Salerno

spogliami"Parole raccontate e mai scontate". Il viaggio di Estempo Gabriella. È il titolo originale dell'incontro che si terrà venerdì prossimo, 31marzo, dalle ore 19,30, nel Teatro Santa Margherita, in via D'Allora a Salerno. In scena la rappresentazione di una vita "salvata" dalla scrittura e dalle emozioni trascritte, attimo per attimo, sui fogli bianchi di un piccolo libro che diventa calendario, o di un calendario che diventa libro, dal titolo emblematico "Spogliami" perché in Gabriella i doppi sensi e le doppie opportunità si inseguono, si sovrappongono in un' altalena di sensazioni e ricordi, di spunti tratti da un momento filmato con la penna, in una istantanea da ricordare. Ora il sipario si apre sui 365 giorni che Gabriella, in tante estemporanee, ci trasmette attraverso pensieri freschi, spontanei. Che riflettendo ci fanno riflettere ed...emozionare. Sullo sfondo di una scenografia creata dallo staff del teatro Santa Margherita, diretto da Lello Casella, l'autrice sarà intervistata in diretta dalla giornalista Luciana Mauro e da Vicente Barra, chirurgo ortopedico e scrittore. Intervento di Francesco Galdo, creativo e autore della grafica che illustra il volume. Poi sarà il pubblico a intervenire con domande, curiosità, commenti. Una serata per comunicare attraverso il cuore, con la spontanea scrittura di un'autrice che traccia con la sua penna i palpiti dell'anima. E ce li regala in un manuale da conservare con cura, perché racconta la nostra interiorità.

Letture di Lello Casella e Barbara Frusciante. Musiche su brani di Laura Pausini. L'iniziativa rientra nella rassegna "Il libro in Teatro", organizzata dall'associazione culturale Scriptorium.

Ingresso gratuito

Dalla Redazione

L’ultimo spettacolo di “Che Comico 2022/2023, dei 10 in cartellone, spalmati tra il Teatro Ridotto e quello delle Arti, si è rivelato una piacevole sorpresa, sia per la scelta del testo, che per la bravura degli interpreti, ma anche per il genere, diverso dal solito. La commedia “Tre Sogni in Affitto” scritta e diretta da Gianni D’Amato, direttore artistico della compagnia “Le Ombre” e da un idea di Mauro Collina è un progetto giovanile che tanto piace al pubblico del Ridotto, sempre capace di sostenere nuovi debutti.

tre sogni in affittoLa storia è semplice, due giovani si trovano a vivere ed a dividere un monolocale della periferia di Roma, lontano dalle famiglie, lasciate nel meridione, per inseguire il successo e fare teatro. L’uno, il più fragile, per mantenersi ha trovato lavoro presso una biblioteca, ma quest’incarico lo stressa, l’altro, più fanfarone, ad occuparsi, stabilmente non ci pensa affatto, certo che solo il teatro gli darà la pienezza della vita. In effetti è Filippo (Gianni D’Amato) a sostenere il peso della commedia con la sua presenza scenica, l’impostazione della voce, le acute riflessioni, il contenuto notevole e il desiderio di riuscire ad essere un nobile teatrante “Essere o non essere, questo il problema” il famoso monologo di Shakespeare che va ripetendo per casa, come un mantra, senza contaminarsi con un lavoretto per il sostentamento, ne è una prova. Ugo (Mauro Collina) lo affianca in maniera egregia, la figura del tapino l’interpreta proprio bene, le sue insicurezze, le sue paure, il senso pratico, il lavoro da mantenere, lo caratterizzano, in maniera perfetta. Insieme, dunque, funzionano e la commedia si lascia seguire piacevolmente. Sono naturali, però, i ripensamenti, le accese discussioni, quando la fame si fa sentire, quando i soldi scarseggiano e quando per realizzare il progetto ultimo della vita si dovrà scendere a compromessi. Occupandosi di sogni da realizzare, non sembrerà strano, se nei loro vagheggi notturni, appaiono tre fantasmi (Chiara D’Amato, Francesca Canale e Francesco Sommaripa), bravissimi con le loro apparizioni destabilizzanti e le risate mefistofeliche, proiezioni delle loro coscienze, ad ostacolarli ad impedire a tutti i costi la permanenza nella casa e ad avviarli al ritorno nel paese. I rumori, gli specchi rotti, gli sghignazzi, accrescono la paura e gli svenimenti, bravi entrambi a cadere ripetutamente, senza farsi male, ma resistono, Filippo ha un asso nella manica, un compromesso con se stesso, per guadagnare senza sporcarsi le mani e nel contempo intascare bene.

E così la frase ripetuta ossessivamente “Di teatro si muore”, per Filippo purtroppo, non è una frase fatta, Per tutto la durata della storia, il giovane beve continuamente latte. Ugo non riesce a capacitarsi della sola scelta del bianco liquido per nutrirsi e sì che i soldi sono contati ma la sua è un’esagerazione incomprensibile. Quale la sua dolorosa scoperta, quando Filippo gli rivela la verità e cioè che quel liquido innocente non è altro l’esperimento di una molecola e lui si è offerto come cavia retribuita. La rivelazione squarcia le coscienze sia di Ugo che quelle dei tre fantasmi, si convincono che Filippo è disposto a tutto, pur di riuscire nel suo intento, così lasciano la casa. Ugo deluso vuole dividersi dall’amico perché seguire i propri sogni non significa prestarsi a lavori poco chiari. Il finale, ma per arrivarci ci vogliono quasi due ore di spettacolo, mette d’accordo un po’ tutti e così i fantasmi tornano a sconquassare la casa, a trasfondere amore, grazie ad Eleonora che stravede per Filippo, il sogno e la realtà sono tutt’uno, ma anche l’amicizia di Ugo per Filippo fa la sua parte. “Essere o non essere, questo è il problema, dormire, morire” il mantra si ripete, ma la bottiglia di latte avvelenato, rotola sul pavimento senza che nessuno la raccolga.

Non a caso Filippo recita, sia all’inizio, che alla fine, la frase più celebre drammatizzata in teatro, per cui l'interrogativo del vivere soffrendo, o di opporsi rischiando di morire è il tema centrale della creazione teatrale di Gianni D’Amato, che oltre ad avere sconcertante piacevolezza, lancia un messaggio etico all’indirizzo dei giovani, da vero maestro di scena.

Per saperne di più

La compagnia delle “Ombre” nasce nel 2012, per l’esigenza di portare in scena, da parte del direttore artistico Gianni D’Amato, qualcosa di nuovo, testi originali, più vicini alle nuove generazioni. E’ di quell’anno il debutto nel mese di maggio con un suo scritto. La compagnia è fatta di tantissimi attori, una bella sinergia che fa remare tutti per il bene del teatro e per la passione che li lega. C’è stata qualche difficoltà per la pandemia ma la compagnia è sempre affollata e pronta. Tre sogni in affitto è del 2013, e Mauro Collina, il bravo interprete di Charlot, durante la rassegna estiva del più prestigioso Premio Italiano della Comicità, ha l’idea e la popone a Gianni D’Amato che non se lo fa ripetere. La Compagnia prende il nome di “Ombre”, perché come ci dice lo stesso Gianni D’Amato gli piaceva l’idea di non essere illuminato dalla luce, ma da ciò che la luce crea. I progetti per il futuro sono tanti, il gruppo teatro è impegnato su diversi fronti come la Rassegna al Piccolo Teatro del Giullare che si tiene tutti gli anni col nome “Neo”, che non è una macchia della pelle, ma un particolare di bellezza, come quello di Marylin ed il suo più famoso. La rassegna è al suo terzo anno ed ospita gruppi provenienti da l’Italia tutta, per concludersi il 22 ed il 23 aprile prossimo, con uno spettacolo di una compagnia di giovani nata in seno alle Ombre dal nome Toy Company. Essa è composta da due ragazzi che hanno deciso di formare una compagine nuova indicendo audizioni che hanno dato ottimi risultati e cioè tutti attori salernitani che prenderanno parte allo spettacolo “Fragile”, tratto da “Il risveglio di primavera” di Frank Wedekind, riscritto e diretto da Gianni D’Amato.

Maria Serritiello

Immigrazione, la best practice di Alchimondo

Immagine1 33 250Immigrazione: un esperimento sociale diventa libro e rilancia l'idea di una good practice che può essere replicata. Salerno aveva spostato in avanti la frontiera dell’integrazione con un peculiare esperimento sociale che ha trasformato gli immigrati in giornalisti che così hanno potuto scrivere e “dialogare” con le istituzioni – prefetto, questore, assessori – grazie a un mensile pensato per loro, quali abitanti attivi delle nostre e loro città. Il giornale “alchimondo”, nato nel 2007 per un progetto dell’Arci e della Regione Campania, deve il suo nome ad una sintesi delle parole “alchimia” e “mondo”. Dopo alcuni anni di attività l’iniziativa ha seguito la sorte di tante buone intuizioni meridionali, incapaci di superare lo scoglio della sostenibilità economica. Ma il valore dell’esperienza rimane ed offre - oggi più che mai – un necessario spunto di riflessione sotto forma di libro, “Migranti in redazione”, di Alfonso Schiavino, organizzatore e primo direttore responsabile, di “alchimondo”. Il giornalista ricostruisce la genesi e i caratteri di quell'esperienza, sia per celebrare badanti e ambulanti scopertisi giornalisti, sia per descrivere le scelte di base, a beneficio di altre organizzazioni che volessero seguirne il cammino.

Il gruppo redazionale riuniva italiani e immigrati. Questi erano singoli individui o responsabili delle comunità nazionali costituite in associazioni. Nessuno di loro aveva mai fatto attività giornalistica. I Paesi rappresentati stabilmente erano una decina: Filippine, Bangladesh, Sri Lanka, Senegal, Georgia, Russia, Ucraina, Polonia, Moldavia e Romania. Altre nazionalità avevano presenze sporadiche.

Ogni numero del giornale era articolato in sezioni: un dossier, un’intervista istituzionale, la storia di un migrante - il rifugiato africano piuttosto che il giovanissimo lavavetri - e una panoramica di leggi, paghe e strutture. Gli articoli di tre pagine erano scritti dai migranti, con un grado informativo prossimo all’inchiesta, per il riflettore puntato su punti sconosciuti del tessuto sociale.

«Per la prima volta, forse, – spiega l’autore – gli immigrati hanno potuto parlare direttamente, senza i soliti filtri di mediatori e portavoce. Così “alchimondo” ha portato più avanti la frontiera dell’integrazione. In quella fase storica mentre gli italiani si impoverivano e la politica ipocrita edificava la fabbrica della paura, “alchimondo” ha portato un umile contributo per il miglioramento dell’umore pubblico». Parlando di conquiste e di lacune, di diritti e di doveri, un giornale ha fatto cultura dell’immigrazione, quella che in Italia è stata sempre negletta, con i risultati discutibili che ogni giorno vediamo.

la stanza di Veronica5°Appuntamento al Teatro Genovesi per il Festival Nazionale Città di Salerno, organizzato dalla Compagnia dell’Eclissi in collaborazione con l’I.S.S. Genovesi-Da Vinci di Salerno ed il sostegno del Soroptimist International club di Salerno, con “La Stanza di Veronica” di Ira Levin, ritornano i Giardini dell’Arte di Firenze, già vincitori del Festival, lo scorso anno, con “La Signorina Julie” di August Strindberg.

Il rebus per venire a capo del thriller che si consuma sulla scena e sperare di capirne quale sia il finale, sta tutto là, nel nome dell’autore: Ira Levin.  Essere teatralmente dinanzi ad un suo scritto significa ripassare mentalmente le sue trame usate in film di puro orrore e di grande suspense.

John e Maureen, una coppia di attempati signori, rivelatisi, poi, servitori della famiglia Brabissant, incontrano, o vanno per reclutare, in un ristorante, una giovane coppia al loro secondo appuntamento e convincono la ragazza a ricoprire i panni di Veronica, a cui somiglia come una goccia d’acqua, morta di tubercolosi per compiacere sua sorella Sissi che, malata di cancro, è in attesa della fine. Susan è una ragazza vivace, spigliata e disinvolta, ma di buon cuore, per cui accetta di fare questa buona azione, contrario è, invece, il suo giovane accompagnatore. Appena giunti a casa, nella stanza che fu di Veronica, si avvertono sottili segnali d’inquietudine, ad esempio la meticolosità e la lentezza con cui John (Aldo Innocenti) lustra gli oggetti tenuti, prima, sotto delle bianche fodere e poi scoperti ed anche la voce strascicante e priva d’intonazione, con l’andatura ripiegata tutta in avanti del servitore che non mette, certo, sicurezza. Dal canto suo Maureen (Laura Bozzi) è esageratamente gentile con la ragazza, ma lei è fiduciosa, presto andrà via da quella casa che le mette tanta tristezza, nel sapere che anche l’unico figlio maschio, di nome Conrad è morto. I due le fanno indossare un vestito della povera Veronica che, manco adirlo, le calza a pennello e scompaiono per avvertire Sissi, nell’altra stanza. Susan resta sola in scena, il fidanzato è stato accompagnato giù nel salone da John a bere un whisky. Si gira intorno, sfiora gli oggetti, si assesta il vestito, sfoglia i libri, insomma s’imbeve della stanza della povera ragazza morta, ma il silenzio si fa carico di ombre. Ed ecco il primo colpo di scena, gli umili servitori sono spariti, al loro posto, gli stessi si sono trasformati nei coniugi Brabissant, temporalmente siamo nel 1936 e Susan viene creduta con toni decisi, Veronica, la loro figlia ribelle, chiusa in quella stanza per non farle compiere altri fatti nefandi, come l’uccisione della povera Sissi e del fratello Conrad. Il thriller, perché di questo si tratta, nel secondo atto, prende diversa forma, sia nella trama che nella recitazione, per cui il servilismo e la piaggeria di prima, muta in severità, fermezza ed imperiosità, in special modo nel padre (per me più credibile nella caratterizzazione del servitore N.D.R.). La rappresentazione scorre convulsa con improvvisi colpi di scena e cambiamenti sostanziali, tutto il contrario di tutto e di nuovo ferve l’immaginazione, presso il pubblico, per congegnare il finale. Intanto si aggiungono sempre più particolari orridi e a nulla valgono le proteste di Susan, che a gran voce invoca il suo fidanzato, volatilizzato e si capisce, di lì a breve, il perché. La mal capitata (Margherita Tiesi) protesta con tutte le sue forze e lo fa in modo credibile, il pubblico è tutto per lei, la sua disperazione diventa la disperazione dei presenti, il pianto e la voce stridula, il volto rigato di lacrime, le percosse che riceve ogni volta che fornisce particolari del 1973, per convincerli che lei non c’entra niente con la loro vita infida, è recitato ad arte, per aver cambiato registro e cioè dal frivolo al disperato. Il giallo si fa sempre più fitto e la stanza dell’inesistente Veronica è diventata una paurosa prigione per la povera Susan che, inutilmente, cerca di convincere i sui aguzzini a lasciarla andare. Ci si precipita verso il finale, Veronica non è morta e neanche Conrad, suo malefico sodale, sono loro ad aver ucciso Sissi, ed anche i signori Brabissant sono morti da tanto. A Susan non resta che morire, non prima di aver scoperto che anche il suo novello fidanzato (Andrea Vangelisti) fa parte della cricca malvagia, infatti è il medico della famigerata famiglia, pronto ad adescare la vittima di turno. Un’ultima emozione da consumare, il pubblico è stato messo a dura prova, per 90 minuti con l’incalzare degli eventi ed i capovolgimenti di situazioni, ed è l’uccisione di Susan, infine, che fa quadrare il cerchio. Sbattuta di forza nella poltrona, tenuta stretta e ferma ai braccioli dal dottore, già suo fidanzato e Conrad, Veronica la soffoca veristicamente con un cuscino. La scena è l’ultimo colpo che Ira Levin, tradotto da Luigi Lunari, prepara con cura, per dare reale soffocamento allo spettatore, per dargli una sensazione fisica. Dietro al cuscino, la ragazza si torce, si dibatte, si muove in modo convulso, cercando di divincolarsi, ma non vi riesce. Il corpo teso si affloscia, le gambe non si muovono più e tutto il suo corpo trova la deposizione in quella poltrona rossa di colore, che ricorda il sangue versato da un’innocente. Il pubblico non ha mai odiato tanto, come questa volta, i tre interpreti di scena, per aver impunemente ucciso solo per aver la voglia di farlo, anche dopo che le loro losche voglie erano state scoperte.

In un thriller non vanno cercate ragioni morali o fortemente etiche, perciò l’adesione alla trama è totale, sconvolge, però, la disonestà con cui viene presentato il delitto e cioè la costruzione di una prima ed una seconda sceneggiatura, dove gli attori si sono mossi così come si doveva, ossia con bravura, tanto da far patire al pubblico, in maniera fisica, tutta la rappresentazione. Bravi dunque per l’efficace interpretazione degli attori, servita da una scenografia meticolosa, da luci a volte sinistre e da musica descrittiva, la goccia insistente che si ascolta, è il tempo che trascorre lentamente nella stanza rarefatta di Veronica. La regia di Marco Lombardi è stata di millimetrica precisione nell’assemblare più elementi scenici e nel guidare gli attori verso una recitazione realistica. Originale la scelta della regia di portare un noir psicologico d’autore al Festival XS di Salerno, per la prima volta.

Maria Serritiello

TEATRO VERDI SALERNO

SILVIO ORLANDO

GIÚ LA MASCHERA

VENERDÌ ORE 19.00

 

Foto Silvio Orlando 250Sarà Silvio Orlando il protagonista dell'incontro con il pubblico e la stampa "Giù la maschera" in programma venerdì 24 marzo alle ore 19.00 presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi in via Roma a Salerno.

L'attore e regista con la sua compagnia è in scena al Verdi di Salerno fino a domenica prossima 26 marzo con lo spettacolo "La vita davanti a sè" di Romain Gary. 

Nel corso dell'incontro saranno illustrati i contenuti dello spettacolo e sarà possibile approfondire qualche aspetto del dietro le quinte. 

Lo spettacolo conclude la stagione di prosa del Verdi di Salerno organizzata dal Comune di Salerno con il supporto del Teatro Pubblico Campano ed il sostegno della Regione Campania.

La partecipazione a Giù la maschera è libera e gratuita.

don pietroIl prossimo 28 marzo, Don Benedetto D’Arminio compirà 90 anni, 40 di essi trascorsi nella Parrocchia di San Paolo Apostolo di Salerno, terzo parroco, nell’ordine, dalla fondazione della chiesa. Si comprende bene, quanto i fedeli di questa vasta zona della città siano affezionati al loro anziano parroco, anche se non lo è più.

Don Benedetto D’Arminio nasce a Montecorvino Rovella il 28 marzo 1933 dove frequenta le scuole statali fino alle medie per poi entrare nel Seminario di Salerno, dove frequenta il ginnasio e completa gli studi classici e teologici. Successivamente   consegue   la   licenza   in   Teologia   Pastorale   alla   Pontificia Università Antonianum di Roma e   la   laurea   in   Pedagogia   ad   indirizzo socio-pedagogico   presso l’Università di Cassino. Per   diciotto anni è stato Direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano, sia nel Settore Catechesi, sia nel Settore dell’Insegnamento della Religione cattolica. Ha insegnato Storia e Filosofia al Liceo del Seminario diocesano e Psicologia della Religione presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose in Salerno. Nel maggio del 1995 viene nominato da papa Giovanni Paolo II cappellano di Sua Santità. Il 20 Aprile 1958, viene Ordinato Sacerdote e svolge una proficua attività pastorale nelle frazioni alte di Giffoni Valle Piana, come parroco e Rettore del Santuario Maria SS. Di Carbonara. Il 1° settembre 2013 offre il suo servizio pastorale alla parrocchia Gesù Risorto di Salerno fino al 1° aprile 2014, in seguito viene nominato vice priore della Chiesa Maria SS.ma del Carmine a Salerno e dal 31 marzo 2017 al 31 maggio 2020 è stato Rettore del Santuario Maria SS. Del Carmine di Salerno, dove attualmente è Vice Rettore.

Quando Don Benedetto D’Arminio fu nominato parroco della Chiesa di San Paolo Apostolo nel quartiere e nella comunità le problematiche presenti erano numerose e di svariata natura, non da ultima la scarsa coesione tra gli abitanti che si erano insediati di recente nella zona e dunque non riuscivano ad aggregarsi. Anche l’aspetto estetico del quartiere e della chiesa erano molto “diversi” da come si presentano oggi, per non dire delle condizioni in cui don Benedetto trovò la Chiesa al suo arrivo è che solo grazie al suo impegno, alla sua dedizione ed alla sua caparbietà, oggi la Chiesa è davvero bella sia esteticamente che spiritualmente e risponde appieno all’esortazione del Santo Padre che “invita i cristiani ad essere uniti non secondo il disegno umano, ma grazie all’intervento dello Spirito Santo; ad essere un popolo nella continua ricerca dell'armonia e non dell’uniformità”.

Sono passati esattamente 10 anni da quando don Benedetto ha lasciato la parrocchia San Paolo, ma il legame con la sua chiesa-famiglia non si è mai interrotto. Le speranze dei suoi ex-parrocchiani non sono state disattese, don Benedetto non ha dimenticato nessuno dei suoi figli e ogni volta che ha la possibilità di ricordarli lo fa con immutato affetto. Tuttavia, ciò   che   ci   meraviglia, non   è   tanto   l'inscindibilità   del   legame   con   i   suoi   ex-parrocchiani quanto la capacità del Don di continuare ad accrescere il numero di fedeli anche nel Santuario della Madonna del Carmine, dove a tutt'oggi svolge la sua missione. In questo lasso di tempo don Benedetto, sia come rettore che come vice, è riuscito con le sue omelie, con   la   sua   disponibilità, con il   suo   sorriso   ad   instaurare   un   altrettanto inscindibile rapporto affettuoso con tutti coloro che frequentano il Santuario. Grazie alla sua lunga esperienza (tra meno di un mese saranno 65 gli anni di sacerdozio) Mons. D'Arminio ha saputo costruire un rapporto di massima collaborazione con tutti: in primis con gli altri sacerdoti che lo hanno affiancato, con l'attuale rettore don Biagio Napoletano, con i ministri straordinari, con i sacristi, con i chierichetti, ottima intesa c'è anche con il Priore dott. Califano con i terziari, con i confratelli e le consorelle dell'arciconfraternita, un legame particolare, di completa sintonia, c'è infine con i maestri che quotidianamente si alternano all'organo per animare insieme al coro le sue funzioni. Tutti hanno imparato ad apprezzarlo   e   tutti, in   occasione   del   suo   compleanno, desiderano stargli   vicino   per manifestargli l'affetto   e   la   gratitudine   che   gli   sono   dovuti.   Ad   un   sacerdote   davvero speciale, un uomo che ha realmente donato tutta la sua vita per la collettività, un padre amorevole per tutti i suoi figli, un amico sincero, non possiamo che esprimere i più fervidi auguri di lunga vita.

                     Buon compleanno don Benedetto

Maria Serritiello

 

 

risveglio delle maniÈ un impasto perfetto quello che unisce due ingredienti unici, “artigianato e cultura”, per la prima edizione del progetto “Il Risveglio delle Mani”, promosso e organizzato dalla CLAAI di Salerno, co-finanziato dalla Camera di Commercio di Salerno, con il patrocinio del Comune di Salerno, che si svolgerà il 24 e 25 marzo prossimi a Villa Carrara, dimora ottocentesca, sede della Biblioteca -Emeroteca comunale della zona orientale di Salerno.

Non si può non pensare alle mani per battezzare la prima tappa della mostra evento che, svolgendosi nei giorni dell’arrivo della primavera, “risveglierà” l'arte di fare il pane, un mestiere antico e ricco di fascino, raccontato attraverso le sue origini, le sue storie e le sue leggende.

Il progetto, ideato dall’attrice e regista Brunella Caputo, nasce con la precisa intenzione di proporre, in chiave artistica, l’artigianato come espressione naturale dell’arte umana.

L’iniziativa è stata presentata questa mattina a Palazzo di città nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nella Sala Giunta alla presenza del Presidente della CLAAI Salerno Matteo Caputo, del segretario generale della Camera di Commercio di Salerno Raffaele De Sio, dell’Assessore alle Attività Produttive e Turismo del Comune di Salerno Alessandro Ferrara e del direttore artistico del progetto “Il Risveglio delle Mani”, Brunella Caputo.

Il programma prenderà avvio venerdì 24 marzo alle ore 18.00 con l'apertura, nella sala interna e negli spazi della Biblioteca di Villa Carrara, della mostra fotografica “Il Risveglio delle Mani”, a cura dei fotografi Pio Peruzzini e Cristina Santonicola, il cui allestimento rimarrà visitabile per due giorni.

E mentre saranno attive le due esposizioni fotografiche dedicate alla gestualità della panificazione e di altre arti manuali, ed al connubio fra forma d'arte visiva e pane, nel pomeriggio alle ore 19.30, la Villa della zona orientale della città di Salerno ospiterà Fulvio Marino con la presentazione del suo ultimo libro edito da Mondadori “Pizza per tutti”.

Il maestro panificatore Fulvio Marino, star del programma È sempre mezzogiorno” su RAI Uno e protagonista di “Bake Off” su Real Time, mugnaio di terza generazione, dialogherà con Sabrina Prisco.

Per la seconda giornata dell’evento, sabato 25 marzo alle ore 11.30 ci sarà l’apertura delle visite alla mostra fotografica accompagnata da una performance teatrale a cura della Compagnia del Giullare.

Protagonista dell’appuntamento fissato alle ore 18.00 sarà – con una dimostrazione dell’impasto del pane - “Il Forno di Vincenzo”, un forno sociale di comunità, sperimentazione sociale nata ad Eboli che ha per protagonista un giovane con disabilità, che sa sfornare pane «un pane buono, sano, etico e ricco di significato».

“Il pane di Vincenzo”, con tutta l’unicità e la straordinarietà del suo progetto di vita, presto grazie alla disponibilità del sindaco della città dove vive Vincenzo, sarà accompagnato dalla consegna delle chiavi di un locale che diventerà luogo d’eccellenza per l’attività di panificazione a km zero.

La giornata si concluderà alle ore 20.00 con la performance teatrale, in forma di reading, “Essenza di pane” a cura della Compagnia del Giullare con Brunella Caputo e Davide Curzio.

<<Con questa prima edizione dell’evento “Il Risveglio delle Mani”, daremo calore alle mani che, poggiate sul cuore, profumeranno di PANE.>> Così in sintesi il direttore artistico Brunella Caputo.

 

 

willy goQuarto appuntamento al Teatro Genovesi per il Festival Nazionale Città di Salerno, organizzato dalla Compagnia dell’Eclissi collaborazione con l’I.S.S. Genovesi-Da Vinci di Salerno.

5 sagome stilizzate ed una valigia di cartone a grandezza media in primo piano ci annunciano che chi si paleserà ha a che fare con i viaggi. Ed eccolo apparire con il suo vestito grigio, camicia e cravatta sotto la giacca, cappello, un borsalino usato, avvicinarsi alla valigia, sollevarla per poi depositarla a terra, aggiustandone il manico. Un uomo metodico Willy, questo il suo nome e la sistematicità dei gesti gli deriva dal fatto che ha paura di non essere ricordato e ancor più di essere dimenticato. Mima una corsa sul posto, macina chilometri, attraversando città che gira, per piazzare i prodotti rappresentati, gli viene il fiatone, il sudore gli cola dalla fronte, poi si ferma stremato e comincia un monologo di 60 minuti in cui parlerà di sé.

E’ tornato a casa esausto da uno dei suoi giri, più stanco del solito e racconta a Linda, sua moglie, presente nell’immaginazione, nella versione che ne fa Marco Cantieri, che non ce l’ha fatta, che non è riuscito a controllare la macchina, che va a 120 all’ora e si distrae, insomma sta invecchiando senza che abbia potuto raggiungere la notorietà. Il lavoro di commesso viaggiatore su cui ha puntato tutte le sue speranze di successo, si è rivelato un fallimento. Parla, parla, mette fuori tutto il suo interiore, cercando prima di tutto una giustifica con se stesso e poi l’accettazione della sua rovina, la consapevolezza di non guadagnare abbastanza per soddisfare i bisogni della sua famiglia, lo annienta. Ha vissuto, a causa di questo oscuro lavoro, molto tempo da solo, sedi lontane, dividendo stanze fredde, anonime, magari anche poco riscaldate, con la consapevolezza che la solitudine è una brutta bestia. Insoddisfatto della sua vita che a 63 anni non gli ha dato la felicità materiale, presente abbondantemente nella società americana, se la prende con i suoi figli, Biff e Happy, che svolgono lavori di basso livello. Non riuscendo a sopportare tanto insuccesso esce di casa e vagabondando riporta alla memoria fatti passati della famiglia Loman, per esempio che suo fratello, lavorando in una miniera dai 17 ai 21 anni, era diventato ricco sfondato e di come lui si sia trovato a fare il mestiere di commesso viaggiatore. Fu quella volta, quando decise di andare in Alaska con suo fratello per incontrare il padre che già era lì a cercare qualche filone d’oro. Tutto era pronto per la partenza, quando incontrò un tale di ottantaquattro anni, rappresentante della Parker, che aveva lavorato in 32 stati, nell’albergo, a lavorare accanto al telefono, con un paio di pantofole verdi infilate ai piedi. Fu una rivelazione, era questo il mestiere che faceva per lui, quel vecchio senza spostarsi di un millimetro si guadagnava la vita.

Che c’è di meglio che andarsene a spasso a ottantaquattro anni, per venti o trenta città, riverito, ossequiato, benvoluto e aiutato da una massa di gente, e senza far altro che telefonare?

Ma lo sai tu, che quando morì – e fece proprio la morte del commesso viaggiatore – se ne andò all’altro mondo nelle sue pantofole di velluto verde, nel vagone ristorante sul rapido di Boston. Quando morì, ai funerali vennero a migliaia, i clienti e i colleghi.

Una volta la gente era considerata, Howard. C’era il rispetto, c’era la solidarietà, c’era la gratitudine. Al giorno d’oggi, tutto arido, senz’anima. L’amicizia non ha più nessun valore, la considerazione… Capisci perché ti dico questo, Howard? Non ci si ricorda più di me.

Deluso, scoraggiato, dopo tanto correre, capisce che nessuno lo avrebbe ricordato, né ai tanti conoscenti, interessato il suo travaglio interiore, per non aver raggiunto la solidità economica, atta far fronte ad un licenziamento, prima e ad un prestito in soldi, presso un amico, dopo. Allora, il naturale sbocco, dolorosamente, gli si para dinanzi, alla sua famiglia, soprattutto, sarebbe stato più utile da morto che da vivo.

Marco Cantieri, l’interprete, nonché il riduttore della versione di Morte di un Commesso Viaggiatore, il capolavoro di Arthur Miller, datato 1949, in Go Willi Go, è stato perfetto. Ha offerto una riduzione precisa, scrupolosa, accompagnata da una recitazione completa di gestualità, di sfumature di voce, di movimenti accorti, di tonalità corretta, di espressività facciale e corporea. Quel suo andare avanti ed indietro nel monologo, ha fatto sì che il finale, pur conoscendolo, date tutte le premesse, ci ha resi tristi, il suo piegarsi ad un volere superiore per il benessere della famiglia, ci è sembrato un sacrificio troppo esoso. Peccato non stimarsi di più per ciò che realmente fosse, un brav’uomo onesto e lavoratore. La società consumistica americana lo aveva letteralmente fagocitato, travolgendolo in un gesto estremo, ma Arthur Miller così ha voluto il suo Commesso Viaggiatore, un moderno Cristo sulla croce!

Maria Serritiello

Di e con Marco Cantieri

Regia di Adriana Giacomino e Franca Guerra

Ricerca musicale: Franca Guerra

Idea Scenografica: Marco Cantieri

Tecnico Audioluci: Federico Caputo

Ripresa Video: Marco Cipriani

lettere dal carcereLetture dal Carcere è un Format nato da un’idea della Prof.ssa Ersilia Trimarco con la collaborazione dei docenti Veronica Pelino e Vincenzo Di Donna, concordi nell’affermare che “la cultura rende uomini liberi”. Il sapere è un diritto dovere di tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo dove si pratica, nel qual caso la casa circondariale di Salerno. La lettura del giornale, per alunni così speciali, è il veicolo più adatto ed immediato per partecipare in modo consapevole allee notizie che veicolano al di fuori ma anche un’utile evasione dal luogo dove si è detenuti.

E così lunedì 20 Marzo 2023 ore 9,30 la giornalista del Mattino e scrittrice Luciana Mauro, incontrerà gli studenti detenuti della sezione staccata della scuola alberghiera, con il suo Caffè Noir. L’incontro nasce dal fatto che gli allievi leggono con piacevolezza il giornale e sono restati colpiti dai suoi racconti della rubrica “Salerno Noir”, che Il Mattino pubblica da oltre un decennio. La Prof.ssa Elvira Trimarco ha ben pensato, perciò, d’inserire, la stessa autrice dei racconti, nella rassegna Letture dal carcere

Si leggeremo, infatti, racconti brevi e analizzate le circostanze in cui i fatti di sangue si sono sviluppati. Luciana Mauro troverà naturale rispondere alle loro domande, stimolando riflessioni e curiosità sui comportamenti, gli usi e i costumi della Salerno di un tempo e dei suoi personaggi. Favorire il confronto tra epoche diverse sarà un momento storico formativo di importanza essenziale. Oltre a questo incontro ce ne saranno altri che in data successiva prevedrà un appuntamento di rilievo con lo scrittore Diego De Silva con il suo famoso personaggio: Avvocato Malinconico.

Maria Serritiello

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