Salerno

Doppia vita deinumeriFino al 17 gennaio prossimo, al Piccolo Teatro del Giullare, è di scena “La doppia vita dei numeri” per la regia di Brunella Caputo. La pièce teatrale, scritta da Erri De Luca, è la situazione la più desiderata da chi ha perso tutti gli affetti più cari e si trova a dover festeggiare, da solo, l’ultima notte dell’anno. Non è che sia, una situazione tanto peregrina, succede più di quanto si possa immaginare, accade dietro ai vetri di una finestra chiusa o alle tante pareti che nascondono, oppure dinanzi ai nostri occhi, che non vogliono vedere, sì perché la solitudine, nella festa più chiassosa dell’anno, non piace a nessuno. Si dà il caso, allora, come Nella doppia vita dei numeri, che un fratello ed una sorella, senza un nome, di età imprecisa, in una casa surreale e buia, con mobili essenziali, un tavolo e due sedie ed una finestra ben disegnata, stagliarsi al centro della stanza, trovarsi nella condizione di totale d’isolamento e passare da soli la notte di San Silvestro. Ogni tanto lo squillo del telefono, precisamente tre volte, risuona sinistro ed amplifica il vuoto intorno ai due. E’ sempre lei a rispondere, ad imbastire una breve conversazione di circostanza, lui non ha voglia di salutare ed augurare la buona fine ed il buon principio a nessuno. L’abbandono si fa sempre più pesante e le parole, se dette, sono scarne, rievocative di fatti e di una realtà dolente: Sarajevo, Monstar…Eppure lui è uno scrittore di parole ne ha tante a disposizione, saprebbe comporle e scomporle a piacimento, ma resta in silenzio, urtato dall’attesa di questo count-down, il rituale inutile di ogni anno

Mi urta i nervi la mezzanotte. Per convenzione è diventata più desiderata, che so, delle undici. E poi non mi piace aspettare l’arrivo di un’ora. Non è un treno e non ho nessuno da aspettare, tanto meno i minuti di un orario. Mezzanotte non è cima di niente, non è una vetta da dove si vedono le stelle più vicine. Io poi la salto tutti i giorni a occhi chiusi

Dai vetri della finestra chiusa, l’unica a far da tramite con il mondo esterno, si ravvisano i lampi dei fuochi d’artificio, esplosi ad intermittenza e si odono i botti che la gente in compagnia spara. L’uomo guarda fuori, non parla e lascia cadere ogni tentativo di conversazione che la sorella vorrebbe intrecciare, ma lui è rinunciatario, passivo, giunto a malavoglia dalla donna a passare il Capodanno, cosicché già pensa, trascorsa la mezzanotte, di andare via. E’ lei la più propositiva:

Senti, siamo rimasti noi due, i nostri non ci stanno più. Noi dobbiamo rispettare questo poco di vita che ci avanza. Tu sei solo e pure io. In certi giorni mi serve sapere che ci sei”.

Maldestramente si muove tra le pentole, invocando con urla isteriche, Italia, la domestica morta, colpevole di non farle trovare gli oggetti che cerca. La situazione è paradossale e lo diventa ancor più quando la donna apparecchia la tavola per una giocata a tombola, ma loro sono solo due ed il gioco, perché diverta, ha bisogno di tante persone. Lei non s’arrende e mentre l’uomo è sempre più infastidito, mette in tavola quattro cartelle anziché due, quelle in più, dice, sono per i loro genitori defunti. L’assenza diventa presenza e gli anziani cari, convocati, appaiono per tenere compagnia ai solitari figlioli, sessantenni e senza uno straccio di affettività. Giacché i morti possono scegliere quale sembianza assumere per apparire, essi si presentano giovani, lui un tantino gagà, lei solida e corposa come lo era stata da giovane. Il gioco ha inizio e con esso il richiamo alla memoria di brandelli di vita vissuta insieme, in aggiunta, il figlio, scrittore, sollecitato dalla sorella, inventa nuove storie, metaforiche, suggerite dall’uscita dei numeri. Il caso dirige la fantasia e la nuova narrazione, cosicché dalla sorte, i numeri hanno una doppia possibilità di vita. Il dialogo che ne consegue tra loro è divertente, quasi che la tombola, giocata con i morti, abbia dato quella spinta di vitalità che mancava ai vivi.

Molto bravi gli interpreti: Mimma Virtuoso e Augusto Landi a caratterizzare i personaggi dei due solitari fratelli e le patologie sofferte. Dosate le pause, i silenzi e ricordevole il richiamo di Mimma Virtuoso alla domestica defunta. Buono l’inserimento di Teresa Di Florio, duttile in ogni ruolo, e di Alfio Battaglia ed anche la muta Italia fa la sua figura.

Erri De Luca ha confezionato un testo perfetto, in considerazione che l’animo napoletano non si stacca mai veramente dai propri morti, anzi essi restano per sempre dove sono vissuti, diventando numi tutelari, accanto alla devozione dei santi prescelti a protezione. Le battute sono essenziali, scheletriche, con un retrogusto in lingua napoletana, nelle quali si ravvisa il “sé” dello scrittore. La regia di Brunella Caputo, così intimista nello scavare l’animo, è in piena sintonia con il testo di De Luca, nulla è in eccedenza e tutto è stato sapientemente assemblato, tenuto conto di Virna Prescenzo (Selezione musicale e disegno luci), di Concita De Luca (assistente alla regia) e della grafica di Andrea Bloise.

Per la realizzazione di un elemento scenografico: Scuola di Falegnameria Mario Caputo 

Maria Serritiello

LAPILLI avalon arteIl 9 gennaio scorso, a Salerno, presso il Tempio di Pomona, l’antico edificio di epoca romana, dedicato alla dea dei frutti “Patrona pomorum”, che Ovidio descrive con una falce in mano, si è inaugurata la terza edizione dell’Expo d’Arte Contemporanea “Luci in Avalon”. A curare l’evento, all’interno della luci d’Artista, di cui si accende Salerno, è stata l’associazione culturale “Avalon Arte”, presidente Dina Scalera, la cui organizzazione si perfeziona ogni volta di più.  Avalon Arte è una associazione senza scopo di lucro, che s’interessa di Arte in tutte le sue espressioni ed il cui nome la dice lunga, infatti Avalon … è un'isola britannica fantastica dove regnano bellezza, pace ed armonia, le sacerdotesse l'hanno circondata con dense nebbie e solo chi sa credere in lei può vederla. Un mondo fantastico dove regnano bellezza, sentimenti e fantasia, colmo di forme, colori, musica e parole.

33 artisti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero, sono in esposizione, fino al 16 gennaio, dalle 10,00 alle 12,30 e dalle 17,00 alle 21,00, ingresso libero.

Anna Avossa, Francesco Bartolini, Cinzia Bisogno, Melinda Borysevicz, Calogero Buttà, Tommaso Campagnuolo, Daniela Capuano, Raffaele Concilio, Antonio Cosimato, Gisèle Dalla Longa, Antonietta D’Amico, Mena D’Antonio, Ugo de Cesare, Milena Gallo, Raffaele La Cava, Biagio Landi, Ida Mainenti, Gennaro Pascale, Marco Petillo, Giuseppe Quagliata, Rita Rotunno, Carmela Santi, Elena Savokhina, Arcangela Scalella, Antonio Scaramella, Pietro Sellitti, Paola Siano, Maria Sibilio, Marcello Silvestre, Francesco Tortora, Giuseppe Varuzza, Oriana Vertucci, Rosario Viano.

Clou della serata d’apertura è stato l’assegnazione del Premio Nolava 2015 al maestro salernitano Virginio Quarta, per la lunga e brillante carriera di oltre mezzo secolo. Il maestro, nativo di Taranto ma operante a Salerno dagli anni ’50, è considerato uno degli artisti più rappresentativi dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Di lui hanno scritto  personalità del calibro di Vasco Pratolini e Filiberto Menna, Ferdinando Bologna e Raffaele De Grada, Luigi Compagnone e Domenico Rea, solo per citarne alcuni.

Virginio Quarta, classe 1938, si stabilisce a Salerno con la famiglia all’inizio degli anni cinquanta: dal 1954 al 1958 frequenta il liceo artistico di Napoli, dove studia, tra gli altri, con Eugenio Scorzelli, Guido Tatafiore e Renato Barisani. La sua attività espositiva ha inizio con la partecipazione ad alcune mostre e rassegne nazionali: Giovani pittori salernitani, (1953); Prima Mostra Provinciale d’Arte Giovanile, tenutasi al Centro di Cultura di Salerno (1958); VII Premio Nazionale Biennale di Pittura di Gallarate (1959). Nel 1974 riceve da Carlo Levi il primo Premio Marino Mazzacurati di Teramo, dedicato al disegno; dello steso anno è l’invito alla rassegna Arte Contemporanea ’73, tenutasi al Museo Civico di Bologna. Negli anni ottanta si segnalano numerose mostre personali; alla Galleria Il Catalogo di Salerno (1984, 1988), alla Galleria Il Babuino di Roma (1987, 1988), e le altre tenutesi alla Galleria Il Punto di Ravello (1988). Dagli anni novanta s’interessa alla ceramica, presentando i suoi lavori in alcune personali e nelle edizioni del Premio Nazionale Viaggio attraverso la Ceramica di Vietri sul Mare (2001 e 2003, 2012). Dal 2005 una sua opera è nella Collezione Permanente del Fondo Regionale d’Arte Contemporanea di Baronissi che, 2007, ospita una mostra antologica con opere dal 1960 al 2005. Nel 2011 è presente alla LIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.“

All’Expo il Maestro è presente con una tela di grandi dimensioni (cm 100x100) dal titolo “Le carezze della sera”

Il premio “Nolava 2015” che consiste in una scultura originale in terracotta, rappresentante l’antica dea Nolava, simbolo dell’associazione culturale è stata realizzata dall’artista Biagio Landi, socio di Avalon Arte.

Maria Serritiello

LAPILLI eco bistrotPrima che l’anno finisse all’Eco Bistrot di Salerno, il particolare locale di Gianluca De Martino, aperto ai giovani di tutte le età, sito in via Lungomare Colombo, si è esibita la formazione folk “A Voce d’o Popolo”. 5 gli artisti: Iole Citro, Angela Genovese, Rosapia Genovese, Gaetano Genovese, Gerardo Genovese, rispetto ai 10 di quando sono al completo, hanno deliziato i presenti, che numerosi sono accorsi per ascoltarli, stando comodamente seduti e gustando le prelibatezze dell’accogliente locale.

La formazione al completo, con anche gli strumenti, è così composta: Gaetano Genovese (voce e tamburo), Guerino Citro (voce e tamburo), Donato Aliberti (voce e chitarra), Rosapia Genovese (sax e grafica), Iole Citro (voce), Angela Genovese (voce), Francesca Aliberti, Eeleonora Citro, Giandomenico Sessa, Bernardina Citro (ballerini).

Il gruppo è nato nell’agosto 2012 ed è formato da giovani, che gravitano nell’area del Comune di Fisciano e Calvanico (Sa), innamorati del canto e della musica popolare. La loro passione li ha condotti a fare ricerca, a migliorare le conoscenze musicali e a far rivivere canti, quelli più precisamente contadini, dimenticati o addirittura sconosciuti. Procedendo alla scoperta di canti “villici” si sono inoltrati in un percorso musicale di pregevole interesse. Le voci sono spontanee e piene di vigore e le versioni arrangiate sono di tutto rispetto e di una peculiarità propria. Dalla sua “A Voce d’o Popolo” ha bravi strumentisti, come Rosapia Genovese, la quale è in perfetta sintonia con lo strumenta e dialoga con il sax come una parte integrante del suo corpo, fiatandogli dentro senza il minimo sforzo. Tutto ciò che il gruppo esegue è godibile, estesa è la voce di Gaetano Genovese che sovrasta la tammorra, dal suono incassato e forte, popolari, senza essere sgraziate, le voci femminili di Iole Citro e Angela Genovese   a fare da controcanto e brave le ballerine, le stesse delle voci, a muovere volute aggraziate nel poco spazio a disposizione. Gerardo Genovese, padre di Rosapia e Gaetano, per la sera dell’Eco Bistrot, ha suonato, di rincalzo, la chitarra e si capisce, attraverso la sua esibizione, la passione musicale dei suoi due figli. I canti attraenti per il loro impianto popolare, vigorosi e addolciti ogni volta che l’esecuzione lo richiede, hanno trasportato, in pieno centro cittadino, della Salerno orientale, il mondo elegiaco della madre terra, unita indissolubilmente alla religiosità che regolava tutta la vita del popolo contadino. Pregevole, quindi, è il lavoro di ricerca a monte dei canti, prodotto dal gruppo e lodevole lo sforzo per la conservazione del patrimonio delle nostre radici, altrimenti perso.

Un’altra serata di successo all’Eco Bistrot di Gianluca De Martino, quella che ha ospitato “A Voce d’o Popolo”. La formula del locale è sapiente, ogni sera, per tutta la settimana, si propongono eventi culturali, tutti di grande rilievo e varietà, acciocché ognuno trovi il proprio interesse. L’entrata è libera, con la possibilità di consumare prelibatezze della casa, cucinate in maniera genuina o di bere solamente.

Il Bistrot è l’evoluzione dell’osteria, in seguito anche piccolo caffè e prende il nome dalla lingua francese.La leggenda metropolitana farebbe derivare il nome dei piccoli locali parigini, dal russo bystro, che significa "rapidamente". Al tempo dell'occupazione russa di Parigi (1814 - 1818) i soldati che non avevano il diritto di bere alcolici e temevano di essere sorpresi dagli ufficiali, dicevano spesso bouistro, bouistro, "rapidamente, rapidamente!" Un'altra interpretazione sull’origine del nome si basa sul fatto che, essendo i soldati russi, occupanti malvisti di Parigi, i camerieri servivano loro da bere molto lentamente e questi irritati gridavano loro “bistro bistro” Il bistrot si afferma in pieno illuminismo e si caratterizza per le frequentazioni di artisti e pensatori.

L’Eco Bistrot di Gianluca De Martino ha qualcosa in più rispetto ai locali del passato o quelli correnti e cioè l’obiettivo di far pensare ad un modo di vivere più sostenibile ed ecologico, nell’interesse del nostro territorio. Lodevole è l’impegno di Gianluca che, dall’aprile 2013, porta avanti non senza sforzi e fatica, il locale così particolare, finanche nella struttura e che se solo si frequenta si comprende quanto sia possibile un discorso eco-culturale, senza essere solamente commerciale.

Maria Serritiello

LAPILLI o di unoLa musica che introduce lo spettacolo di Luigi Pirandello “O di uno o di nessuno”, al teatro Genovesi di Salerno, è di Mendelssohn, "Lied ohne Worte" (Canto senza parole). Le note aleggiano dolcissime, prima tra gli spettatori, poi si posizionano, ad apertura di sipario, tra Tito e Carlino, i giovani protagonisti, tentando di addolcire la disputa che di lì a poco prenderà consistenza. Ed eccoli l’uno di fronte all’altro, separati da un tavolo tondo, a consumarsi in una simbolica partita a dama, nel tentativo di stabilire un unico vincitore, che si scoprirà non essere possibile.

Tito e Carlino, la cui amicizia affonda ai tempi dell’Università, decidono, una volta sistemata la vita lavorativa, di chiamare a sé, per dividere le spese ed il divertimento, Melina, la giovane che, ai tempi dell’Università, aveva scaldato i loro corpi. Tutto sarebbe stato perfetto, se la donna, che aveva accettato la conveniente proposta, casa e mantenimento, non scoprisse di essere incinta e senza sapere chi dei due possa essere il padre.  La notizia, caduta come scure su di loro, incapaci come sono, per insano egoismo, di assumersi in alcun modo responsabilità, accende rozze discussioni, in tono aggressivo e bieca gelosia che non tengono in nessun conto delle nuove esigenze della povera Melina. Di contro la giovane, nello stato di grazia e che solo la maternità consegna alle donne, si contrappone per dignità e nobiltà di sentimenti, il figlio è suo e l’unico desiderio è di tenerselo senza pretendere niente dai due. Nulla si svolgerà come avrebbe desiderato Melina, il figlio sarà dato in adozione, perché lei, minata da salute malferma, morrà. Tito e Carlino sgravati da ogni responsabilità riprenderanno la loro vecchia vita da amiconi e la partita a dama dove l’avevano interrotta.

Il testo teatrale ricavato dalle “Novelle per un anno” dallo stesso Pirandello nel 1925, fu portato in scena nella primavera del 1929, dalla compagnia Almirante –Tofano e nei panni dell’avvocato Merletti, un giovane Vittorio De Sica.

In “O di uno o di nessuno”, ancora una volta Luigi Pirandello porta fino all’esasperazione il rapporto d’amore, costruendo un ménage a trois che va contro ogni regola sociale, in considerazione dell’epoca in cui fu scritta, tant’è che Melina vive ai margini, isolata, in una casa lontana dai due e senza mai apparire, per salvaguardare la convenienza sociale.  La prevaricazione dell’uomo sulla donna, in questo scritto come in altri, è così palese da costringere a pensare ad una rivalsa dell’autore, su ciò che doveva subire dalla sua stessa insana moglie. Infatti Luigi Pirandello ci consegna, ogni volta, la figura femminile come donna dimessa, tenera, docile, modesta, i cui diritti sono facilmente calpestabili. Melina è sì una prostituta e già il mestiere la condanna a “cosa” nelle mani dei due miserevoli, ma tende a riscattare la sua rassegnata condizione, con grande dignità, quando ha per sé il dono della maternità. L’insensibilità maschile, tesa solo a cancellare il problema della paternità di uno dei due, nascondendosi dietro al fatto che non si potesse stabilire effettivamente la responsabilità di uno e l’esasperato egoismo, scompaginano il solo legittimo desiderio di Melina di tenersi il figlio che, malgrado di chi fosse, è suo per un diritto naturale. Tito e Carlino non sono un modello risoluto e considerevole di uomini, anzi sono tanto più puerili ed infantili quando più la vita reale gli presenta il conto. A pensarci bene, se Pirandello tratteggia la donna vittima ed ineluttabilmente sacrificale, non tratta meglio gli uomini che, ogni volta, per sistemare la loro vita, non esitano ad andare contro l’etica e la morale. Melina pur nella disfatta è una figura di donna che trattiene per sé dignità e rispettabilità e le irraggia intorno, una docile “Filumena Marturano” ante litteram, a cui Eduardo darà forza e vigore.

Una piacevole scoperta sono stati i giovani attori impiegati nel testo minore di Pirandello, per cui hanno tenuto alto le buone interpretazioni che la Compagnia dell’Eclissi, di questo autore, mette in campo. Una recitazione quella di Mario De Caro e Marco De Simone (Tito, e Carlino), soddisfacente, non di maniera, con un buona dose di sicurezza, energia vitale e giusta aggressività verbale. Buona la presenza scenica di Monica De Vita, (l’affittacamere) nel rendere il personaggio di infingarda e moralista, il più reale possibile. Ottima la prova di Gerarda Mariconda, una Melina delusa, rassegnata, nobile, elegante, dignitosa e volitiva, aggettivi passati sul suo volto e nella sua voce. Che dire di Enzo Tota (l’avvocato Merletti), il valore aggiunto tra questi giovani, bravo come sempre, dosato, ironico, commosso, la triplice faccia di un consumato attore che ha trascinato tutto lo spettacolo, un mentore per consigli scenici e di copione. A corollario Andrea Iannone (il dottore), che con poche battute reso giustamente il personaggio. A tutto il team e cioè: Angela Guerra (costumi e direzione scenica), Felice Avella (direzione artistica), Luca Capogrosso (allestimento scenico) e Marcello Andria (adattamento e regia) va il plauso caloroso, per aver confezionato, di concerto, ancora una volta, uno spettacolo gradevolissimo, bilanciando alla perfezione tutte le sue parti.

Maria Serritiello

Decide Ganz all'ultimo secondo. Granata sempre più giù

LOGO U.S. SalernitanaUn rigore, neanche troppo netto, a tempo ormai scaduto e terzultimo posto in classifica, a soli 4 punti dall'ultimo posto. Non sono state belle festività per la Salernitana, uscita con le ossa anche dalla trasferta a Como, dopo la brutta sconfitta incassata alla vigilia di Natale tra le mura amiche contro il Cagliari. Coda illude al 29esimo, poi Ebagua al 38esimo e Ganz su rigore al 49esimo spediscono i Granata nella zona più brutta della classifica. Quella che se non cambia nulla ti riporta indietro di un anno, quando la formazione campana lottava in una Lega Pro che sembrava troppo stretta e che invece adesso, a meno di un importante cambio di rotta, potrebbe sembrare l'habitat più idoneo alle qualità espresse finora dalla squadra. Il Tempo ormai stringe e il presidente Lotito deve mettere mano al portafogli per rinvigorire una squadra ormai fiacca e ridare fiducia ad una tifoseria tanto calorosa quanto esigente. La prossima gara vede la squadra di mister Torrente sfidare di nuovo l'Avellino, in un derby mai stato così cruciale. 

Como – Salernitana 2 – 1

Reti: 29’ pt Coda (S), 38’ pt Ebagua, 49’ st rig. Ganz (C).

Como: Scuffet, Bessa, Ganz, Ghezzal (40’ st Gerardi), Fietta, Madonna, Brillante (15’ st Casoli), Ebagua, Marconi, Cassetti, Casasola. All.: G. Festa.

A disposizione: Crispino, Giosa, Ambrosini, Scapuzzi, Benedicic, Bentivegna, Jakimovski.

Salernitana: Terracciano, Franco, Pestrin, Lanzaro, Trevisan, Colombo, Moro, Coda (42’ st Eusepi), Gabionetta, Troianiello (15’ st Donnarumma), Odjer. All.: V. Torrente.

A disposizione: Strakosha, Pollace, Perrulli, Ronchi, Nappo, Milinkovic, Cuomo.

Arbitro: Fabrizio Pasqua di Tivoli.
Assistenti: Emanuele Prenna (sez. Molfetta) – Domenico Rocca (sez. Vibo Valentia).
IV Uomo: Davide Ghersini (sez. Genova).

Ammoniti: Ebagua, Marconi, Fietta (C), Franco, Lanzaro, Pestrin (S).

Espulso: 48’ st Pestrin (S).

Angoli: 8 – 4

Recupero: 1’ pt, 4’ st.

Arnaldo Iodice

Salernitana - Cagliari finisce 0 a 2

LOGO U.S. SalernitanaNon bastasse la sconfitta contro la capolista, i Granata perdono le staffe per un'esultanza di Tello, autore del secondo gol avversario, finiscono la partita in 9 e regalano agli spettatori uno spettacolo decisamente poco decoroso. Il tutto, alla vigilia di Natale. Sulla gara c'è poco da dire: domina una squadra che meritatamente si prende il primo posto. Da parte della Salernitana, invece, pochi spunti e poche idee. Gli ospiti passano alla mezzora e raddoppiano al 39esimo del secondo tempo, quando Tello si cimenta in un balletto sotto gli ultras campani, provocando le ire degli avversari. Espulsi Rossi e Sciaudone per i padroni di casa, mentre l'arbitro Abbattista di Molfetta sventola il rosso agli ospiti Tello e, dalla panchina, Melchiorri. Si torna in campo domenica 27 alle 15. I Granata, quartultimi a 20 punti, giocheranno contro il Como. 

Salernitana – Cagliari 0 – 2

Reti: 29′ pt Giannetti, 39′ st Tello.

Salernitana: Terracciano, Pestrin, Lanzaro, Trevisan (6′ st Donnarumma), Colombo, Moro (18′ st Sciaudone), Coda, Gabionetta (28′ st Eusepi), Empereur, Odjer, Rossi. All.: V. Torrente.

A disposizione: Strakosha, Pollace, Franco, Perrulli, Troianiello, Milinkovic.

Cagliari: Storari, Barreca, Di Gennaro, Barella (31′ st Krajnc), Balzano, Ceppitelli, Sau (27′ st Cerri), Munari, Giannetti, Fossati (21′ st Tello), Salamon. All.: M. Rastelli.

A disposizione: Cragno, Melchiorri, Pisacane, Deiola, Murru, Colombatto.

Arbitro: Luca Pairetto di Nichelino.
Assistenti: Stefano Del Giovane (sez. Albano Laziale) – Marco Chiocchi (sez. Foligno).
IV Uomo: Eugenio Abbattista (sez. Molfetta).

Ammoniti: Odjer, Trevisan, Empereur, Sciaudone, Lanzaro, Eusepi (S), Ceppitelli, Giannetti (C).

Espulsi: 40′ st Rossi, 44′ st Sciaudone (S), 40′ st Tello, 43′ st Melchiorri dalla panchina (C).

Angoli: 4 – 6

Recupero: 1′ pt, 6′ st.

Spettatori: 11855

Arnaldo Iodice

11173409 10153263390990070 3917786930185815648 nÈ stato un bel modo di trascorrere la mattinata del 25 Dicembre, ascoltando il coro delle voci bianche del Teatro Verdi, accompagnato dall’orchestra filarmonica del Liceo “Alfano I” di Salerno, composta dagli allievi e dai professori. Da anni la mattina del Santo Natale, in calendario si annota un appuntamento fisso, il Concerto di Natale, nel Massimo cittadino, con la direzione del Maestro Silvana Noschese. A fare da sfondo ai coristi, infiocchettati di rosso, l’assoluta scenografia in bianco, dagli obelischi appuntiti e le sfingi leonine, allestimento scenico dell’Aida, l’opera di Verdi che debutta la sera di Santo Stefano e che concluderà la stagione lirica del 2015, direttore d’orchestra, il Maestro Daniel Oren. Nel Teatro, affollato di appassionati, malgrado il giorno particolare, appena si è fatto buio, si sono accese tantissime lucine in scena e nei palchi di prima fila, tenute nel palmo della mano dai cantori, creando così la magica e significativa atmosfera del buio sconfitto dalla luce. Ed ecco i canti, della tradizione ed altri, tutti arrangiati mirabilmente dal Maestro Roberto Marino ed eseguiti alla perfezione dal coro che fa parte stabilmente degli allestimenti lirici delle stagioni teatrali. Di grande dolcezza il brano di Pino Daniele “Ninnanàninnanoè”, una barcarola moderna, dal sound mediterraneo tipico dell’autore, alla quale le giovani coriste, di secondo livello, in attesa di scegliere, se il loro futuro ruoterà intorno alla lirica, hanno reso un’interpretazione particolarmente suggestiva. Il concerto, inoltre, si è avvalso anche della partecipazione di alcune scuole salernitane che durante l’anno partecipano a progetti musicali. Non poteva mancare e non è mancato il ricordo del compianto Peppe Natella, per tutti il “Professore”, patron del Teatro dei Barbuti, scomparso la Vigilia di Natale, a cui si è unito il fragoroso applauso di tutto il Teatro Verdi. “…E’ Natale non soffrire più…” recita il famoso canto di Bianco Natale versione suggestiva interpretata dalle tante voci, per poi proseguire con Jingle bel, il famoso pezzo natalizio dai campanellini suonanti arrangiato in modo eccezionale, ritmico e moderno. Bravo il coro delle voci bianche del Teatro Verdi di Salerno, per l’interpretazione perfetta e bravissimo il Maestro Silvana Noschese per la precisa direzione e per la passione che mette in ogni sua performance.

Il Coro delle voci bianche del Teatro Verdi di Salerno è nato nel 2000 ed è costituito da circa 60 bambini di Salerno e della Provincia che s’ incontrano settimanalmente per dedicarsi allo studio della musica, della vocalità e del repertorio usufruendo di una   preziosa opportunità formativa, educativa culturale e musicale.

Maria Serritiello

LAPILLI salvatore gisonnaSalvatore Gisonna, il cabarettista napoletano, l'unico ad aver vinto per ben due volte, l'ambito Premio Charlot, una volta da solo e l'altra con "I Cuginetti a sfera" è tornato al Delle Arti di Salerno con il suo spettacolo “Ci può stare”. Un prodotto ben confezionato con musica, ballerini, presentatore e lui che per ben due ore monologa con il pubblico prendendo spunto da episodi legati al quotidiano e ce ne sono sempre di paradossali per essere utilizzati, dal pettegolezzo spicciolo, al gossip, dalla politica, alla notizia fresca di giornata. Un susseguirsi di risate, sì perché Gisonna il cabarettista lo sa fare.

Esordisce come imitatore, nel 1990 partecipando al programma su Rai Due "Stasera mi butto". Dal 1997 al 2004 forma il duo di cabaret con Fabio Isaia, "I cuginetti a sfera" riscuotendo consensi e successo. Partecipa a Zelig, a Made in Sud ed il personaggio che gli dà più di tutti, visibilità  e simpatia è il "Dj Galeazzo", con la sua hit parade irriverente, l'unica dove  " 'a canzona è originale ma o cantante è personale", slogan che ripete ad ogni sua performance.

Di giorno Salvatore Gisonna è un serio impiegato di banca, con tanto di giacca e cravatta, ma la sera si trasforma nel frizzante cabarettista che si conosce. Molte delle spiritose battute, lanciate a raffica sul pubblico e che fanno parte dei suoi monologhi, sono state raccolte nelle ore lavorative, quando è a stretto contatto con il pubblico, divertenti certamente, ma bravo lui a saper cogliere la comicità insita nell'animo del napoletano. Un gradito ritorno a Salerno e soprattutto un giusto farsi valere con il suo pubblico, sacrificato come lo è stato nello spettacolo di successo “Made in Sud” ma tant’è il gioco di squadra per il successo dell’insieme. Il pubblico salernitano gli ha tributato un lungo e meritato applauso

Maria Serritiello

LAPILLI mostra flautoInteressante l'iniziativa “Storia di un cambiamento, la lungo Irno” intrapresa dal Laboratorio dei pensieri scomposti voluto e portato avanti dal duo Flauto-Giannino, volta a far conoscere agli allievi delle varie scuole di Salerno, le tante trasformazioni che ha subito, negli ultimi tempi, il corso del fiume Irno e lo snodo viario che lo abbraccia fraternamente. Interessante e per certi versi illuminante sulle forze che via via nel tempo si sono scaricate su questi due binari, diversi eppure siamesi. L'iniziativa risulta meritoria perché raccoglie foto, ricostruzioni, plastici, video ed interviste, il percorso storico, l'evoluzione, le direttive della vita in fieri che un corso d'acqua e lo spazio che lo delimita vivono e vivranno trasformandosi nel tempo. Il progetto e relativa esposizione del lavoro si protrarrà fino all’anno nuovo e racconterà, attraverso vari linguaggi, la storia del cambiamento degli ultimi trenta anni, cambiamento urbanistico e culturale di tutto l’asse viario che da sempre segue lo scorrere del fiume Irno.  Interviste, filmati, foto, descrizioni ed una scenografia di oltre venti metri con simboli e segni identificativi, tratteggiano il prima, il durante e il dopo. Inoltre racconti “stile menestrello”, interviste e tavole rotonde sono il nucleo centrale di questo interessante lavoro che la bravura e l’impegno di Umberto Flauto e Rosanna Giannino, con il coinvolgimento delle scuole lungo l’asse del fiume, poteva rendere.

Ferdinando Bianco

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