Salerno

LAPILLI Locandina incontro Raito 10 11 16Nel febbraio scorso un imam entrava in una chiesa, saliva sul pulpito e declamava il richiamo alla preghiera, quel canto, quasi un lamento struggente, proprio della religione islamica, suggestivo, che evoca minareti e arsure mediorientali. Succedeva a Raito, in provincia di Salerno.

A nove mesi di distanza il piccolo centro delle costiera amalfitana si conferma officina del dialogo interreligioso. Il  10 novembre ospiterà infatti il rabbino capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni. L’iniziativa è ancora una volta del giovane parroco Don Ciro Giordano. “Le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza e le grandi idee che ci identificano devono essere messe al servizio della collettività”. Così parlava Papa Francesco in visita alla sinagoga di Roma nel gennaio scorso e l’attività pastorale di Don Ciro sembra essere informata proprio a questi principi. Il confronto tra le diversità al servizio della collettività. In un’epoca in cui le appartenenze religiose sono spesso fraintese e motivo di aspre conflittualità, l’incontro di giovedì prossimo è un momento di condivisione di innegabile importanza, un gesto di amicizia, un’esperienza di crescita e formazione.

Si parlerà di Dio. Di un Dio comune, “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Se ne parlerà attraverso una lettura esegetica del capitolo 3 dell’Esodo in cui si narra dell’episodio di Mosè al cospetto del roveto ardente. L’esposizione sarà curata da Rav. Di Segni, uno dei massimi esponenti e divulgatori della tradizione rabbinica. La necessità di una lectio tenuta da un rappresentante della religione ebraica è perfettamente in linea con le prescrizioni del paragrafo 40 del documento redatto in dicembre dalla Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo: “I cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio”. La comunità parrocchiale di Raito si prepara pertanto all’ascolto riverente e al confronto con chi già Giovanni Paolo II non esitò a considerare “fratelli maggiori nella fede”.

A concludere l’incontro, che si terrà presso la sala convegni dell’Hotel Raito, S.E. Mons. Orazio Soricelli, arcivescovo della diocesi di Amalfi-Cava de’Tirreni e membro della commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo.

Salern FestivalE’ in corso di svolgimento il Salerno Festival, rassegna di cori nazionali ed internazionali, giunto alla settima edizione. La Kermesse, che rende la città festosa ed echeggiante di poderoso e bel canto, andrà avanti fino al prossimo 6 novembre ed ha avuto inizio ieri, con una maratona di 9 cori in canto, al Grand Hotel Salerno, gremito di folla. Le esibizioni, 30 concerti in tutto, sono spalmate sull’intero territorio regionale, tra cui Napoli, Pompei, Ravello ed Atrani e sono ad ingresso gratuito. Il maggior numero delle esibizioni sono destinate alla città di Salerno che ne ospita il festival e questi in sintesi i numeri della melodiosa rassegna: 42 i cori, 1300 aderenti, 17 le regioni rappresentate, 24 i cori della Campania e 400 i partecipanti solo dalla provincia di Salerno, oltre 50 gli organizzatori, i volontari e gli accompagnatori. La manifestazione, per la sua capacità di mettere in campo formazioni di notevole caratura professionale, si avvia ad essere internazionale e già da quest’anno si registra la partecipazione di un coro venuto dalla lontana Bielorussia. Due novità di pregio all’interno del Festival, la presenza eccezionale di due cori, l’ Odhecaton, diretto da Paolo Da Col, uno dei gruppi professionali italiani più conosciuti a livello internazionale e specializzato nel repertorio Rinascimentale e l’UT Insieme Vocale-Consonante, diretto da Lorenzo Donati, vincitore dell’European Grand Prix for Choral Singing 2016 e nato dal progetto Coro Giovanile Italiano. Il repertorio eseguito nei 30 concerti va dalla polifonia sacra e profana, alla melodia pop italiana ed internazionale, dal gospel all’opera lirica. Molto divertente, per il clima festoso che s’instaura tra la gente, è la performance “Frijenn Cantann in città”, ovvero il canto libero dei coristi, che anche quest’anno sarà riproposto, visto il successo delle passate edizioni.

La prestazione musicale “Frijenn Cantann”, il 5 novembre, verrà eseguita in vari spazi, di diversa natura, come negozi, case private, ostelli, chiese, cantando liberamente ed improvvisando al motto di “Liberiamo il canto”.

Maria Serritiello

cantatrice calva“La Cantatrice Calva” di Eugéne Ionesco, un pezzo di non facile presa sul pubblico, è stato rappresentato dalla Compagnia In-Stabile, all’interno della rassegna “Teatri…Amo Salerno”, prima edizione, presso “Il Nostro Teatro” dell’I.C. San Tommaso D’Aquino del rione Fratte. Un’interessante iniziativa resa possibile grazie alla ristrutturazione di un’area della scuola e dalla collaborazione della Dirigente scolastica, prof.ssa Annalisa Frigenti e Roberto Finamore, presidente del teatro In- Stabile. La rassegna è nata al fine di utilizzare costruttivamente il nuovo spazio ed ha avuto inizio sabato 29 ottobre, per concludersi l’11 dicembre prossimo. Sette appuntamenti nei quali il teatro diventa polo culturale e traghettatore di un quartiere a vocazione operaia, cresciuto attorno alle Fonderie e alle Cotoniere Manifatture Meridionali. La pièce prediletta per il debutto la dice lunga sulle intenzioni di questo gruppo di giovani attori, che vuole far cultura e diffonderla, perché crede in essa come unico strumento di elevazione. La scelta, poi, di utilizzare la scuola, a contenitore di performance è degna di lode. Tutti gli istituti scolastici dovrebbero, nei vari quartieri, essere capofila e attrattori formativi, una sorta di suonatori di flauto magico, per attirare e avviare, nelle spire dell’etica e dell’estetica quanta più umanità possibile, e rendere reale, presso le giovani generazioni, “la buona scuola” Lode, allora, all’iniziativa, per chi l’ha proposta e per chi l’ha favorita.

La Cantatrice Calva è la parodia di una commedia, definita dallo stesso autore “anti commedia” ed è il primo esempio di un genere teatrale chiamato “teatro dell’assurdo”, dove si utilizzano frasi fatte, dialoghi contrastanti, luoghi comuni e strisciante razzismo. I personaggi sono sei e ad inizio di rappresentazione, in scena seduti in un ideale salotto inglese, ci sono i coniugi Smith, lui legge il giornale, lei rammenda una calza. Non parlano tra di loro, il silenzio, di ben 15 minuti, cala dal palcoscenico sul pubblico, che interdetto non sa che cosa pensare. A rompere la fissità della situazione è la Signora Smith, che prende a ripetere più volte il menu della loro cena, mentre il marito senza alzare gli occhi dalle notizie, esprime commenti sui medici, sullo stato britannico e sull’esercito. Appare la cameriera Mary per annunciare la visita dei coniugi Martin, mentre i padroni di casa vanno a vestirsi. Questi si accomodano ed iniziano a comportarsi come dei perfetti sconosciuti. Le due coppie, alfine, si ricongiungono ed iniziano a parlare in modo sconnesso e senza un filo logico, quando bussano alla porta più volte. Al di là di essa, però, non c’è persona, sicché la Sig.ra Smith si convince che al suono del campanello non vi debba essere mai nessuno. Alla porta, intanto, compare il capitano dei pompieri, alla ricerca spasmodica di un fuoco da spegnere. I sei personaggi cominciano a parlare, a raccontare barzellette, episodi ed a sbraitare, emettendo suoni senza senso. Si spengono le luci ed in scena, ora, si sistemano i signori Martin al posto degli Smith e tutto ricomincia daccapo. Nel salotto inglese rappresentato, una grande importanza è riservata agli orologi, atti a scandire il tempo sempre uguale, con rintocchi che cambiano ogni volta. Un’assenza eccellente, poi, brilla ed è quella della Cantatrice Calva, la quale pur dando il titolo alla pièce non compare mai se non nella domanda del pompiere “A proposito e la Cantatrice Calva? “Si pettina sempre allo stesso modo” è la risposta data.

Tutti e sei gli attori sono stati molto bravi ed attenti nelle singole caratterizzazioni, come disinvolti nel mantenere la scena. La fedeltà del testo, poi, sia pure con un tratto personale, è stato l’elemento di distinzione della regia praticata da una talentuosa Emanuela Tondini, nella duplice veste di regista e di attrice, a lei, infatti, si deve la modellata Sig.ra Smith. Perfetto nella parte del borghese inglese, è Roberto Finamore, non una sbavatura nella recitazione, anzi fin troppo preciso nel mimare gesti, dallo sfoglio del giornale al fumare della pipa. Vincenzo Triggiano e Francesca Canale, rispettivamente il signore e la signora Martin, hanno fatto il paio con i signori Smith, brillanti, ciarlieri e con i toni giusti. Molto espressiva è, Lucia Finamore, nel ritagliarsi in maniera completa il personaggio della cameriera. Infine il capo dei pompieri, Antonello Cianciulli è stato il tassello che ha completato in modo equilibrato il puzzle della recitazione. Il momento clou della bravura di tutti e sei è da ritenersi quando tutti insieme, ma ognuno per proprio conto, attaccano a parlare forsennatamente sovrapponendosi l’uno sull’altro e rendendo incomprensibile, ancor più, il discorso. In tutti è stata visibile la sana passione per l’arte e ciò li ha resi belli e bravi. Un debutto migliore, per la Compagnia Teatro In-Satbile, non poteva esserci, essendosi testati con un’opera che alla sua prima apparizione, nel 1950, fu stroncata dalla critica e dal pubblico. La via difficile di un testo non popolare li rende meritevoli e ci spinge ad incoraggiarli a continuare, proprio in un quartiere, quello di Fratte, che a saperlo leggere meglio ha potenzialità non indifferenti, non fosse altro per la bellissima chiesa, proprio adiacente al teatro, della “Sacra famiglia”, costruita nel 1974 da Paolo Portoghesi, l’ottantaquattrenne architetto romano. E non è tutto, altra firma eccellente di fama mondiale, l’archistar Massimiliano Fuksas, ha lavorato per la riqualificazione del territorio, con due interventi: Eden Park ed il Centro Commerciale, in via di ultimazione laddove un tempo le Cotoniere. Infine Fratte ha un patrimonio archeologico unico al mondo “La Necropoli Etrusca” con la quale convive senza darle importanza, ecco bisogna cominciare di là per un discorso culturale serio ed il teatro e questi giovani di talento possono.

Maria Serritiello

mino abbacuccioHa un buon inizio “Che Comico 2016-2017” al Teatro Ridotto di Salerno, conclamato tempio della comicità, con la performance di Mino Abbacuccio, vincitore del Premio Charlot 2010 e comico di successo in tutte le edizioni di Made in Sud. Il giovane artista campano, trentun anni di età, era già stato al Ridotto nel 2011, alla sua prima esibizione d’inizio di carriera. Quando appare in scena, alto, abbigliato in modo informale, con maglia e pantalone nero e dopo aver ringraziato la famiglia Tortora che ha dato l’incipit al suo successo, attacca disinvolto un monologo nel quale rientrano temi giornalieri e per questo apprezzati da tutti, di cui le mamme invasive, i padri vittime della tirannia femminile, le fidanzate gelose, i call center, le zanzare. Un panorama in chiave umoristica della società attuale, ma molto veritiera. Divertente la nuova figura del “Tatuatore” da lui interpretata e che succede al timido giovanotto bistrattato dalla famiglia, in particolare dalla madre, che lo costringe ad apparire con una coniglietta tra le mani per farsi coraggio. “Nessuno mi vuole e saluta Tittì” il tormentone dei suoi monologhi, sostituito dall’attuale “Se non sbaglio nu sbaglio ma se sbaglio, sbaglio” dell’arguto tatuatore. Un mantra che ormai fa parte del lessico giovanile e che si ripete simpaticamente anche presso chi giovane non lo è più. La comicità di Abbacuccio è attenta, scrupolosa, porta in semplicità da lui che ha tutta l’aria perbene del giovane della porta accanto. Le sue uscite sono fresche, quasi mai scontate, né banali o peggio ancora volgari, le gags sussurrate e non gridate, suscitano un sorriso riflessivo, ma non per questo meno accettato. La risata, poi, non è mai estorta, anzi è tranquilla e poco invasiva. Una serata, quella trascorsa al Ridotto, passata in compagnia di persone pacate, con un comico sereno e gentile che ha condotto l'inizio della stagione teatrale, con tatto e delicatezza, senza sguaiataggine, ne' ferocia. Tutto ciò può apparire riduttivo, ma così non è, forse corre il rischio solo di essere calpestata da troppa volgarità inutile, laddove andrebbe catalogata tra merce rara.

L’ Intervista

Cinque anni fa hai debuttato proprio in questo teatro, che effetto ti fa esserci ritornato?

Ho provato un piacere enorme a tornare e ad avere strumenti diversi da come potevo averli all’inizio. La prima volta era una situazione forzata, ero al Ridotto perché avevo vinto il Premio Charlot, ma non mi sentivo pronto, tanto è vero che lavorai molto a prepararmi, per affrontare al meglio il pubblico del piccolo teatro, vero tempio della comicità. In sostanza non volevo deludere chi aveva avuto fiducia in me.

Ne hai fatta di strada, tutte le edizioni di “Made in sud”, quanto l’esperienza ti ha fatto crescere professionalmente?

L’esperienza di Made in Sud è stata molto importante, mi ha dato la possibilità di migliorare le capacità e fornirmi di tecniche che all’inizio non possedevo. Con venti puntate all’anno si deve essere, per forza, preparati a scrivere un pezzo ogni settimana e che sappia anche far ridere. Tutto è all’insegno della velocità, ma ciò, però, rafforza.

Da dove trai spunto per i tuoi monologhi?

Dal quotidiano e ciò che mi succedo intorno, basta osservare attentamente la gente che ti passa accanto.

Che fine ha fatto “Tittì” ora che sei il “Tatuatore” che spesso sbaglia?

Dopo tanti anni di Tittì ho cercato un altro personaggio per non stancare il pubblico e perché ne avesse nostalgia. Io sono molto legato a Tittì, è stata la coniglietta a farmi conoscere al grande pubblico ma dovevo trovare un altro personaggio o non avrei più partecipato a Made in Sud, per mia stessa volontà. Così mi sono testato e ci sono riuscito, il personaggio funziona e diverte.

Prima di concludere la chiacchierata, Mino Abbacuccio ha tenuto a sottolineare il piacere di aver rincontrato la scrivente, che 5 anni fa lo ha recensito al suo debutto, in maniera lodevole. Era la prima volta e lui ne ha conservato intatto il ricordo.

Maria Serritiello

Mino Abbacuccio si è aggiudicato il premio " Vado al Massimo" intitolato a Massimo Troisi e inserito nel circuito "Bravo Grazie!" la Champions League della comicità. Grazie alla sua verve e alla sua simpatia, il giovane campano ha fatto incetta di premi, portando a casa anche il premio della critica e quello del pubblico. Vado al Massimo ha segnato l'ultima serata della manifestazione E...state a Pignola, giunta alla XX edizione e curata dall'associazione culturale Il Focolare. Abbacuccio ha vinto anche il Premio d'Arte Umoristica nel 2007 e il Premi Otto Volante nell'ambito del premio Massimo Troisi 2009 e il 2010 il Premio Charlot

Teen Thèatre

presenta

LA MASA MADRE

di Dario Tamiazzo ed Ettore Nigro

con Ettore Nigro

sabato 29 e domenica 30 ottobre 2016 | ore 21

PICCOLO TEATRO DEL GIULLARE

via Matteo Incagliati 2, Salerno

LAPILLI ettore nigroEtico, biologico, lievitato naturalmente. Lo spettacolo La masa madre nasce dall'intuizione dell'attore Dario Tamiazzo che, durante la sua permanenza a Buenos Aires, ha studiato e approfondito il mondo dei fornai porteños e l'uso della pasta madre (’o criscito, lo chiamano i napoletani), lievito naturale che si tramanda di generazione in generazione nelle famiglie dei fornai.

Lo spettacolo ha poi raggiunto la sua forma definitiva a Napoli con Ettore Nigro che ha firmato la regia. Uno spettacolo fortunato che ha girato il mondo e continua a farlo: da Napoli a Padova fino all'Expo di Milano, da Parigi a Witten, da Zurigo a Caracas fino al Festival internazionale di Bogotà.

Sabato 29 e domenica 30 ottobre, alle 21, sul palco del Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, in via Matteo Incagliati 2, va in scena La masa madre con Ettore Nigro che narra la storia di Sante, un ragazzo che vuole diventare fornaio perché ha un sogno: fare il pane per tutti. E così lotta per mantenere viva la pasta madre che ha ereditato dal nonno fornaio. Parte alla volta di Buenos Aires dove inizia a lavorare in un panificio, lotta insieme ai compagni per salvaguardare la naturalezza del pane e distribuirlo a tutti, segnando in tal modo la storia politica e gastronomica dell'Argentina. La masa madre è un inno alla resistenza alimentare, contro l'industrializzazione selvaggia dei processi alimentari che porta alla perdita delle tradizioni gastronomiche, contro la manipolazione dei cibi e dell'essere umano.

scene Armando Alovisi  costumi Patrizia Visone/Vitrizia

grafica Luca Serafino foto Roberta Mazzone

Info 089 220261 | 334 7686331 | www.compagniadelgiullare.it

prezzo biglietto 10 | con picnic teatrale: biglietto + 5 euro

LAPILLI ColloquioInizia mercoledì 26 ottobre, per concludersi giovedì 3 novembre, la seconda sessione dei “Colloqui” di Salerno, ideati dall’antropologo Vincenzo Esposito (Unisa) e dal publisher Franco G. Forte. L’edizione 2016 dei Colloqui, seconda sessione, è dedicata a “Giuseppe Bartolucci: la strategia dello sguardo/Bartolucci prima di Bartolucci”, un progetto di Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee all'interno delle attività Museo sul territorio, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno-Polo sul Contemporaneo, Casa del Contemporaneo-Centro di produzione teatrale e Edizioni Oèdipus. In ricordo della poliedrica figura di Giuseppe Bartolucci (Fratte Rosa, Pesaro, 1923 – Roma, 1996) sono stati organizzati giornate di studi, convegni ed eventi che si terranno a Salerno, tra università e città. Bartolucci fu critico teatrale nei primi anni Sessanta per “L’Avanti!”, sapiente teorico e fervente sostenitore dell’avanguardia teatrale italiana, tra gli organizzatori e firmatari del Manifesto per un nuovo teatro nel 1967, autore di volumi fondamentali per la storia del teatro contemporaneo, co-direttore del Teatro Stabile di Torino, direttore del settore Scuola del Teatro di Roma, direttore della rassegna Nuove Tendenze che, dal 1973 al 1976, ospitò a Salerno i migliori esponenti del teatro internazionale della post-avanguardia, dal Living Theatre a Peter Brook, da Bob Wilson a Jérôme Savary.

Questo il calendario degli incontri:

Mercoledì 26 ottobre (Campus di Fisciano -Salerno - Facoltà di Lingue e Letterature straniere - Dipartimento di studi umanistici, biblioteca, terzo piano) la figura e l'opera di Giuseppe Bartolucci saranno ricordate da due esponenti di spicco del teatro italiano: l'attore, drammaturgo e regista Federico Tiezzi (ore 11:00) illustrerà i rapporti, le collaborazioni e le discussioni con il maestro Bartolucci che hanno influenzato la sua pratica scenica, mentre Lorenzo Mango (ore 16:00), docente di Storia del teatro moderno e contemporaneo presso l'Università degli Studi L'Orientale di Napoli, approfondirà l’avanguardia teatrale del secondo Novecento con particolare riferimento alle teorie sceniche di Bartolucci.

Giovedì 27 e venerdì 28 ottobre, (Sala Pasolini, Lungomare Trieste, Salerno), La videoteca Giaccàri e le Avanguardie artistiche del Secondo Novecento, a cura di Giorgia Quadri: Due giorni di proiezioni su spettacoli rari e spesso fondativi del fare artistico contemporaneo: i video, selezionati dalla giovane studiosa Giorgia Quadri, videomaker e curatrice presso il MUEL-Museo Elettronico internazionale di Varese sono patrimonio della più ricca videoteca artistica italiana, che prende il nome dal suo fondatore Luciano Giaccàri, uno dei padri delle video-arte, che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, ha raccolto una preziosa documentazione di oltre mille titoli sull'arte contemporanea, da Allan Kaprow a John Cage, da Caroline Carlson a Odin Theatre.

Giovedì 27 ottobre, ore 19:00: miscellanea di videoteatro (Living Theatre; Odin Theatre; Grand Magic Circus; Tadaeusz Kantor; Bread and Puppets; Richard Foreman; La Gaia Scienza; Magazzini; Marion D'Amburgo ed altri), preceduta da una selezione di video provenienti dal MUEL per la regia di Renato Pugina (Cult tv, RSI LA 1).

Venerdì 28 ottobre, ore 19:00: Remondi Caporossi, Sacco, Nuove Tendenze, Salerno 1975; Meredith Monk, Small Scroll, 1977, CRT Milano

Giovedì 3 novembre, ore 17:00: Incontro, presso la Sala del Gonfalone del Palazzo di Città di Salerno (via Roma), con Gaia Bartolucci, Carlo Infante, Silvio Perrella. Le giornate di studio su Giuseppe Bartolucci termineranno con tre ospiti d'eccezione: Gaia Bartolucci, Carlo Infante, Silvio Perrella, introdotti da Francesco G. Forte, nel corso di un incontro moderato da Rino Mele al quale prenderanno parte anche Silvana Sinisi, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo; Vittorio Lucariello regista, organizzatore culturale e assistente di Bartolucci; Alfonso Amendola docente di Sociologia degli Audiovisivi Sperimentali; il critico teatrale Francesco Tozza; la regista M. Giustina Laurenzi; la giornalista Luciana Libero; Franco Coda, già promotore del Teatro A; Pino Grimaldi di edizioni 10/17. Un convegno per riscoprire un Bartolucci umanista, filologo, narratore, nelle carte ritrovate da Francesco G. Forte e nelle analisi testuali del saggista e scrittore Silvio Perrella, da sempre studioso della generazione di coloro che egli definisce “i nostri antenati”, dei quali fa parte Bartolucci. Carlo Infante, già critico teatrale militante, testimone attivo dei primi atti della postavanguardia e ora tra i più autorevoli esperti italiani di culture digitali, rilancerà il pensiero-azione di Bartolucci in rapporto alle nuove tecnologie e ai nuovi linguaggi con la definizione di performing media e con le progettualità d’innovazione territoriale di Urban Experience. E infine, la figlia Gaia Bartolucci introdurrà il progetto di un archivio - non solo documentale, ma punto di riferimento per studiosi e ricercatori sui temi dell’avanguardia e dell’innovazione culturale - che sta promuovendo nel nome del padre e che troverà sede nel suo paese natale, Fratte Rosa, nelle Marche pesaresi.

 

CAFFè DELLARTISTA   

Confermandosi Geppino Lauriello, Primario Emerito di Bronco pneumologia, scrittore e studioso del mondo antico e non solo, un affabulatore di gran classe, per i temi, che di volta in volta affronta al Caffè dell’Artista, l’associazione culturale che ogni lunedì tiene i suoi incontri, nella bellissima Sala Moka, al centro della città, lunedì 17 ottobre, ha trattato il tema “Non è da tutti andare a Corinto”. Proviamo a seguire quanto è stato descritto nella dotta conversazione, pur mantenendo leggerezza e soavità.

Prendendo spunto da una frase citata da Orazio nell’epistola 17 del I libro: …non è da tutti andare a Corinto (non omnibus licet adire Corynthum), Geppino Lauriello ha svolto un dettagliato excursus sulla ierogamia, ovvero sulla prostituzione sacra esercitata nel mondo antico ed in particolar modo a Corinto, un tempo notoria città di piacere e di fanciulle disponibili. La ierogamia, il cui apogeo può essere collocato tra V-IV secolo a. C. era un culto nato per iniziazioni rituali prematrimoniali di donne libere spontaneamente offertesi alla dea della fecondità e dell’amore nel tempio di Afrodite sull’Acro Corinto, di cui oggi non restano che scarse rovine. Una ritualità successivamente decaduta in seguito all’affidamento del compito a semplici ierodule, ovvero ad addette al tempio di modesta estrazione sociale, e ad etere, cortigiane provviste di una certa cultura, eleganti e raffinate, che partecipavano alle cerimonie religiose con musiche e canti.

In definitiva la procedura aveva perduto l’aureola di sacralità ed era diventata una prostituzione vera e propria, anche se svolta seguendo una certa liturgia.

Il culto ierogamico era nato a Babilonia in Mesopotamia e ce lo descrive Erodoto, lo storico greco fiorito nel V secolo, probabile testimone oculare. Le donne si raccoglievano nel recinto del tempio dedicato alla dea in attesa di essere prescelte dal forestiero in visita. Questi poteva giacere con loro solo dietro il versamento di un’offerta obbligatoria particolarmente salata e dopo aver pronunziato una frase rituale. Da quel momento però, precisa lo storico, non ci sarebbe stata più somma bastevole per poter avere quella donna una seconda volta.

La ierogamia fu fenomeno abbastanza esteso nel mondo arcaico. Da Babilonia e i paesi della Mesopotamia s’era diffuso in Asia Minore nella Lidia, poi in Fenicia, quindi a Cipro, ad Erice in Sicilia, a Sicca in Numidia, a Corinto, diventato l’emblema, la rappresentazione simbolica del libertinaggio e delle follie erotiche, tanto da avere una serie impressionante di citazioni storiche e letterarie, riportate in gran parte dal relatore, anche a dimostrazione di una ricerca condotta con certosino impegno: Oltre Orazio, a parlarne sono Erodoto, Strabone, Eliano, Valerio Massimo, Diodoro Siculo, Pindaro, Ateneo, Diogene Laerzio, Ovidio, Pausania, Aristofane, Platone e perfino San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi.

Con l’avvento dei romani e la riduzione di Corinto a semplice capoluogo di provincia dell’impero, non si sentirà più parlare di ierogamia, anche se la città continuerà ad essere luogo di piacere e di sfrenatezze. Ma con il sopraggiungere delle prime ombre del medioevo, anche il ricordo della Corinto di un tempo scomparirà del tutto, impietosamente soffocato dalle ceneri dell’oblio

Maria Serritiello.    

la ruota

Continua incessante, in tutta la città, il montaggio delle istallazioni delle luci d’artista di Salerno, giunte all’undicesima edizione. Il 5 novembre è prevista l’accensione e la città, per svariati mesi, sarà la più illuminata d’Italia con i suoi 27 km a cingerla, in pratica nessuna zona è esclusa dalla luminosità e dalla bellezza. Le strade, i vicoli, le piazze si riempiranno di luce, proprio quando l’inverno accorcia e rende buie le giornate. Sono trascorsi 11 anni dalle prime timide istallazioni, che riprendevano i mosaici del duomo, poste in Via dei Mercanti, tanto criticate per via della poca luminosità. Ma si era all’inizio e nessuno avrebbe previsto il successo degli anni a venire, due milioni di visitatori, per fare di Salerno, il centro del turismo invernale di tutto il meridione. E così nuove istallazioni, in Piazza Flavio Gioia, al Corso Vittorio Emanuele, lungo la spiaggia di Santa Teresa, in Via dei Mercanti, e nella Villa Comunale si vanno ad aggiungere a quelle bellissime e d’autore degli anni precedenti. Le luminarie, che di giorno in giorno prendono corpo, pur non essendo accese, rendono la città festosa ed in attesa, gru, scale, operai, corpi luminosi, un fermento che fa bene alla vitalità e al dinamismo della città. Ad arricchire l’offerta turistica di coloro che verranno per la prima volta o per quelli che torneranno, quest’anno una novità assoluta, spuntata splendida nel sotto piazza della Concordia, l’istallazione di una ruota panoramica alta 55 metri, dalla quale ammirare il panorama mozzafiato della città e delle due costiere. La ruota è sbarcata a Salerno, dopo essere stata istallata per tutta l’estate a Rimini e ancor prima nella varie capitali internazionali come Londra, Lione, Bonn, Hong Kong, per citarne alcune. La ruota pesa 360 tonnellate, è composta da 28 cabine semichiuse, che è capace di far salire a bordo 168 persone a pieno carico. La ruota è stata realizzata nell’anno 2009 nelle città olandese di Amsterdam, la proprietà e la gestione sono dalla società Thewhell srl di Riccione. A bordo di essa, oltre che godere il più bel panorama, è possibile anche cenare, ogni giro costa 9 euro per gli adulti e 6 per i bambini. Ma non è tutto, giacché si aggiungono alla visioni delle luci anche altre offerte, per coloro che vogliono trascorrere in città giorni in serenità e di divertimento. Claudio Tortora, infatti, direttore artistico del Teatro del Delle Arti ha approntato una serie di spettacoli di tutto rispetto, che possono agganciarsi ai tours dei turisti. Altra novità dell’edizione di quest’anno sono le casette natalizie che si allungheranno fino alla zona orientale per non lasciare Pastena e Mercatello prive dell’atmosfera calda ed accogliente del Natale, ma tutto ciò sarà possibile goderne, nel mese di dicembre, quando le istallazioni prenderanno la caratteristica veste natalizia. Per intanto godiamoci il fermento laborioso degli operai, in attesa dello spettacolo che da 11 anni ci fa tornare ad essere bambini

Maria Serritiello

 

Scoperta archeologica suggerisce legami con architettura templare

 

Lastra copertura Tomba del tuffatore 300Il Parco Archeologico di Paestum in Italia (circa 100 km a Sud di Napoli) annuncia un’importante novità sulla celeberrima Tomba del Tuffatore, trovata nei pressi della colonia greca di Poseidonia-Paestum e datata agli anni intorno al 480/70 a.C. La tomba, unica nel suo genere e fonte di ispirazione per artisti e scrittori come Eugenio Montale e Claude Lanzmann, finora era considerata come un reperto isolato. Mentre alcuni studiosi ne vedevano un singolare esempio della (perduta) pittura greca di grandi dimensioni, altri sostenevano che si trattava di una tomba ispirata dalla pittura etrusca o persino di un sepoltura di un etrusco a Paestum.

Secondo i dati acquisiti di recente, la Tomba del Tuffatore si inserisce invece in una tradizione locale, ricostruibile grazie ad altre tombe custodite nel deposito del Museo di Paestum. Tra esse, è soprattutto la “Tomba delle Palmette” a gettare nuova luce sulla Tomba del Tuffatore, dal momento che presenta sul coperchio la stessa cornice con quattro palmette negli angoli come la Tomba del Tuffatore – manca solo il Tuffatore.

“Possiamo a questo punto scartare l’ipotesi secondo la quale la Tomba del Tuffatore sarebbe il risultato di un intervento di artigiani etruschi. La Tomba delle Palmette ci fa capire che a Paestum esisteva una produzione locale di cui la Tomba del Tuffatore rappresenta l’ultima, la più audace e splendida, innovazione” spiega il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel.

Gli archeologi adesso eseguiranno ulteriori analisi per comprendere meglio le tecniche e le tradizioni artistiche e soprattutto il legame tra pitture tombali e architettura templare. “Abbiamo il sospetto che gli autori delle decorazioni di queste tombe e dei templi siano gli stessi”, dice Zuchtriegel, “ma aspettiamo i risultati degli esami archeometrici  per averne la certezza.”

Nel frattempo riprendono anche gli scavi nell’abitato antico, intorno ai templi dorici di VI-V sec. a.C. .

Il Parco Archeologico di Paestum è tra i venti musei autonomi, creati l’anno scorso dal Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, per dare una spinta ai musei italiani, fortemente in ritardo rispetto ad altri paesi. Nel primo anno di autonomia, il sito di Paestum è riuscito a incrementare i visitatori del 27% e gli incassi del 50%.

La Tomba del Tuffatore e quella delle Palmette sono visibili in un nuovo allestimento recentemente inaugurato. Il Museo è aperto tutti i giorni della settimana: dalle 8:30 alle 19:30; 1° e 3° lunedì del mese dalle 8:30 alle 13:40.

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