così lontano dalla quiete conventuale. La lentezza nel disquisire, prima di arrivare alla verità, un pregio attoriale di Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti, onorate di aver portato Trotula proprio nella sua città natia, dalla lontana Torino. La regia di Pietro Bontempo curata e scevra da orpelli in scena, sono bastate, per la realizzazione, le voci e la memoria delle due valenti attrici 

Maria Serritiello

 

poc commedyC’è voluta una replica in più, in aggiunta alle due stabilite, il sabato sera e la domenica pomeriggio, per soddisfare le richieste, di chi domenica sera, complice il primo freddo, si è voluto rilassare con le risate di “Che Comico” 2025/2026.

“Standup Comedy” è il titolo dello spettacolo presentato da Daniele Ciniglio, Luca Bruno, Alessio D’Andrea, Sissi Iannone ed Alessandro Bolide, special Gues della serata, in cui si sono esibiti a seconda delle proprie peculiarità. Una Poc comedy, dunque, cioè uno spettacolo in piedi con argomenti leggeri e di cultura popolare per un pubblico tradizionale, un collettivo messi insieme da Claudia Caiazza. Il palcoscenico del Ridotto non li avrebbe contenuti tutti insieme per l’esibizione, così il pubblico se li è goduti uno alla volta, con gag, sì, popolari, ma sempre di grande effetto. I contenuti e cioè: la mamma, la sua cucina, le sue manie, la fidanzata e la sua gelosia, i soprannomi usati nei quartieri, che solo a sentirli sono di una comicità travolgente, i matrimoni d’estate e la famosa busta, che è la peggior condanna, oltre al caldo asfissiante di quest’ultimo quinquennio, l’affermazione che la bellezza non è tutto se ad asserirlo è: Diletta Leotta, sono stati i temi di preferenza dei divertenti monologhi. Tutti molto bravi sia per i tempi di battuta, sia per la mimica facciale, come Luca Bruno, una vecchia conoscenza del Ridotto, vivace, accattivante, amabile, sia Alessio D’Andrea, che della flemma scenica, nel porgere il monologo, ne ha fatto la sua virtù. Che dire di Sissi Iannone, un debutto gradevole, accolto con simpatia dal pubblico in sala, ma ancor più dai giovani presenti, per essere conosciuta protagonista, nella vita e nei filmati del web, quale fidanzata di Daniele Ciniglio e si sente la sua mano in quello che dice. Di lui, la prima volta al Ridotto, preceduto dalla fama di tiktoker, c’è bisogno di qualche parola in più, chiedendo venia agli altri.

“Napoli è una città famosa per tante cose. Il teatro, il cinema, ma soprattutto per i sorrisi. È che quando ci fanno uno scherzo noi non ci prendiamo collera perché è uno scherzo”

Con il monologo la “Camorra è uno scherzo” presentato qualche anno addietro in tv nelle reti commerciali ad “Italia’s Got talent,” ho conosciuto Daniele Ciniglio. È a dire che la trasmissione l’ho seguita se non occasionalmente (N.D.R.) e neppure con piacere, ma per quella prima volta di Daniele, fermai lo zapping. A colpirmi fu il suo viso pulito, imberbe da bravo ragazzo che trattava, con leggerezza di linguaggio, un contenuto così gravoso, qual è la camorra. E lui di camorra sulla pelle, come i suoi concittadini, ne sa qualcosa, essendo nato ad Ottaviano, che vuol dire Raffaele Cutolo!

Era il 2020 e di suo era già un affermato content creator del veb. D’allora ne ha fatto di strada e ne farà, i suoi testi sono di una linearità linguistica invidiabile, asciutti, scarni, priva di svolazzi, concentrati essenzialmente sul contenuto, che ha sempre un risvolto moralistico, sociale, educativo, un invito a prendere coscienza, in modo collettivo, sì da aprire orizzonti offuscati da una società imitativa e di massa.

All’allegra cordata, si è aggiunta la figura di Alessandro Bolide, special gues, ospite d’onore, tanto per capirci, che ha raccordato con la sua potente “Vis Comica” la serata di divertimento. Una colonna, una conoscenza ormai carnale tra pubblico e comico, che non è solo risate ma anche scrittore, presentatore radiofonico e creatore di testi. Un personaggio a tutto tondo dello spettacolo, un’adozione di fatto della famiglia Tortora che l’ha lanciato nello spettacolo. Si presenta e già si ride, agguanta il microfono, e dialoga con esso, quasi non si comprende il suo dire, ma sortisce l’effetto di una grossa ilarità. I temi sono noti, ma è la maniera ad essere differente ed è ciò che lo caratterizza. È padrone della scena, il viso tondo fa pari con il suo corpo, ma non dispiace, ride assieme al pubblico, si diverte, racconta, piace e si piace. Tutti da lui si aspettano, dopo tanto ridere di gusto, che nel finale dica la frase famosa, di buon auspicio per tutti “Ma che ce ne fotte”.

E lui non delude, ci accontenta soddisfatto, lanciando, il suo mantra più amato, un invito a resistere senza lasciarci coinvolgere più di tanto. Mai come adesso, ci prende giusto!

Maria Serritiello

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