Cronaca

Archeologia, droni individuano Foro e Teatro nel sito romano di Fioccaglia a Flumeri sulla Via Appia

Fig. 12 Ortofoto e mappa magnetica con indicazione delle strutture scoperte elab. LabTAF Unisalento. 250L’ultima campagna di ricerca presso il sito archeologico di Fioccaglia, nel territorio di Flumeri in provincia di Avellino, ha prodotto risultati di eccezionale rilievo sull’articolazione urbanistica dell’antica città romana, confermando il valore strategico dell’insediamento lungo la Via Appia, riconosciuta Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO.

Il sito, identificato da alcuni studiosi con l’antica Forum Aemilii e risalente al II-I secolo a.C., rappresenta un tassello cruciale per comprendere il processo di romanizzazione dell’Irpinia. La sua importanza storica è legata anche alla presenza della Regina viarum e all’origine della Via Aemilia voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 126 a.C. Già negli anni Ottanta del Novecento, le indagini avevano portato alla scoperta di un decumano basolato e di una domus di lusso decorata in primo stile pompeiano, attestando la presenza all’interno del centro di personaggi di rango elevato.

La nuova campagna, diretta dal professor Giuseppe Ceraudo dell’Università del Salento, in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino e con l’Amministrazione comunale di Flumeri, ha permesso di individuare con chiarezza l’impianto ortogonale della città, con assi stradali regolari e isolati pianificati secondo il modello delle città di nuova fondazione.

Di particolare rilievo è l’individuazione del Foro, cuore civile e commerciale dell’abitato, con la vasta piazza centrale e il perimetro degli edifici pubblici che vi si affacciavano, nonché la scoperta di un teatro monumentale finora ignoto, elemento che attesta l’importanza sociale e culturale del centro urbano. Le evidenze confermano che Fioccaglia fosse una città strutturata e dotata di edifici pubblici monumentali, rafforzandone il ruolo storico e strategico nel sistema viario romano.

Determinante il contributo delle tecnologie innovative, mette in risalto il Prof. Ceraudo: “la combinazione di prospezioni geofisiche e indagini telerilevate tramite droni equipaggiati con sensori termici e multispettrali ha consentito di ottenere una vera e propria radiografia del centro antico ancora sepolto, individuando le strutture attraverso le variazioni nella crescita della vegetazione e nella composizione magnetica del sottosuolo. L’approccio multidisciplinare ha fornito una base scientifica solida per la pianificazione delle future attività di tutela e valorizzazione”.

La Soprintendente ABAP per le province di Salerno e Avellino, Anna Onesti, ha sottolineato “come la sinergia tra ricerca accademica e tutela abbia prodotto risultati fondamentali per l’elaborazione di un nuovo piano di gestione e valorizzazione delle aree individuate”. Per il funzionario archeologo Lorenzo Mancini: “l’area alla confluenza tra l’Ufita e il torrente Fiumarella si conferma tra i comprensori di maggiore interesse archeologico dell’Irpinia, anche in relazione alle indagini connesse alla realizzazione della Stazione Hirpinia dell’Alta Velocità”.

Il Comune di Flumeri ha ribadito la volontà di collaborare con l’Università e la Soprintendenza per trasformare il sito in un punto di riferimento dell’offerta storico-culturale della Campania interna, cogliendo anche le opportunità di sviluppo legate alle infrastrutture in corso nella Valle Ufita: “Questa scoperta è un motivo di grande orgoglio e un’opportunità di sviluppo per il nostro territorio”, ha evidenziato il sindaco Angelo Lanza, che ha aggiunto: “Il Comune è pronto a collaborare strettamente con l’Università e la Soprintendenza per garantire che Fioccaglia, nodo stradale strategico della Via Appia, diventi un punto di riferimento nell’offerta storico-culturale della Campania interna”. Nei prossimi mesi proseguiranno le indagini non invasive per confermare le evidenze emerse, con l’obiettivo di consolidare le strategie di tutela e avviare un percorso strutturato di valorizzazione del sito.

 

Parco archeologico di Pompei. Nota stampa 

Foto Scavi Pompei 250In relazione alle notizie e dichiarazioni che circolano sui media in merito al presidio delle guide private a Pompei, il Parco Archeologico chiarisce quanto segue. 

Il presidio all’interno del sito nasceva nel 2010 in una situazione emergenziale per regolamentare l’interazione tra visitatori e guide private, che agiscono in proprio e sono in possesso della rispettiva abilitazione. Da allora la situazione è profondamente cambiata: l’emergenza è stata superata. Nel 2018 anche l’antitrust aveva contestato le postazioni di Pompei e di altri siti, che sono di seguito state eliminate, lasciando il presidio di Pompei quale unico rimanente di questo genere. Inoltre, i musei e parchi archeologici svolgono, per legge (art. 117 Codice dei Beni Culturali), anche servizi culturali e di didattica, sia tramite figure professionali ministeriali, come gli Assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza, sia tramite partnership e contratti di concessioni, che seguono sempre rigide procedure di selezione ed evidenza pubblica. 

In generale, soprattutto a seguito della pandemia Covid-19, la richiesta per il servizio è molto calata, in quanto molti visitatori arrivano già con la guida prenotata online o tramite un’agenzia. Il libero esercizio della professione di guida sotto questa e altre forme è tuttora garantito, come in tutti gli altri siti culturali e archeologici. 

Al tempo stesso, a Pompei si è assistito a un moltiplicarsi di lamentele legate al presidio delle guide private all’interno del sito (mancanza di trasparenza, scarsa qualità della visita e delle conoscenze linguistiche dichiarate, mancanza di fatturazione fiscale), su cui però il Parco, nonostante varie interlocuzioni con le persone interessate, non è potuto intervenire in maniera risolutiva, essendo le guide liberi professionisti a tutti gli effetti, di cui solo una parte afferisce a varie associazioni di categoria che possono fungere da interlocutori. Il Parco, dunque, veniva identificato con un servizio privato che in realtà esondava dalle sue competenze e la cui presenza all’interno del sito – nonché i costi a carico dell’ente pubblico – appariva oramai priva delle necessarie condizioni per il rilascio di spazi pubblici a operatori privati. 

Il nuovo regolamento del Parco deliberato dal Consiglio di amministrazione nel 2025, nel recepire le varie evoluzioni giuridiche e culturali del settore, pertanto, non prevede più il presidio all’interno del sito. Intanto, il Parco si è attrezzato per garantire un servizio didattico per il pubblico, senza precludere in tal modo la presenza di guide private all’interno del sito, superando così un’anomalia e adeguando l’assetto del servizio didattico e di visite guidate a quello di altri musei e parchi nazionali e internazionali. 

Per i visitatori, ciò non si traduce in nessun modo in un’interruzione di un servizio pubblico, bensì in una maggiore trasparenza nell’affrontare la scelta dell’offerta culturale tra pubblico e privato di cui si vuole usufruire. 

Credo che alla fine questo cambiamento farà bene a tutti, incluse le guide – commenta il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – Quando ho iniziato a Paestum, mi veniva rinfacciato di aver lavorato come guida in precedenza, come se questo fosse squalificante. Invece è un lavoro difficile, bellissimo e importante e il Parco si impegnerà anche in futuro affinché le guide che lavorano con grande professionalità trovino le migliori condizioni possibili. Proprio in queste settimane al Parco si sta svolgendo un corso di aggiornamento e formazione per le guide, molto seguito, e questo ci rende felici.” 

 

Foto Sergio Bindi 250Si è spento ieri sera, all'età di 92 anni, Sergio Bindi. Nato a Pisa nel 1933, è stato lo storico capo ufficio stampa di Flaminio Piccoli ed è stato a lungo consigliere di amministrazione della Rai, per tredici anni, dal 1980 al 1993. Padre del dott. Massimo Bindi, socio fondatore dell’Associazione “Accademia Studi Giuseppe Toniolo APS”. Ai figli Luca, Massimo (entrambi giornalisti: Luca lavora alla redazione della Tgr Rai di Trento, Massimo è capoufficio stampa dell'Ater di Viterbo, Elena e ai familiari tutti, le più sentite condoglianze.

Sergio Bindi iniziò al "Telegrafo" di Livorno, per diventare giornalista professionista nel 1964, per poi approdare a Roma nel 1970, dove fu anche condirettore dell'agenzia di stampa Asca.

Capo servizio al giornale-radio Rai, è stato anche direttore politico de "Il Globo/Ore 12”, "IDC NEWS" e collaboratore dei periodici Europeo ed Oggi. 

È stato, poi, responsabile dei Dipartimenti e delle Sezioni territoriali dell’Associazione “Fondazione Nazionale di Studi Tonoliani” e vicepresidente Associazione Giornalisti Europei, oltre che Responsabile della comunicazione e delle attività editoriali della Fondazione Comunità. Membro della giuria di importanti concorsi, tra cui il Premio Giornalistico Val di Sole e il Premio Giornalistico Trentino, ha coinvolto figure di rilievo, come Enzo Biagi, Oliviero Beha e Albino Longhi.

Sergio Bindi è stato, tra altri e prestigiosi incarichi che ha ricoperto, Responsabile dei Dipartimenti e delle Sezioni territoriali dell’Associazione “Fondazione Nazionale di Studi Tonoliani”; è stato lui, infatti, che nel 2008 mi presentò al prof. Romano Molesti, Presidente dell’Associazione “Fondazione Nazionale di Studi Tonioliani”, proponendo la mia nomina a Segretario organizzativo nazionale del sodalizio. Caro Sergio, la vera amicizia rende inseparabili, e niente, neanche la morte, può separare i veri amici. Ora che non ci sei più niente potrà cambiare l’affetto che ci legava e la nostra amicizia resterà sempre viva. Sarai sempre nel mio cuore! Ciao Sergio”.

I funerali si svolgeranno domani, sabato 14 febbraio 2026, alle ore 11,30, presso la parrocchia di San Gabriele Arcangelo, in viale Cortina d'Ampezzo, a Roma.

E' appena stato pubblicato on-line il primo numero (gennaio 2026) di Terra di Lavoro. Storia arte cultura


terradilavoro storiaarticultura 1655 250E' una rivista di studi che pubblica saggi inediti e ricerche sui territori già parte dell'antica provincia pre-Unitaria e post-Unitaria (fino al 1927) di Terra di Lavoro.
La rivista è pubblicata solo in digitale: gli articoli si leggono gratuitamente sul sito web:
https://terradilavorostoriaartecultura.netsons.org/numeri-pubblicati/ e su academia.edu, tra le principali banche dati internazionali di articoli scientifici:
https://independent.academia.edu/TerradiLavoroStoriaarteculturarivista
"Terra di Lavoro. Storia arte cultura" pubblica contributi originali su tutti i campi del sapere di approccio storico, anche tesi di laurea o di dottorato. Sono esclusi i lavori con un taglio
proprio dell'informazione e della cronaca, della comunicazione e della discussione su temi di attualità, politica e sociale.
E' possibile sottoporre articoli entro il 31 ottobre 2026:
https://terradilavorostoriaartecultura.netsons.org/sottoomissione-articoli/ 
Questo primo numero raccoglie articoli dei membri del comitato scientifico e di una giovane studiosa

Caiazza descrive quaro bellissime grotte casertane dedicate da più di un millennio al culto di san Michele (Liberi, Camigliano, Rocchetta e Croce e Sant'Angelo d'Alife) e ricostruisce la straordinaria originalità di quella di Liberi. In un altro breve saggio Caiazza svela un possibile ritratto realistico di san Pietro da Morrone / papa Celestino V, di cui nel 2005 rintracciò il luogo di nascita nell'attuale Sant'Angelo di Alife.
Gallo analizza in chiave alchemica gli splendidi affreschi del tardo rinascimentale Palazzo al Boschetto di Caserta e sintetizza una sua innovativa proposta di musealizzazione di quel prezioso edificio finora negato alla fruizione. Giorgi centra l'attenzione sulla chiesa del Carmine di Caserta, evidenziando gli interventi realizzati da Vanvitelli e il ruolo che la chiesa recitò al suo tempo in quanto preferita dalla corte borbonica.
Russo ricostruisce le carriere dei casertani che nel 1700 si laurearono nel "Collegio dei dottori".
Analizzando le "rivele" del Catasto onciario del 1749, Rea discute condizione sociale e familiare, mestieri, case, beni immobili e istruzione dei casertani che abitarono il casale Torre di Caserta (quello che gravitava intorno all'attuale piazza Vanvitelli). Appendice al suo lavoro è la trascrizione integrale e fedele al manoscritto di tutte le "rivele" (le dichiarazioni dei redditi dell'epoca) realizzata con Rosa Condello e Pietro Di Lorenzo.
E proprio Di Lorenzo chiude il numero 1 della rivista raccontando il mondo della musica a Caserta, Maddaloni, Capua e San Nicola la Strada al tempo di Vanvitelli: tra l'altro una composizione inedita e i finora sconosciuti studi musicali dei figli di Vanvitelli.
La rivista è pubblicata dall'Associazione Culturale "Francesco Durante" grazie alla preziosa e generosa collaborazione di studiosi di affermata e chiara fama che compongono il Comitato Scientifico.
https://terradilavorostoriaartecultura.netsons.org/comitato-scientifico/ 
Domenico Caiazza è tra i massimi esperti di mondo sannitico, con importanti contributi anche sul medioevo locale. Lucia Giorgi ha pubblicato fondamentali contributi sulla storia dell'arte e
dell'architettura di Caserta e dintorni negli ultimi.  Maria Carmela Masi è storica dell'arte e autrice di ricerche cruciali per la conoscenza della Reggia di Caserta e di Carditello. Luigi Russo è un grande esperto di storia del 1700 e del 1800 nella provincia di Caserta, specie dei protagonisti nelle istituzioni pubbliche. Antonio Rea, per anni docente e responsabile dei servizi educativi del museo Michelangelo, è autore di testi storici e di didattica museale e di un studio su san Ferdinando di Alvignano. Pietro Di Lorenzo, tra gli altri lavori, ha svelato la vera identità dello storico casertano.
Esperto, le competenze scientifiche di Vanvitelli e il patrimonio storico-scientifico dei musei locali.


Associazione Culturale "Francesco Durante"
Ente Terzo Settore (D. Lgvo 117/2017; ente non commerciale D.L. 460/97 e L.383/2000)
Via G. M. Bosco, 210
81100 Caserta

“Riforma Lotto e Superenalotto: lo Stato non può costruire il proprio bilancio sulla fragilità delle famiglie.”

 

106300379 hand holding card playing online gambling 250Da pochi giorni è entrata in vigore la riforma dei giochi numerici (Lotto, Superenalotto, 10eLotto) che introduce nuove regole per puntate, limiti e controlli. Come FORUM delle Associazioni Familiari della Campania, insieme a FINETICA Ets Antiracket e Antiusura, riconosciamo lo sforzo di regolamentazione e di contrasto all'illegalità, ma non possiamo tacere su una questione di fondo che attraversa ormai più legislature e più governi: è etico che lo Stato italiano fondi parte del proprio bilancio sulle speranze dei più fragili?

I numeri parlano chiaro. Il gioco d'azzardo legale rappresenta oggi la terza fonte di gettito fiscale per lo Stato italiano. Non parliamo di un fenomeno marginale: miliardi di euro transitano ogni anno dalle tasche delle famiglie - spesso quelle con meno risorse - alle casse pubbliche, attraverso Gratta e Vinci, schedine e slot machine. La contraddizione è sotto gli occhi di tutti: lo stesso Stato che incassa dalla "tassa sulla fortuna" deve poi investire risorse pubbliche per curare le dipendenze da gioco patologico, sostenere le famiglie impoverite, riparare i legami sociali spezzati dalla ludopatia.

Chi paga davvero? L'esperienza quotidiana delle nostre associazioni sul territorio - dalle Case famiglia, ai Centri di ascolto, ai Servizi per le famiglie in difficoltà - ci mostra una realtà dolorosa: il gioco d'azzardo colpisce in modo sproporzionato chi ha meno. Non sono i benestanti a giocarsi lo stipendio al Lotto. Sono le persone con meno strumenti culturali ed economici, chi cerca nella vincita impossibile una via d'uscita che non riesce a costruire con il lavoro e il risparmio. È una tassa occulta e regressiva che pesa più sui poveri che sui ricchi.

Una questione di dignità costituzionale. L'articolo 2) della nostra Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo. L'articolo 3) impegna la Repubblica a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" che impediscono il pieno sviluppo della persona. Come si conciliano questi principi con uno Stato che lucra sistematicamente sulla fragilità, sull'ignoranza statistica, sulla disperazione economica, di una parte dei suoi cittadini?

Non è una questione di schieramento politico. Questa situazione non nasce con l'attuale governo né con il precedente. È una deriva che dura da anni, che ha attraversato maggioranze diverse, che nessuna forza politica ha avuto il coraggio di affrontare davvero. Denunciamo il sistema, non un governo specifico. Ogni riforma che "regola meglio" il gioco, che lo rende "più sicuro" e "più trasparente", rischia di legittimarlo ulteriormente invece di metterne in discussione l'esistenza stessa nella forma attuale.

La nostra proposta è di cambiare prospettiva. Non chiediamo misure proibizioniste che alimenterebbero solo il mercato illegale. Chiediamo un cambio di paradigma:

1. Disincentivazione seria: se lo Stato deve gestire il gioco, lo faccia come fa con il tabacco, aumentando drasticamente la tassazione per scoraggiarlo, non per incentivarlo.

2. Stop alla pubblicità: nessuna pubblicità di giochi d'azzardo, come già avviene per le sigarette. Non si può promuovere ciò che crea dipendenza.

3. Vincolo di destinazione: tutto il gettito del gioco deve andare per legge alla prevenzione e cura delle dipendenze, al sostegno delle famiglie colpite. Non può finire nel bilancio generale.

4. Educazione reale: nelle scuole si insegni statistica e probabilità applicata al gioco, perché i ragazzi capiscano davvero cosa significa "1 probabilità su 622 milioni" di vincere al Superenalotto.

5. Sostegno alle alternative: investire le risorse pubbliche in progetti che diano speranza concreta - educazione finanziaria, microcredito, inserimento lavorativo - non in illusioni statisticamente impossibili.

Un appello alle Istituzioni. Alle forze politiche di ogni schieramento chiediamo il coraggio di aprire un dibattito pubblico onesto: vogliamo davvero uno Stato che fonda una parte significativa del suo bilancio sulla fragilità dei cittadini? È questo il patto sociale che vogliamo tramandare ai nostri figli? Non basta regolare meglio il gioco d'azzardo. Bisogna ripensare il rapporto stesso tra Stato, famiglie e dignità delle persone.

Un invito alla responsabilità collettiva. A tutti i cittadini, alle famiglie, alle comunità locali: la difesa della dignità delle persone più fragili non può essere delegata solo allo Stato. È una responsabilità che parte da ciascuno di noi, dalla capacità di riconoscere che dietro ogni schedina c'è spesso una storia di difficoltà, di speranza tradita, di legami familiari a rischio.

Costruiamo insieme un Paese che investa sulla dignità del lavoro, sulla solidarietà concreta, sull'educazione finanziaria, sulla speranza realistica. Non sulla chimera della vincita facile che arricchisce solo chi la organizza.

 

Il Giorno del Ricordo 2026 negli Archivi di Stato: documenti e iniziative in tutta Italia

 

Logo MiC social default 250In occasione del Giorno del Ricordo 2026, la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura promuove un programma di iniziative su tutto il territorio nazionale dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo da Istria, Fiume e Dalmazia.

Gli Archivi di Stato si confermano luoghi di studio e confronto, dove documenti e testimonianze contribuiscono alla conoscenza del confine orientale e delle sue ricadute sulla storia nazionale, coinvolgendo cittadini, studenti e studiosi.

“Nel solco della propria missione di tutela e valorizzazione del patrimonio documentario, gli Archivi di Stato hanno come obiettivo primario consentire a chiunque di formarsi i propri convincimenti in modo sereno e documentato. Nel Giorno del Ricordo, essi permettono a tutti coloro che ancora coltivano il valore della conoscenza storica e della storia di ricostruire i drammi e le atrocità vissuti dagli italiani durante l’esodo forzato dalle terre giuliano-dalmate in uno spirito di verità, concordia e rispetto del pluralismo delle idee”, afferma il Direttore Generale Archivi, Antonio Tarasco. 

Sono numerosi gli eventi organizzati in tutta Italia, tra cui:

ROMA

A Roma, all’Archivio di Stato, nella Sala Alessandrina, è visitabile fino al 20 febbraio la mostra Fiume. Città del ricordo, promossa con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio e la Società di Studi Fiumani, con documenti e cimeli dell’Archivio Museo Storico di Fiume dall’età moderna all’esodo del secondo dopoguerra. Sempre a Roma, l’Archivio Centrale dello Stato ospita un incontro sul volume Autodafé di un esule di Diego Zandel, dedicato alla memoria dell’esodo giuliano-dalmata.

TORINO

A Torino, la mostra fotografica Da esuli a cittadini racconta l’inserimento della comunità giuliano-dalmata nel tessuto urbano tra il 1947 e il 1980. 

TRIESTE

A Trieste, il 10 febbraio inaugura una mostra documentaria su esuli, optanti e prigionieri, basata sulle carte dell’Ufficio Prigionieri e della Croce Rossa Italiana, con quasi 34.000 schede tra il 1947 e gli anni Cinquanta.

BARI

A Bari, una mostra ricostruisce l’arrivo e l’integrazione dei profughi giuliano-dalmati in Puglia attraverso documenti prefettizi e assistenziali. 

CAGLIARI

A Cagliari, infine, l’Archivio di Stato organizza un convegno e una rassegna documentaria sulla presenza degli esuli in Sardegna, tra accoglienza, assistenza e percorsi di ricostruzione personale e professionale.

IL NUOVO SCAVO DELLA VILLA DI POPPEA APRE AL PUBBLICO

Dal 12 febbraio ogni giovedì dalle 10,30 alle 12,00

Un’occasione per ammirare in diretta attività di scavo e nuovi rinvenimenti

 

Anteprima stampa 12 febbraio ore 10,00

 

Scavi ad Oplontis Pavone 250Maschere di scena, figure di pavoni dai vivaci colori conservati intatti sotto strati di cenere e lapillo, impronte di alberi e nuovi raffinati ambienti che stanno emergendo dallo scavo di ampliamento della Villa di Poppea - la sontuosa dimora attribuita alla seconda moglie di Nerone presso il sito di Oplontis a Torre Annunziata - potranno essere ammirati durante il cantiere in corso.

Dal 12 febbraio ogni giovedì, dalle 10:30 alle 12:00, i visitatori muniti di regolare biglietto di accesso alla Villa – in numero di 10 pax per volta - potranno accedere ad alcune aree del cantiere, accompagnati da personale del Parco. Si tratta un’occasione unica per osservare dal vivo le operazioni in corso di scavo e restauro degli eccezionali affreschi del Salone della Maschera e del Pavone, uno degli ambienti più raffinati della villa, decorato in II stile.

Il cantiere, dettato da necessità di chiarire aspetti relativi allo sviluppo del settore ovest della villa che costeggia il tratto urbano di via dei sepolcri e risolvere criticità conservative, si configura anche come occasione importante di valorizzazione del contesto archeologico e urbano. Lo scavo in corso consentirà di fatto di creare una connessione con il confinante Spolettificio Borbonico dove, nei prossimi anni, saranno realizzati spazi museali espositivi, depositi e servizi aggiuntivi.

Tra le scoperte di particolare rilievo sono emersi una figura integra di una pavonessaspeculare all’esemplare maschio rinvenuto sulla porzione meridionale della stessaRestauratore a lavoro ad Oplontis 250 parete, e alcuni frammenti con la raffigurazione di una maschera scenica riconducibile a un personaggio della Commedia Atellana, a differenza di altri presenti nell’ambiente e attribuibili alla Tragedia.

Grazie alla tecnica dei calchi, lo scavo ha anche restituito le impronte di alberi che ornavano il giardino, in posizione originale e inseriti in un preciso schema ornamentale, che raddoppiava il colonnato del porticato meridionale, richiamando schemi documentati nelle domus pompeiane e nello stesso sito di Oplontis.

Lo scavo ha, inoltre, determinato l'individuazione di quattro nuovi ambienti che si aggiungono ai 99 già noti, tra cui un vano absidato che fa verosimilmente parte del settore termale.

In contemporanea all’intervento di scavo è in corso anche un cantiere di restauro degli apparati decorativi di due piccoli e preziosi ambienti, in origine destinati ad area di riposo, detti cubicola, che affacciano nell’area sud occidentale della Villa, proprio in prossimità dell’area dell’altro cantiere. Colpisce la loro ricca decorazione, costituita da stucchi, pareti affrescate, volte dipinte e mosaici pavimentali di straordinaria bellezza, che rivela, al pari degli altri ambienti della Villa, una capacità tecnica da parte degli esecutori dell’epoca molto alta, ed una palette di pigmenti varia, costituita anche dal blu egizio.

PER ACCEDERE ALLE VISITE OCCORRE MUNIRSI DEL REGOLARE BIGLIETTO DI INGRESSO ALLA VILLA

 

INFO 

Visite ogni giovedì dalle 10.30 alle 12.00 - in italiano

Gruppi di 10 persone max

Durata visita:15 minuti 

Non è necessaria la prenotazione

Punto di incontro: Atrio grande

Enzo Tortora

Foto Nicola Incampo 250L’altro giorno leggevo una frase che Enzo Tortora scrisse alla moglie “Più crolli nel pozzo della vergogna, più hai desiderio di volare” — racchiude un’intera biografia interiore, non solo un aforisma ben riuscito. Parla di un uomo travolto dall’ingiustizia, messo alla gogna, esposto allo sguardo feroce dell’opinione pubblica, e tuttavia capace di trasformare l’abisso in altezza interiore.

Il “pozzo della vergogna” non è solo il carcere materiale, ma anche quello simbolico: è il luogo in cui non sei più ciò che eri per gli altri, ma diventi un’etichetta, un titolo di giornale, un volto associato al sospetto. Nel pozzo, il nome proprio si dissolve dentro una parola sola: “colpevole”, “disonesto”, “indegno”.

Lì, l’umiliazione non riguarda soltanto l’onore ferito, ma la percezione stessa di sé. Ti domandi: “Chi sono, se tutti mi vedono così? E se questa ombra finisse per diventare la mia vera immagine?”. Il pozzo è perciò un luogo di frattura: tra ciò che sai di essere e ciò che gli altri decidono che tu sia.

Per Tortora, questo pozzo è stato alimentato da una macchina gigantesca: titoli urlati, accuse infamanti, un processo che lo ha reso spettacolo. Ma, in forme più piccole, ognuno conosce il suo pozzo: un errore che pesa, una vergogna privata, un giudizio che ti segue, un fallimento che ti sembra definitivo.

Quando si scende davvero in profondità, qualcosa si spezza ma qualcosa, contemporaneamente, si chiarisce. Nel crollo, cadono molte illusioni: l’idea di controllare tutto, la fiducia cieca nel riconoscimento degli altri, la sicurezza costruita su ruoli e successi. Il pozzo della vergogna diventa allora, paradossalmente, un luogo di verità nuda.

Ci si trova soli con la propria coscienza, e le domande cambiano: non più “cosa penseranno di me?”, ma “che persona voglio essere, anche dentro questo buio?”. L’ingiustizia subita, pur atroce, può diventare una lente per distinguere ciò che è essenziale da ciò che è solo scena, applauso, consenso momentaneo.

Per Tortora, parlare di questo pozzo in una lettera alla donna amata significa compiere un atto di estrema sincerità: non maschera la vergogna, non la minimizza, non finge forza. La riconosce, la chiama per nome. È proprio questo riconoscimento che apre lo spazio per qualcosa di nuovo: il desiderio di volare.

Il “desiderio di volare” che Tortora evoca non è un sogno ingenuo di evasione, né un semplice “uscirne” per tornare come prima. Volare significa andare oltre, trasformare il dolore in un punto di slancio, non di arresto.

Chi ha toccato il fondo conosce la differenza tra il voler scappare e il voler volare. Scappare è cercare un altrove in cui dimenticare tutto; volare è cercare un’altezza interiore in cui nulla venga dimenticato, ma trasfigurato. Il male subito, la vergogna, l’umiliazione diventano ferite che non si cancellano, ma che smettono di definire la persona in modo totale.

Il volo, in questo senso, è anzitutto morale: è il rifiuto di lasciare che l’ingiustizia ti trasformi in ciò che non sei. È non cedere al cinismo, non diventare rancorosi, non ridurre l’esistenza a un processo di vendetta. È la scelta di restare fedeli a sé stessi quando sarebbe più facile lasciarsi corrompere dall’odio o dalla disperazione.

Il cuore della frase sta in quel “più… più…”. Non dice “quando crolli nel pozzo hai desiderio di volare”, ma “più crolli, più hai desiderio di volare”. È un crescendo, quasi una legge interiore: l’intensità della caduta può aumentare la nostalgia del cielo.

Il dolore profondo, se non ti distrugge, affina lo sguardo. Quando hai provato l’ingiustizia sulla pelle, impari a intuire il peso delle ferite altrui; quando sei stato imprigionato nel giudizio sociale, diventi più cauto nel giudicare; quando hai visto quanto è fragile la reputazione, diventi più attento alla dignità silenziosa, quella che non ha bisogno di applausi.

In alcuni momenti della vita, ciò che sembrava il punto finale si mostra come un punto di svolta. È come se l’essere scesi tanto in basso rendesse impossibile accontentarsi di una vita superficiale: nasce un bisogno più radicale di verità, di autenticità, di giustizia non solo per sé, ma anche per gli altri.

Il ruolo dell’amore in mezzo al buio.

Non è secondario che Tortora scriva questa frase alla moglie. Il pozzo è un luogo di solitudine, ma l’amore — quello vero, non retorico — è la corda che continua a scendere fin lì, quando tutto il resto si è ritirato.

Scrivendo a lei, egli confessa la propria caduta, ma insieme le confida anche il suo desiderio di volo. Non si mostra solo come vittima, ma come uomo che sta lottando per non farsi annientare. È un modo per dire: “Sto precipitando, ma dentro di me qualcosa continua a cercare il cielo. Aiutami a non dimenticarlo”.

In ogni storia personale, esiste qualcuno a cui, anche nel pozzo, si continua a scrivere — fosse pure solo in un dialogo interiore: una persona amata, un amico, una figura spirituale, perfino un Dio in cui si crede o si torna a credere. Questo dialogo è già un primo battito d’ala: vuol dire che non accetti di restare chiuso nel buio senza testimoni, senza relazione.

Una lezione per la nostra epoca

La vicenda di Tortora parla con forza a un tempo come il nostro, in cui il “pozzo della vergogna” ha spesso la forma di un processo mediatico: un errore, una frase, una fotografia, e una persona viene trascinata nell’abisso del giudizio pubblico, spesso senza reale possibilità di difesa.

Eppure, la frase suggerisce che l’ultima parola non spetta al coro che condanna, ma a ciò che, nel cuore di chi soffre, continua a desiderare il cielo. Non è un invito a subire in silenzio, ma a non identificarsi totalmente con l’immagine che gli altri ti impongono.

Per chi guarda dall’esterno, queste parole sono un richiamo alla prudenza e alla misericordia: dietro ogni “caso”, ogni “scandalo”, c’è un essere umano che sta vivendo il proprio pozzo. Per chi invece si sente dentro quel pozzo, la frase di Tortora può diventare una piccola lampada: se oggi senti solo la caduta, non è detto che tu abbia smesso di preparare, senza accorgertene, il tuo volo.

Riscatto e dignità

Resta, infine, il tema del riscatto. Il volo non significa necessariamente, in questa vita, ottenere giustizia piena agli occhi di tutti. A volte, la verità storica arriva tardi; altre volte, non arriva affatto. Ma il volo che Tortora evoca è anche e soprattutto un riscatto della coscienza: sapere di non essersi arresi alla menzogna, di non aver barattato la dignità per il quieto vivere.

In questo senso, il suo messaggio non è solo autobiografico. È una consegna: quando cadi nel pozzo della vergogna, non dimenticare che, paradossalmente, proprio lì può nascere in te un desiderio più grande di luce, di giustizia, di bene. E anche se nessuno lo vede, quel desiderio di volare è già il primo segno che il pozzo non ha avuto l’ultima parola su di te.

Nicola Incampo

A Trecase il convegno “Navigare online in sicurezza. Come proteggere genitori e figli dalla dipendenza da internet”.

 

Foto relatori convegno 250Nella biblioteca “Michele Prisco” dell’oratorio “Sac. Giuseppe Tortora” a Trecase si è tenuto un interessante e partecipato convegno dal titoloFoto Carola Barbato 250 CITTADINANZA DIGITALE CONSAPEVOLE. Navigare on-line in sicurezza. Come proteggere genitori e figli dalla dipendenza da internet. L’evento, che rientra nel Patto Educativo per la Città metropolitana di Napoli, promosso nel 2022 dall'Arcivescovo Don Mimmo Battaglia con la Diocesi di Napoli e Pozzuoli, è un'alleanza tra istituzioni, scuole e terzo settore per contrastare povertà educativa, dispersione scolastica e devianza minorile. Il progetto punta a creare una rete territoriale attiva, con tavoli educativi coinvolgendo attivamente parrocchie, Comune, scuole e associazioni del territorio per offrire speranza e opportunità ai giovani, specialmente in aree a rischio criminalità. L’iniziativa, è stata promossa dal Santuario Diocesano “S. Maria delle Grazie e San Gennaro” e dalla Parrocchia “S. Antonio di Padova” in collaborazione con il CORECOM Campania, l’ICS “D’Angiò-Via Vesuvio”, le Associazioni: Ganesh, Trecase Insieme per la Vita, LOGOS, MAIA (Associazione Genitori Trecase), Oratorio “San Domenico Savio”, Oratorio “Sac. Giuseppe Tortora”, PRO LOCO Trecase, Prometeo, Santo Patrono San Gennaro, Gruppo SCOUT CNGEI Trecase, UNITRE Trecase, Centro Sociale Anziani “Vesuvio” e col patrocinio del Comune di Trecase. I lavori sono stati aperti da don Antonio Ascione, Rettore-Parroco del Santuario Diocesano “S. Maria delle Grazie e San Gennaro” Trecase che ha salutato e ringraziato i presenti e i relatori, sottolineando l’importanza per una Comunità di fare “rete”, promuovendo una comunità educante inclusiva, basataFoto pubblico 250 Foto Francesca Cirillo 250sulla cooperazione tra le parrocchie, l’ICS “D’Angiò – Via Vesuvio”, il Comune di Trecase e le Associazioni del territorio. Presente, in rappresentanza dell'Amministrazione comunale, il Vicesindaco Maria Rosaria Balzano, e alcuni amministratori comunali, che ha portato i saluti del Sindaco Raffaele De Luca e nel suo intervento ha evidenziato l’importanza di questi incontri per far conoscere, non solo ai ragazzi, i pericoli che si nascondono navigando in rete. Il Comune di Trecase ha, inoltre, continuato il Vicesindaco Balzano, è sempre disponibile e lieta a patrocinare queste iniziative per incontrare la Comunità dei cittadini di Trecase. A portare i saluti della Dirigente scolastica dell’ICS “D’Angiò-Via Vesuvio” Trecase Clotilde Zampognaro, la professoressa Francesca Cirillo, presente all’incontro con una delegazione di docenti della “D’Angiò-Via Vesuvio”, che ha portato la sua esperienza quotidiana di docente con i ragazzi, cosiddetti nativi digitali, che sono in possesso di smartphone di fascia alta ricordando che il cellulare e le sue applicazioni deve essere usato in modo consapevole, confidando anche nell’aiuto dei genitori per far comprendere ai ragazzi che l’uso non consapevole dello smartphone, spesso sfocia in dipendenza compromettendo le relazioni reali. Della cittadinanza digitale consapevole hanno rimarcato Carola Barbato, Presidente del CORECOM Campania, Coordinatrice dei Comitati CORECOM delle Regioni e delle Province Autonome d’Italia, Francesco Giobbe e Michele Cotugno, rispettivamente Viceispettore e Vicesovrintendente della Polizia Cibernetica del Centro Operativo della Sicurezza Cibernetica per la Campania, Basilicata, Molise. Oggi non possiamo fare a meno della tecnologia, viviamo in un mondo interconnesso, ha affermato Carola Barbato, che ha illustrato ai presenti le funzioni e le competenze dei CORECOM (Comitati Regionali per le Comunicazioni), organi funzionali dell'Agcom e di consulenza delle Regioni, operanti nel settore delle comunicazioni. I CORECOM svolgono funzioni di governo, controllo e garanzia sul territorio, tra cui: gestione delle controversie tra utenti e operatori telefonici, tutela dei minori nei media locali, par condicio, e pareri su questioni radiotelevisive. L’ultimo report, ha continuato Barbato, riporta che siamo connessi per oltre sei ore e per alcune fasce di età anche per dieci ore al giorno. Il progresso tecnologico è uno strumento che ci aiuta e non va mai stigmatizzato tout court, certamente ci deve essere da parte di tutti, adulti e ragazzi, un uso consapevole di internet. Dello stesso avviso i rappresentanti della Polizia Cibernetica del Centro Operativo della Sicurezza Cibernetica per la Campania, Basilicata, Molise che hanno portato la loro esperienza quotidiana nel reprimere i reati fatti da tutti, indipendentemente dall’età, nell’uso improprio delle applicazioni informatiche che possono sfociare in violazioni di carattere penale che, se posti in essere da minori, comportano la responsabilità anche dei genitori.

Francesco Manca

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